MSF: “A Moria è emergenza umanitaria, fate qualcosa”

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 17 settembre 2018
13 minuti

C’è un campo di concentramento in Europa che si chiama Moria dove 9mila persone lottano ogni giorno per sopravvivere. “Siamo all’emergenza umanitaria. aiutateci. parlatene. Ci sono bambini che tentano il suicidio. Le persone sono allo stremo. Anche gli operatori umanitari non ce la fanno più.” EC, grazie alla collaborazione di Valentina Tamborra, ha raccolto la testimonianza di Luca Fontana, coordinatore dei progetti di Medici Senza Frontiere a Lesbo. Un bagno ogni 50 persone nel campo, uno ogni 100 nell’Olive Grove, l’accampamento di fortuna sorto intorno al campo dove si ammassano i nuovi arrivati. Chi è fortunato ha una tenda, per tutti gli altri una coperta. Forse. In queste ultime settimane circa 100 arrivi al giorno. Bambini e ragazzini che tentano il suicidio. “Dobbiamo smettere di parlare di rifugiati. Sono donne, uomini, bambini, madri, figli, padri, nonni, studenti, ingegneri, saldatori, idraulici, avvocati, insegnanti. Gente che aveva una vita normale, un lavoro, e hanno perso tutto. Persone”.

Intervista di Daniele De Luca e Valentina Tamborra, www.valentinatamborra.com.

Tutte le fotografie pubblicate sono stratte dal progetto “La Sottile Linea Rossa” in collaborazione con Medici Senza Frontiere

 

Questo l’articolo a firma di Valentina Tamborra per Estreme Conseguenze.

Giovedì 13 settembre, sull’isola greca di Lesbo, è nato un bambino.

È nato in una tenda piantata alla bell’e meglio nel campo Olive Grove, estensione non ufficiale del campo profughi di Moria. La madre, poco dopo il parto, ha cercato aiuto: il bimbo, nato prematuro, aveva il cordone ombelicale legato con dello spago. Sempre qui, nell’Olive Grove, è rimasto abbandonato in una tenda per quasi due mesi un bimbo di un anno e mezzo con il cranio fratturato per via dell’esplosione di una bomba in Siria. È stato spostato in un ospedale di Atene solo pochi giorni fa.

A raccontarmelo è Luca Fontana, coordinatore dei progetti di Medici Senza Frontiere a Lesbo, in una surreale intervista telefonica. L’Olive Grove, dove è nato il bimbo, è una collina di prato e ulivi, un prolungamento non ufficiale di Moria che però, ad oggi, viene a tutti gli effetti utilizzato come luogo dove piazzare i nuovi arrivi. Nel campo infatti, non c’è più posto. Così le persone che arrivano, quasi 100 al giorno ora, vengono abbandonate qui. Ai più fortunati viene consegnata una tenda, agli altri solo una coperta.

Nell’Olive Grove ormai gli alberi scarseggiano e quelli rimasti sono mutilati. Sì, perché nel tempo le persone che qui sono costrette a vivere ne hanno tagliato i rami, per scaldarsi e fronteggiare l’inverno che da queste parti porta con se pioggia, vento gelido e neve. Nel 2016 cinque persone sono morte intossicate da monossido di carbonio, perché nelle tende ci si scalda come si può. Oggi, mentre scrivo, sono passati 8 mesi dal giorno in cui per la prima volta ho messo piede nell’inferno di Moria. Otto mesi in cui la situazione è drammaticamente peggiorata, giorno per giorno. Definisco surreale la telefonata con Luca Fontana perché mi è quasi impossibile immaginare il peggioramento di ciò che, già lo scorso dicembre, era quanto di più vicino all’inferno si possa immaginare.

Fotografia del progetto “La Sottile Linea Rossa” in collaborazione con Medici Senza Frontiere.

 

Anzi, più che inferno, un limbo. Le persone presenti a Moria a dicembre 2017 erano circa 6.000, oggi siamo a 9.000 di cui 3.000 sono bambini. Terribili le condizioni all’interno del campo così come nell’Olive Grove: un bagno ogni 50 persone dentro Moria, uno ogni 100 nell’Olive Grove. 9.000 persone in un campo attrezzato per ospitarne non più di 2.000. E per queste 9000 persone il Ministero della Salute greco ha messo a disposizione un solo medico. I casi vulnerabili, anziani, bambini, donne incinte, restano qui anche mesi senza la necessaria assistenza. L’ospedale di Mitilene, capitale dell’isola, non è attrezzato per i casi più gravi ma nonostante le segnalazioni poco o nulla accade.

Nel gennaio 2018 si parlava di intensificazione dei trasferimenti verso Atene, ma vengono effettuati lentamente e in modo non sufficiente. All’inizio di settembre infatti hanno trasferito 300 persone ma, pochi giorni dopo l’annuncio, ne sono arrivate a Moria altre 300. Sarebbe necessario un trasferimento di almeno 1000, 2000 persone alla volta, andando avanti così infatti il campo non farà che peggiorare o nel migliore dei casi restare così com’è.

Fotografia tratta dal progetto “La Sottile Linea Rossa” in collaborazione con Medici Senza Frontiere.

