VIA D’AMELIO, 25 ANNI DOPO SANTINO ANCORA “MUTO STA’”

Giornalista e scrittrice

Scrivi all'autore | Pubblicato il 27 settembre 2018
11 minuti

A Caltanissetta è in corso il processo per il depistaggio nelle indagini sulla strage del 19 luglio 1992. Imputati i poliziotti accusati di aver imbeccato Vincenzo Scarantino e presenti quando fu interrogata la moglie del pentito Santino Di Matteo su una strana intercettazione. A distanza di 25 anni, quella frase registrata è ancora circondata da silenzi e “non ricordo”

“Si sono accaniti e non so  neanche il perché… hanno preso Giuseppe ma non è che io… avevano parlato anche gli altri, anche Gioacchino La Barbera… e Antonino, quello morto impiccato in carcere”.  Santino Di Matteo vive al nord ma ha ancora la Sicilia nell’accento. È stato uno dei killer di Capaci e stava raccontando ai magistrati della strage in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta Antonino Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, quando il figlio, Giuseppe Di Matteo, fu rapito. “Lo uccisero dopo 779 giorni di prigionia, lo strangolarono e lo sciolsero nell’acido. Era un picciriddu, aveva 13 anni. E loro delle bestie”, dice il padre Santino, collaboratore di giustizia dal 1993. “Mi volevano fermare prendendo Giuseppe”. Eppure stavano parlando anche Gioacchino La Barbera e Antonino Gioè, entrambi esecutori della strage di Capaci. Il primo è ancora vivo, fra interviste e ritrattazioni, l’altro – uomo d’onore della famiglia di Altofonte in contatto con il neofascista Paolo Bellini – fu ritrovato cadavere nel carcere di Rebibbia il 29 luglio del 1993.”Leoluca Bagarella aveva due pentiti in casa sua, perché non se la sono presa con loro?”. Già, perché?  Perché accanirsi su Santino Di Matteo. Su quel figlio bambino.

Cosa sapeva, Santino?
“Sapevo quello che sapevo”.

C’è un’intercettazione con sua moglie…
“Non è vero niente. Non avevo fatto nessuna cosa con nessuno. Quello che sapevo l’ho detto. Loro lo sanno, e sanno tutto. Di intercettazioni ce ne sono a migliaia. Di imbroglionerie. So come funzionava, una parola detta male una detta bene. Non mi interessa, neanche lo voglio sapere”

È in corso il processo ai tre poliziotti accusati di aver imbeccato il falso pentito Scarantino…
“Di imbrogli ce ne sono stati… meglio lasciare il mondo com’è. Scarantino ha detto menzogne per vent’anni. Abbiamo detto che non faceva parte dell’organizzazione. Che rubava autoradio e macchine… ma sono andati avanti. Hanno costruito un castello, e oggi la verità viene a galla”.

Da quell’intercettazione sembra che lei sappia qualcosa di più della strage di Via D’Amelio…
“No, e l’ho sempre detto: chi ha fatto la strage di Capaci ha fatto anche quella di via D’Amelio, manca qualche soldato. E avevo ragione, mancavano i Graviano. Dissi dei telecomandi. Nelle nostre dichiarazioni c’era tutto, il processo (per via D’Amelio) si poteva fare all’inizio, mentre si stava facendo quello per la strage di Capaci”.

Santino Di Matteo parla del confronto col falso pentito Scarantino. Un confronto fatto pure da Gioacchino La Barbera e da Salvatore Cancemi.  Ricorda il figlio. Ricorda la strage di Capaci. Ma non parla di quell’intercettazione agli atti dell’inchiesta denominata “via D’Amelio-quater”. Che a sentirla – e a leggerla – fa pensare a un qualcosa di non detto. Un’intercettazione mai spiegata dal collaboratore registrato negli uffici della Dia durante un incontro con la moglie, Francesca Castellese, subito dopo il sequestro del piccolo Giuseppe.  La signora, per salvare il  figlio, invita il marito a non collaborare più, a “tapparsi la bocca”. Ad un certo punto dice: “… tu devi pensare alla strage di Borsellino, a Borsellino c’è stato qualcuno infiltrato che ha preso… capire se c’è qualcuno della Polizia infiltrato pure nella mafia…”.

