In rete e nelle sale ‘Sulla mia pelle’, il film su Stefano Cucchi. EC ha intervistato la sorella Ilaria

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 13 settembre 2018
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Su Netflix è già disponibile, dal 12 settembre. Lo si può vedere sul grande schermo, in una novantina di sale in tutta Italia. E’ il film ‘Sulla mia pelle’ di Alessio Cremonini, con una prova attoriale di Alessandro Borghi che ha lasciato tutti senza fiato. Chi scrive ricorda bene quei giorni in cui le agenzie battevano le prime notizie sulla morte di Stefano Cucchi. Le battute di qualche ministro dell’epoca “un drogato che si è sentito male, forse caduto dalle scale”. Con il direttore di CNRMedia di allora, William Beccaro, dopo aver parlato con l’avvocato della famiglia Fabio Anselmo e con Ilaria Cucchi decidemmo, su loro invito, di pubblicare le prime foto del corpo di Stefano. Nove anni dopo questa nuova avventura editoriale che è EstremeConseguenze si intreccia ancora , per caso, con la storia di Stefano, nel giorno in cui in 190 paesi del mondo conosceranno la sua vicenda.

Ilaria Cucchi parla con lo stesso tono deciso e battagliero di allora, per fortuna nella sua voce c’è meno angoscia. Ma non meno dolore.

“Sicuramente molto emozionata – dice Ilaria Cucchi a EC – mi emoziona rivedere in quelle immagini mio fratello. Questo film me lo fa rivedere in vita. Emozionante ripercorrere il calvario di quei giorni. Emozionante poi perchè è una denuncia sempre viva. Il film racconta una verità negata per anni, verità che a noi era parsa evidente fin da subito. È un riconoscimento alla battaglia che la mia famiglia, insieme al l’avvocato Anselmo, abbiamo condotto per tutti questi anni. È il simbolo della volontà di non arrendersi mai davanti alle ingiustizie. In tanti hanno criticato questo film senza averlo mai visto e mi riferisco ad alcuni sindacati di polizia. Ma è basato su atti processuali, non è una invenzione… la verità è chiara. E terribile. Sarà visto in 190 paesi del mondo, è un fatto clamoroso. Un fatto importante. Non perchè Stefano debba diventare famoso, tantomeno sua sorella, ma perchè Stefano è un simbolo. È un film molto attuale anche rispetto alla situazione che viviamo quotidianamente, dove i diritti umani sembrano sacrificabili in nome di interessi superiori”.

D-Ci ritroviamo dopo nove anni, fummo i primi a pubblicare le foto del corpo martoriato di Stefano su CNRMedia. Fu una decisione difficile, immagini agghiaccianti. Tu e l’avvocato Anselmo ci diceste ‘pubblicatele’.

Ilaria Cucchi – “La pubblicazione delle foto su CNRMedia fu la svolta, è stata fondamentale. Se non avessimo preso quella decisione, sofferta e penosa, probabilmente non sarebbe mai esistito un ‘caso Cucchi’ . Questa è una seconda violenza che lo Stato commette a famiglie come la nostra, uno Stato che non giudica mai se stesso e mette i familiari delle vittime nelle condizioni di dover affrontare una vera e propria battaglia, senza nemmeno aver modo di vivere un lutto come ogni famiglia dovrebbe poter fare. In questi anni ho imparato quanto il ruolo dei mezzi di informazione sia fondamentale, sono contenta che oggi ci sia anche EstremeConseguenze”.

D-Cucchi non è l’unico caso. Ci sono tanti casi aperti di morti sospette in carcere, di percosse. Suicidi. Stiamo lavorando come redazione su diverse vicende, sulle condizioni di vita nei penitenziari italiani. Questo film cosa rappresenta per chi non ha voce?

Ilaria Cucchi – “Questo non è un film per Stefano, è un film per tutti gli ‘di Stefano’ d’Italia”.

D-Il Ministro Salvini ti ha poi chiamato, come aveva dichiarato?

Ilaria Cucchi – “No, non l’ho sentito ma ha detto una cosa molto importante, ha detto che chi si macchia di questi gesti violenti e indossa una divisa deve pagare il doppio, Mi auguro che sia cosi. Siamo in una fase delicatissima del processo. Stanno emergendo novità in continuazione. La cosa che mi sconvolge, da cittadina, è che oggi sappiamo chi sono i responsabili del pestaggio. Persone che si sono nascoste per anni e che hanno consentito che altri pagassero per loro. E a nascondersi non sono stati solo i diretti interessati ma anche, ed è peggio, i loro diretti superiori. Per anni queste persone hanno taciuto, sapevano tutto, e hanno lasciato per nove anni una famiglia a combattere da sola, disperatamente alla ricerca della verità. Un processo sbagliato, con imputazioni e indiziati sbagliati, un processo dove i verbali di servizio sono stati fatti riscrivere perchè troppo dettagliati sulle condizioni di mio fratello. I superiori di questi carabinieri sapevano, sapevano fin da allora, e hanno taciuto. Credo che nessuna famiglia meriti un trattamento del genere”.

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Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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