Per Ilva “licenza di uccidere”

Giornalista e scrittrice

Scrivi all'autore | Pubblicato il 20 settembre 2018
10 minuti

“Nell’accordo firmato con Mittal per la cessione dell’Ilva c’è un punto che riguarda la sospensiva: se  vengono fermati gli impianti, e la produzione, il contratto salta.  E il ricorso delle associazioni e dei cittadini di Taranto, indirizzato al presidente della Repubblica, contiene la richiesta di sospensiva”.

Massimo Ruggieri, presidente del movimento Giustizia per Taranto spera nel ricorso che comitati di cittadini e associazioni ambientaliste hanno presentato contro il Dpcm  del 29 settembre 2017 al capo dello Stato Sergio Mattarella, “il decreto del consiglio dei ministri permette allo stabilimento di continuare a inquinare per cinque anni oltre le misure normalmente consentite, ed è un periodo di tempo troppo lungo per una città come Taranto che da oltre 50 anni subisce emissioni fuori misura dell’enorme stabilimento costruito a ridosso del centro urbano”.

Il 29 settembre del 2017 il governo (lo ricordiamo) ha approvato una nuova Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) con cui autorizza la produzione del siderurgico di  Taranto alle attuali condizioni fino al 2023, quando le opere di bonifica e riduzione delle emissioni dovranno essere ultimate: “Intanto Mittal ha annunciato che aumenterà la produzione a 8 milioni di tonnellate l’anno –  ricorda il presidente di Peacelink, Alessandro Marescotti –   cui seguirà un aumento di polveri del 16%.  Mentre non ha ancora dichiarato  di quanto saranno tagliate (e se lo saranno) le emissioni non convogliate, come quelle della cokeria, che sono le più pericolose. La situazione è ancora peggiore per le emissioni di CO2 dall’Ilva – afferma ancora l’ambientalista –  Parliamo delle emissioni che provocano lo scongelamento dei ghiacci e l’innalzamento dei livelli dei mari, a causa del surriscaldamento climatico. E l’Ilva insieme alla centrale a carbone di Cerano è la maggiore fonte di emissione in Italia di CO2”.

Quindi l’Ilva non è solo un problema di Taranto, o della Puglia?  “Il fatto che siano i nostri figli i primi a morire non significa che non ci sia un danno altrove – riprende Massimo Ruggieri del movimento Giustizia per Taranto  –   I tagli promessi del 15% delle emissioni di CO2 non compensano assolutamente l’incremento produttivo del 66%,  da 4,8 a 8 milioni di tonnellate all’anno di acciaio liquido, incremento che il Ministero dell’Ambiente ha concesso. Una concessione arrivata a condizioni facilitate rispetto al piano ambientale precedente”.

L’Italia dovrebbe però tagliare le emissioni di CO2 del 33% entro il 2030, questo è l’obiettivo dell’Europarlamento per la nostra nazione. Ma al ministero dell’Ambiente non lo sanno?

Torniamo al ricorso. “Ha lo scopo – continua Ruggieri –  di dimostrare l’illegittimità di questo Decreto del presidente del Consiglio dei ministri… un ricorso costoso, sostenuto moralmente da tutti i cittadini di Taranto e, materialmente, dai comitati cittadini e dalle associazioni ambientaliste… Tutti hanno contribuito, con piccole e grandi somme, a quest’ultimo appello che  può salvarci da almeno altri cinque anni di inquinamento, malattia e morte che lo Stato ci impone”.

“Perché a Taranto –  sottolinea  Massimo Castellana, presidente dell’associazione Genitori Tarantini –  abbiamo trenta morti all’anno, questa la stima cautelativa che emerge dalle indagini della magistratura di Taranto. Cautelativa, perché i morti, purtroppo, sono di più.  Un limite invalicabile, per gli epidemiologi, è quello dei  cinque morti all’anno. Con cinque morti in più gli impianti di un’azienda devono essere fermati”. Ma questo al ministero dell’Ambiente non lo sanno?

“E’ irragionevole che la messa a norma duri così tanto – prosegue Castellana –  e che nel frattempo la popolazione sia esposta a un pericolo  e che tutto questo sia protetto da immunità penale. La magistratura non potrà intervenire. Con l’immunità la proprietà non risponderà di quello che accadrà fuori e dentro il siderurgico”.

Ma questo al ministero dell’Ambiente non lo sanno?  Evidentemente, no. Perché il corposo ricorso ha subito ottenuto l’opposizione di Ministero dell’Ambiente, poi del ministero dello Sviluppo e di Ilva. “Hanno fatto muro per fermarci. Per fermare un ricorso che ad oggi è la nostra ultima speranza – conclude Massimo Ruggieri –  Le controdeduzioni sono state scritte e firmate dal dirigente Giuseppe Lo Presti”.