 

 

Ma ciò che più preoccupa Luca è proprio il futuro prossimo: sono ricominciati i bombardamenti in Siria e si prevede un nuovo flusso di profughi da Idlib. A dicembre inoltre, ci saranno le elezioni in Repubblica Democratica del Congo e questo comporterà scontri e dunque fughe. Per non parlare dell’Iraq, dove le vessazioni economiche stanno obbligando gli afghani a migrare perché non sostengono il costo della vita.  Oggi la Siria, domani l’Iraq o la Repubblica Democratica del Congo, poi un altro paese: per quanto orribili possano essere le condizioni a Moria, o in altri campi profughi, le persone continueranno a scappare dalle persecuzioni e dalla fame.

Chiedo a Luca se possiamo parlare di emergenza umanitaria, mi risponde “come altro potresti definirla?”. Questa è una crisi umanitaria, mi dice, tutti gli standard proposti da UNHCR non vengono rispettati. Ci si chiede quale sia la soglia per il Ministero greco o per UNHCR per dichiarare lo stato di emergenza. Il rischio è di avere altre morti, o altri tentati suicidi, come quelli di qualche settimana fa, dove sono stati segnalati casi di tentato suicidio fra bambini. Questo accade in Europa, a pochi passi da noi. Attendere un’altra morte per vedere un cambiamento non è accettabile. Il livello di trauma e sofferenza a cui le persone che vivono a Moria sono sottoposte è inimmaginabile, intollerabile.

Luca, che ha lavorato anche sull’emergenza Ebola e di situazioni terribili ne ha viste e gestite tante, mi dice che questa è forse la peggiore con cui si è trovato a fare i conti. La clinica mobile di Medici Senza Frontiere visita circa 100/120 bambini ogni giorno, è stato anche istituito un servizio di salute mentale per i minori, con terapie di gruppo volte a supportare e aiutare a elaborare i traumi che questi bimbi vivono ogni giorno.

Fotografia tratta dal progetto “La Sottile Linea Rossa” in collaborazione con Medici Senza Frontiere.

 

Fotografia tratta dal progetto “La Sottile Linea Rossa” in collaborazione con Medici Senza Frontiere.

 

Ciò che davvero distrugge, a Moria, è l’assenza di speranza: sono moltissime infatti, le persone con problemi psicologici oltre che fisici. Attacchi di panico, crisi respiratorie da stress, tentativi di suicidio. Suicidio fra bambini – bambini che non dovrebbero neppure concepire l’idea della morte. Questa è la situazione attuale a Moria. Mentre l’Europa guarda da un’altra parte, mentre decidiamo di non far sbarcare persone in fuga, altre, già sbarcate, vivono un incubo perpetuo di cui non si intravede la fine.

Luca è arrivato a Moria nel gennaio 2018, poco dopo la mia partenza. Resterà qui sino alla fine di ottobre, poi verrà sostituito, ma Medici Senza Frontiere resterà qui almeno per un altro anno. Non è possibile infatti abbandonare un luogo dove il governo mette a disposizione un solo medico per 9.000 persone. Mi racconta, Luca, che su questo progetto ha avuto il maggior numero di operatori in burn-out rispetto a tutti gli altri progetti di Medici Senza Frontiere nel mondo. Il burn-out è una sindrome da stress lavorativo. Senso di frustrazione, esaurimento emotivo, depersonalizzazione, irrequietezza: tutte sensazioni con cui giornalmente si confronta chi opera a Moria.

Perché se è vero che Medici Senza Frontiere nasce per far fronte alle emergenze, è pur vero che l’emergenza per sua natura a un certo punto deve rallentare, placarsi e poi cessare. Ma qui a Moria l’emergenza fa rima con normalità: ogni giorno la situazione peggiora e non si vedono soluzioni. La prima domanda che mi sono sentita di fare a Luca è stata “Luca, come stai?”

Fotografia tratta dal progetto “La Sottile Linea Rossa” in collaborazione con Medici Senza Frontiere.

 

Perché è questa la questione alla base di numeri, etichette, decisioni politiche, prese di posizione: come stai, come stanno. Come stanno le 9.000 persone costrette in un limbo dopo essere fuggite da guerre, bombardamenti, persecuzioni, fame. Come stanno i bambini, che fra rifiuti, fango, violenza cercano di trattenere uno scampolo d’infanzia e quando non ci riescono, tentano di farla finita. Meglio chiudere gli occhi, smettere di vedere, smettere di soffrire. Come stai, se mentre cresci attorno a te tutto è filo spinato, mura e abbandono.

Come stanno quegli operatori che ogni giorno si prodigano, fanno del loro meglio, danno anima e corpo ma non gli viene data voce, o almeno non abbastanza. Perché loro gridano, ma nessuno risponde. Come stai Luca, come state ragazzi: mediatori, infermieri, logisti, medici, psicologi – che vorreste fare di più e che non basta mai. Come stiamo noi, il “resto del mondo” che guarda e non sa che fare. Torniamo a occuparci di persone, a guardarle in faccia. A ricordarci che dietro la disperazione, dietro la fuga, dietro gli sbarchi e le rotte della migrazione ci sono uomini e donne e bambini che hanno bisogno di aiuto, di essere accolti, sostenuti, visti prima di tutto, visti.

Quando i riflettori si spengono, i drammi rimangono e anzi peggiorano. Moria non è sparita: è sempre lì, proprio di fronte alle coste turche, e il suo dramma, come quello di altre isole greche ormai al collasso, continua. Luca e tutti gli altri operatori di Medici Senza Frontiere provano a gridare, a chiedere aiuto ma pare che nessuno riesca o voglia ascoltare la loro supplica.

 

Fotografia tratta dal progetto “La Sottile Linea Rossa” in collaborazione con Medici Senza Frontiere.

 

 

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Giornalista

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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