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Estreme Conseguenze

Un ragazzo morto a vent’anni, un padre che non si dà pace e sullo sfondo l’ospedale dei misteri di Pesaro. A 23 anni di distanza da quell’epidemia di epatite B che uccise diversi pazienti, la famiglia di Lorenzo Miccoli, il soldato di leva di Fragagnano, lancia un ultimo appello e questa volta a Guido Lucarelli, ex primario del reparto di Ematologia del San Salvatore. 

“Il professor Guido Lucarelli sa cosa accadde in quel maledetto ospedale. Come può portarsi nella tomba il peso delle tante vite spezzate sotto la sua responsabilità? Lui può dire cosa uccise i pazienti del suo reparto. Cosa – o chi – uccise mio figlio”. Francesco Miccoli non molla. Perché un padre non può rinunciare alla verità. Neanche se per inseguirla ha bruciato tutti i suoi risparmi. “Per pagare spese legali e perizie ho ipotecato la mia casa e sono finito in mano agli usurai. Ora venderò l’ultimo terreno che mi è rimasto per presentare un ricorso alla Corte Europea perché non posso accettare che i responsabili della morte di mio figlio restino impuniti”. Lorenzo Miccoli morì il 2 marzo del 1995 all’ospedale San Salvatore di Pesaro, nel reparto di Ematologia diretto all’epoca da Guido Lucarelli, padre del giallista Carlo. Da allora ci sono state istanze, archiviazioni e udienze. “Cinque processi penali e uno civile per non sapere, ancora oggi, il nome di chi ha ucciso mio figlio. Si parlò di sperimentazioni, di sabotaggi, di farmaci non autorizzati. L’ho ricordato anche nella mia ultima denuncia… lo ripeto da 23 anni, ma continuano ad ignorarmi”.

E lo ripete ancora, a noi di Estreme Conseguenze. Lo ha fatto con una lettera arrivata in redazione. Una richiesta di aiuto che non vogliamo ignorare. “L’ho cercata, pagata ed elemosinata la verità ma gli altri, magistrati e medici, quella verità non l’hanno mai voluta. Né la vogliono. L’ospedale San Salvatore fu condannato a pagare nove miliardi di vecchie lire ai familiari delle vittime. Ma i colpevoli non sono mai stati individuati”. Francesco Miccoli ricorda che lui, da padre, ha fatto il suo dovere: con la certezza che, se responsabilità c’è stata, deve pur esserci il nome di un colpevole ed è partito da Fragagnano, un paese a pochi chilometri da Taranto, per presentare alla procura di Pesaro l’ennesima denuncia. “Ho viaggiato tutta la notte in treno per depositare alla segreteria del pm Valeria Cigliola tre pagine che ho preparato col mio legale. Una richiesta di indagini che è stata archiviata dal Tribunale di Pesaro, ancora una volta”. Due denunce e due archiviazioni. “C’è un muro in Procura… io li riconosco i muri, facevo il costruttore. Mio figlio Lorenzo veniva a trovarmi spesso in cantiere. Poi è partito per il militare, e non è tornato più. Per il servizio di leva, che in quegli anni era obbligatorio, lo mandarono al 28esimo reggimento di Pesaro… ed è lì che si è ammalato. In quegli otto mesi fu ricoverato più volte per una mononucleosi nel reparto di ematologia dell’ospedale San Salvatore di Pesaro. E in quel reparto…

ALTRE STORIE

NOI E LORO


Editoriale di William Beccaro

Sul mezzo siamo saliti quasi insieme. La sirena ha urlato la chiusura delle porte. Io, essendo entrato al suo seguito, ho atteso che scegliesse quale tra i diversi posti liberi per fiondarmi nell’altro. Lui ha indugiato un po’ più del previsto. Poi ha scelto la panca di destra. Preso posto dal lato opposto, ho avuto la panoramica dei passeggeri. Il caso aveva voluto che da un lato ci fossimo noi e dall’altro, loro, gli altri, i non italiani. Il dubbio che fosse casuale, mi ha spinto a saltare giù alla prima fermata e salire quindi su un altro vagone e così li ho percorsi quasi tutti. Quasi sempre la divisione per cittadinanza si ripeteva. Noi e loro. Una sorta di inquietante apartheid volontaria. Nessuna remora di genere o età: uomini, donne, bambine e bambini mischiati. Ma solo una colorata coerenza bianca da un lato e un arcobaleno di nazioni, etnie, lingue, storie dall’altro. Noi qui, loro lì. Casualità senz’altro. A San Babila, a Milano, le cesate che proteggono i lavori per la nuova linea della metropolitana, sono diventate parete che protegge le case di cartone di qualche disperato. Spesso sono infagottati in una matrioska di coperte, mummie immobili esposte agli occhi dei passanti. Talvolta un piattino invita a lasciare monete. Francesco non c’è mentre passo. Ci sono i suoi cartoni da imballo. Su uno ha scritto la sua storia. Breve, di quella brevità che la rende uguale a tante altre. Ed è forse per questo che ha voluto dagli altri distinguersi

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“Cos’ha detto? Ha paura che qualcuno di noi possa vendicarsi? Deve smetterla di fare la vittima… di recitare la parte del grande pentito in pericolo. Basta, Felice, fai solo ridere… sai bene che nessuno verrà mai a cercarti”. Sergio Baron, uno dei luogotenenti dell’ex boss della mala del Brenta, Felice Maniero, ha il tono stranamente pacato. “Per le sue menzogne ho scontato 34 anni. Dopo aver preso tutti i soldi ha accusato me e gli altri di reati che aveva commesso lui”.

Dovrebbe avere quantomeno un po’ di rancore nei confronti del suo ex capo, eppure Sergio Baron, al telefono, ridacchia: “Ero in pizzeria con i miei amici quando Maniero ha fatto il suo show. Lui, da solo, tiene la scena. In tv e nella vita. È un poveretto, odiato anche dai suoi stessi figli”.

Maniero era a capo di un’organizzazione piramidale e ramificata che aveva base nelle campagne veneziane del Piovese e che si estendeva su tutto il Veneto, l’unica organizzazione criminale di stampo mafioso del nord Italia. È stato il Totò Riina del Veneto, per intenderci. Il boss che per tre decenni ha terrorizzato le ricche regioni del Nord est, con…

“Anche quest’anno ricorrono i morti. Speriamo vinca mio nonno”: recitava una consumata freddura di basso cabaret. Se è vero che il culto dei morti è lo specchio fedele di una civiltà, la ricorrenza della commemorazione dei defunti 2018 restituisce una fotografia precisa dell’Italia di oggi. Anche se nei prossimi giorni tanta gente andrà a salutare la tomba di un proprio caro, i cimiteri italiani stanno morendo. La morte non è più un fatto sociale, com’è
De Luca / Ott 31
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