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Estreme Conseguenze

di Raffaella Fanelli

“Ad uccidere Mino Pecorelli furono quattro proiettili, due di marca Gevelot e due di marca Fiocchi. Proiettili analizzati nell’immediatezza del fatto e durante le prime indagini, quelle chiuse nel ’91, con indagati i fratelli Fioravanti, il colonnello del Sid Antonio Viezzer, Licio Gelli e Massimo Carminati. Successivamente, nel processo che si è tenuto a Perugia,  è venuto fuori che i proiettili erano stati manomessi”. A denunciarlo è l’avvocato Walter Biscotti, legale di Rosita Pecorelli, sorella del giornalista ucciso il 20 marzo del 1979. Un episodio grave e  inquietante che la procura di Roma  dovrà chiarire con le nuove indagini ripartite lo scorso 5 marzo.  “In aula – continua l’avvocato Walter Biscotti – il  professor Antonio Ugolini, il perito balistico incaricato di eseguire le prime due perizie, dichiarò di aver trovato la busta contenente  i quattro proiettili lacerata nella parte superiore. Non più sigillata ma soltanto pinzata. E la cosa sorprendente è che i proiettili Fiocchi erano diventati tre e i Gevelot uno”.

Una busta non più sigillata e chiusa con punti metallici. Proiettili scomparsi e sostituiti. Eppure i Gevelot “erano proiettili molto particolari e all’epoca era difficile trovarli sul mercato, anche su quello clandestino”. Proiettili identici furono ritrovati due anni dopo l’omicidio Pecorelli, il 27 novembre del 1981, in via Liszt, nei sotterranei del Ministero della Sanità, quando fu sequestrato l’arsenale della Banda della Magliana. I periti scrissero che i proiettili Gevelot sequestrati nei locali del ministero e quelli usati per uccidere il giornalista appartenevano allo stesso lotto: “entrambi i reperti presentano le stesse imperfezioni di punzonatura e di stampaggio del marchio di fabbrica e tale imperfezione identifica uno specifico lotto di fabbricazione dei bossoli”. La perizia accertò pure che vi era compatibilità tra i bossoli Fiocchi rinvenuti in via Tacito, accanto al corpo di Pecorelli e il tipo di proiettili Fiocchi sequestrati nello scantinato del ministero della sanità: “corrispondono la marca e l’anello rosso rinvenuto su entrambi i reperti”.

Se le date hanno una significato e le perizie pure si potrebbe cercare una risposta nel fascicolo sull’omicidio di Domenico Balducci, l’usuraio di Campo dei Fiori, molto vicino alla banda della Magliana. In quel fascicolo c’è un rapporto che riguarda un noto perito balistico. Sette pagine che chiariscono la figura dell’esperto nominato prima nel  caso Pecorelli e poi nell’inchiesta sulla Banda della Magliana.

“Per arrivare alla verità sull’omicidio di Mino Pecorelli bisognerebbe analizzare ogni singolo dettaglio, perché in questo, all’epoca, le indagini mancarono. Avrebbero dovuto considerare la testimonianza  sull’Alfa romeo 1750  chiara vista alle 20.30, poco prima dell’omicidio, con a bordo tre  persone, una alla guida e due sul sedile posteriore. Il posto accanto al guidatore era vuoto. Sembrava aspettassero qualcuno che si era allontanato”.

Oltre alla doverosa perizia, che è evidente sarà fatta sui reperti manomessi del caso Pecorelli, la procura potrà fare altro?

“L’indagine non deve limitarsi a ricerche di carattere scientifico… bisognerebbe sentire Adriano Tilgher, Silvano Falabella e Domenico Magnetta, le persone citate da Vincenzo Vinciguerra nel verbale”.

Il verbale a cui…

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Ci piace pensare che Mino Pecorelli avrebbe fatto così. Che si sarebbe attaccato alla notizia e non l’avrebbe più mollata. Che saputo di quella pistola l’avrebbe inseguita. Che sul suo OP l’avrebbe messa in prima pagina. Che avrebbe bussato a tutti per dire: quella è la pistola che ha ucciso un giornalista, riaprite il caso. Ci piace pensare che oggi avrebbe gioito, perché il caso è stato ufficialmente riaperto. E ci piace pensare che, come faremo noi, non avrebbe lasciato passare giorno senza chiedere a che punto sono le nuove indagini. Ci piace pensare in fondo che Pecorelli avrebbe fatto quel che abbiamo fatto noi, che ha fatto la nostra ottima Raffaella Fanelli. Rosita Pecorelli, sorella del collega ucciso quaranta anni fa, ci ha ringraziato piangendo, piangendo felice come sarebbe stato felice, pensiamo, Mino Pecorelli.

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di Raffaella Fanelli

“Mino aveva un appuntamento importante il giorno in cui fu ucciso… Mandò via tutti e ordinò ai suoi collaboratori di non entrare in ufficio. Lo so perché quel 20 marzo, alle 15, ero lì con mia figlia e ci rimasi fino alle 16.30.  Mezz’ora dopo, alle 17, mio fratello incontrò un uomo di nome Antonio”. Rosita Pecorelli ricorda quel 20 marzo del 1979, quando il direttore del settimanale romano Osservatorio Politico, OP, il giornalista Carmine Pecorelli, fu ucciso. “Vidi un uomo sotto al portone di Mino”. Un volto che Rosita Pecorelli riconosce nell’identikit che mostriamo e che ricorda di aver visto, quel giorno, in via Tacito e per ben due volte, a distanza di poche ore. Un volto che segnalò subito ai carabinieri e che riconobbe in un album fotografico. Eppure, tra verbali e interrogatori, non troviamo traccia delle sue dichiarazioni. Sembra scomparso anche l’identikit che il generale Antonio Cornacchia ci dice di aver fatto fare su indicazione del colonnello Antonio Varisco:

 

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