“Devo rispondere di concorso in strage…  Per aver dato supporto logistico…”. Il supporto logistico Gilberto Cavallini lo ha dato  a Valerio Fioravanti e a Francesca Mambro, i due leader dei Nar, i nuclei armati rivoluzionari, condannati all’ergastolo per la strage alla stazione di Bologna, dove il 2 agosto del 1980 una bomba uccise 85 persone e ne ferì oltre 200.  Gilberto Cavallini è il quarto uomo. Il quarto Nar che i giudici del capoluogo emiliano stanno processando per la strage. Il terzo è Luigi Ciavardini, ai tempi della lotta armata soprannominato Gengis Khan, condannato nel 2007 a 30 anni.

“La prescrizione purtroppo non è prevista  – ci dice al telefono l’ex terrorista nero  –  perché il reato, nella fattispecie, è di concorso in strage”.

Per questo Ciavardini  non ha fatto i nomi delle persone che lo ospitarono in quei giorni a ridosso del 2 agosto?

“Anche… Ma per me non se lo ricorda proprio… Meno male”.

Già,  “meno male”. Lo avranno pensato pure gli anonimi fiancheggiatori di Gengis Khan,  che dopo aver acceso un cero alla Madonna avranno ringraziato l’ex amico dalla memoria corta. Ma torniamo indietro a quei giorni d’agosto del 1980 per ricordare e capire cosa accadde. E per  dare un volto ai tre Nar già condannati e al quarto, Cavallini,  imputato, dallo scorso 21 marzo, in un processo che potrebbe (e dovrebbe) far luce sui mandanti dell’eccidio più sanguinario della nostra storia.  Perché a distanza di tanti anni una cosa sola  è certa: l’impunità di chi ordinò quella strage. Sugli esecutori ci sono sentenze  (e un’altra ne arriverà) da sempre, e da molti, messe in dubbio. Perché per la difesa della coppia Fioravanti e Mambro la mobilitazione è stata imponente. Persino Gennaro Mokbel in un’intercettazione parlando con Carmine Fasciani, boss di Ostia, si vantò dicendo “li ho tirati fuori io… tutti con i soldi mia, lo sai quanto mi so costati?… un milione e due… un milione e due”. Ovviamente Valerio Fioravanti smentì, e in un’intervista rilasciata a chi scrive chiarì subito che si trattava di lire e non di euro e che Mokbel altri non è che un mitomane.   Ma “mitomani” a parte, intellettuali, politici, storici  e quant’altro, sia dall’estrema destra sia dall’estrema sinistra, si sono schierati a difesa della coppia stragista caldeggiando la pista palestinese archiviata definitivamente  nel 2015 ed esclusa dal processo a Gilberto Cavallini. I giudici di Bologna hanno infatti rigettato la richiesta avanzata dai difensori dell’ex Nar di ascoltare Ilich Ramirez Sanchez alias “Carlos”, il terrorista detenuto in Francia. Ma sentiranno  Cavallini, l’imputato?

“Non so se ci andrò a Bologna… dipende anche da altri fattori”

Ma per difendersi, per dare la sua versione, non andrà in aula?

“Perché crede che servirebbe a qualcosa…  sì comunque in teoria andrò, la data dell’udienza non è stata ancora fissata”.

Probabilmente le chiederanno anche di quelle mille lire…

“Le mille lire sono degli anni ’80, quelle che dicono loro sono degli anni ’60, su una c’è Giuseppe Verdi sulla mia c’è Buonarroti quindi sono due mille lire completamente diverse… per cui è una bufala clamorosa”.

(Leggi l’articolo di Espresso)

Una fake news – stando all’ex terrorista nero –  propinata ai lettori dell’Espresso come il  mistero delle mille lire spezzate. Una bufala che Cavallini risolve in un secondo. Ma che noi di Estreme Conseguenze vogliamo capire meglio. Perché un mistero in effetti c’è, Buonarroti e Verdi a parte. Che poi dovrebbe essere Marco Polo se di mille lire si tratta. Comunque, tra la vasta documentazione raccolta su Gladio – la struttura segreta della Nato destinata ad attivarsi solo in caso di invasione sovietica   –   risultano esserci  numerose banconote da mille lire. Tutte spezzate. Quelle mezze mille lire sarebbero state utilizzate dai cosiddetti “gladiatori” per attestare l’appartenenza all’organizzazione e per avere accesso ai vari arsenali. E tra gli effetti personali sequestrati nel covo di Cavallini c’è un reperto catalogato come 2/25 corrispondente a una mezza banconota con un numero di serie che terminerebbe con 63. Due numeri presenti in un’altra mille lire, anche questa tagliata,  rinvenuta fra le tante sequestrate e repertate nelle inchieste su Gladio. Certo, sarà difficile collegare Cavallini a Gladio partendo da una  banconota. Ancora più difficile collegarlo a Licio Gelli e alla P2. Praticamente impossibile  provare la complicità di parti dello Stato nella strage alla stazione.

“Se venissero però confermati  i versamenti di Gelli, quelli che il Venerabile avrebbe fatto dalla Svizzera ai terroristi neri,  allora  il livello   sarebbe più alto”. A dirlo è Paolo Bolognesi, il presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime del 2 agosto 1980, che fa  riferimento a un documento classificato come “piano di distribuzione di somme di denaro” sequestrato all’epoca al padre della P2 e dimenticato fra altre carte.  Il documento denominato “Bologna – 525779 XS” porterebbe  a un conto svizzero   di  Licio Gelli, deceduto nel marzo del 2015. Da quel conto sarebbero usciti svariati milioni di dollari   proprio nel periodo della strage e dei depistaggi, tra il luglio del 1980 e il febbraio del 1981. “Si passerebbe a un livello internazionale – continua Bolognesi – perché i soldi del conto svizzero erano di Roberto Calvi (il presidente del Banco Ambrosiano ucciso a Londra nel 1982) e fu lo stesso banchiere a dire di avere una registrazione in grado di confermare che erano arrivati dollari da un servizio segreto americano per finanziare chissà quale operazione”.

Ipotesi, indagini  e un processo ancora in corso. Tutto però sembra andare verso uno scenario che vuole il venerabile Licio Gelli nei panni del finanziatore dei terroristi neri e i Nar nel ruolo di killer ed esecutori. A meno che non si voglia andare oltre, a quei soldi arrivati chissà da quale servizio segreto americano. A quel punto si potrebbe finalmente confessare che Ordine Nuovo del Veneto è stata una struttura clandestina dello Stato che faceva riferimento ai comandi militari americani di stanza a Verona. Ovviamente nessuno lo dirà mai. Men che meno Gilberto Cavallini.

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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