Controdeduzioni che noi di Estreme Conseguenze abbiamo letto. In pochi minuti. Una  risposta di 13 fogli A4,  custodi di immobilità e inquinamento, privi delle parole “dovere”, “responsabilità”, “limite” e che non spostano di un millimetro il nulla fatto fino ad oggi. Che assolvono e addirittura giustificano chi punta ad aggravare una situazione già critica.  Portano la firma di Giuseppe Lo Presti. E’ il presidente dell’Osservatorio Permanente per il Monitoraggio dell’Attuazione del Piano Ambientale dello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto, nomina e piano voluti dal Dpcm del 29 settembre 2017. Lo stesso decreto che cittadini e associazioni hanno impugnato.

Giuseppe Lo Presti è la persona che, grazie al decreto,  ha il delicato compito di vigilare sul piano ambientale messo a punto per la città pugliese.  Un ruolo importante. Di grande responsabilità. E mai messo in discussione, nonostante il nome e la voce di Giuseppe Lo Presti (mai indagato) siano già presenti nel caso della Tirreno Power, la società partecipata dalla francese Gas de France e dall’italiana Sorgenia, la holding energetica fondata e controllata dalla famiglia De Benedetti fino al marzo 2015, e che detiene la centrale di Vado Ligure i cui fumi, stando a un’inchiesta della procura di Savona, hanno provocato la morte di migliaia di persone.

Nelle intercettazioni che riassumono le indagini dei carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Genova, Giuseppe Lo Presti parla liberamente (anche) della vicenda Ilva con i funzionari del ministero dell’Ambiente Antonio Melillo e  Antonio Fardelli. “Ma poi ci siamo evoluti rispetto all’Ilva… e su… facci una versione due punto zero”… “Dai mettigliela…mettigliela”. I signori   intercettati  parlano di una  norma ad hoc per consentire alle industrie di continuare a produrre pur in presenza di un atto di sequestro dell’autorità giudiziaria. E nelle intercettazioni spuntano frasi del tipo: “questa porcata”. “Non potrà mai essere pulita”,  “mi sento le mani lorde di sangue”. Anche Antonio Fardelli è, a tutt’oggi, membro dell’Osservatorio sul Piano Ambientale Ilva di Taranto. Lo Presti, dopo qualche settimana dall’intercettazione fu promosso dall’allora Ministro Galletti, da “Dirigente Divisione IV – Rischio rilevante e autorizzazione integrata ambientale Direzione generale per le valutazioni ambientali” a “Direttore Generale per le valutazioni e le autorizzazioni ambientali”. Questa nomina fu anche oggetto di dubbi da parte della Corte dei Conti, ma è in funzione di questa che oggi presiede l’Osservatorio per l’attuazione del Piano ambientale proprio dell’Ilva di Taranto.

Il ricorso delle associazioni tarantine rischia, davanti a cotanta opposizione,  di essere  rigettato. “Tanto un po’ di sangue in più su mani già lorde non fa alcuna differenza   –  accusa Massimo Ruggieri –  E sono in tanti ad avere le mani sporche del sangue dei nostri figli.  Sono state dimenticate le intercettazioni fra Girolamo Archinà, l’ex responsabile delle relazioni esterne dell’Ilva e Nichi Vendola, ex governatore della Puglia… d’altronde un morto in più o in meno.  Ci sono documenti che provano come già sapessero, fin dalle prime autorizzazioni, dei danni che quel mostro avrebbe causato: sono 60 anni che mangiano sull’Ilva… “.

Ma c’è la bonifica, e su quella non mangeranno, certo che no: “Rispetto al tempo dei Riva la magistratura avrà le mani legate per via dell’immunità penale concessa dal governo Renzi a chi gestisce l’Ilva. Un’immunità che hanno anche i commissari incaricati della bonifica.  E   accordata ai nuovi proprietari. D’altronde Mittal lo ha detto subito: senza immunità penale l’Ilva non la prendo”.

Per approfondimenti si vedano i seguenti link:

https://unitiperlasalute.blogspot.com/2016/10/da-il-fatto-quotidiano-galletti.html

https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-07-17/cosi-funzionari-dell-ambiente-volevano-aggirare-sequestro-063605.shtml

https://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/15/ilva-la-telefonata-choc-di-vendola-risate-al-telefono-per-le-domande-sui-tumori/776892/

 

 

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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