L’intercettazione è del 14 dicembre ’93. Francesca Castellese sarà interrogata per quella frase dai pm Carmelo Petralia e Nino Di Matteo il 29 ottobre del 1997 (proc. n. 271/97 mod. 44). Ad assistere i due magistrati in questo importante interrogatorio ci sono Michele Ribaudo e Giuseppe Di Gangi del gruppo Falcone-Borsellino e il funzionario Mario Bo. La frase è pesante come un macigno. Ma la signora non rammenta di averla detta e, con un semplice “non ricordo”, tutto si chiude.

Sono passati 21 anni da quell’interrogatorio. E a Caltanissetta è in corso il processo per il depistaggio nelle indagini sulla strage di via D’Amelio che vede imputati con l’accusa di concorso in calunnia proprio Mario Bo e Michele Ribaudo oltre a un terzo poliziotto,  Fabrizio Mattei. Tutti e tre nel gruppo di investigatori guidati da Arnaldo La Barbera, il Capo della Squadra mobile, che aveva già intrattenuto un rapporto di collaborazione “esterna” con il Sisde (dal 1986 al marzo 1988), con il nome in codice “Rutilius”, mentre dirigeva la Squadra Mobile di Venezia, nel periodo in cui la  mala del Brenta di Felice Maniero sequestrò le ossa di Santa Lucia (dopo presero pure quelle di Sant’Antonio) per trattarne la restituzione. Altra storia, altre trattative.

Torniamo in Sicilia, al processo in corso a Caltanissetta per il depistaggio nelle indagini sulla strage in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina. Secondo la procura nissena sarebbero stati i poliziotti guidati da La Barbera (deceduto nel 2002) a “dirigere” le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, un ladruncolo che i tre imputati avrebbero fatto passare, intenzionalmente, per grande pentito. Due di quei poliziotti erano presenti quando Franca Castellese fu interrogata su quell’intercettazione. Lo abbiamo già scritto, certo. Lo ripetiamo. E precisiamo: fu per puro caso. Non per altro.

Per le false accuse del “pupo vestito” (come lo stesso Scarantino si è definito) in carcere, con una condanna all’ergastolo e con l’infamante accusa di aver ucciso Paolo Borsellino, ci finirono sette innocenti scagionati solo nel 2008, dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza,  un vero pentito. Che folgorato come San Paolo sulla via di Damasco, dopo 11 anni di strazio e preghiere, si autoaccusa della strage. Dice di aver rubato lui la 126 imbottita di tritolo e fatta esplodere in Via D’Amelio. L’ex fedelissimo dei fratelli Graviano svela il depistaggio. Si scopre che Scarantino era un poveraccio qualsiasi che, come sapevano tutti fin dall’inizio, campava rubando auto e vendendo sigarette di contrabbando e qualche dose.  Ma chi imbeccò Scarantino come faceva a sapere dell’auto? Come faceva a sapere tanto della strage raccontata solo 11 anni dopo da Spatuzza?

Dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, per la strage di via D’Amelio sono stati condannati all’ergastolo i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino, e a dieci anni gli altri due falsi pentiti, Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Prescrizione invece per il pupo vestito-Scarantino.

Francesco Andriotta, ex compagno di cella di Scarantino, dopo vent’anni, ammette che le sue accuse gli furono suggerite dai poliziotti. Anche Salvatore Candura, il terzo pentito sostenitore  della “tesi Scarantino”,  afferma di essere stato costretto a mentire. Dice addirittura che fu Arnaldo La Barbera a suggerirgli quelle menzogne.

Lei lo conosceva Arnaldo La Barbera?
“Lo conoscevo come poliziotto, certo. Gli altri due? Non me li ricordo”.

Perché qualcuno imbeccò Scarantino?
“Non mi interessa e neanche lo voglio sapere”

Ma furono condannati degli innocenti
“C’era un cognato di Scarantino che faceva parte della famiglia della Guadagna. Quando mi interrogarono lo dissi che era legato a Stefano Bontade. Aveva fatto pure degli omicidi”. Innocenti per la strage. Ma mafiosi. Come Salvatore Profeta, il cognato di Scarantino, ucciso da un infarto lo scorso 19 settembre nel carcere di Tolmezzo dove era detenuto per mafia. Gli altri presenteranno il conto allo Stato per i 20 anni passati in carcere, in regime di 41 bis. Si sono costituiti parte civile nel processo per il depistaggio in corso a Caltanissetta. Una scelta legittima che sa di assurdo. Strano  che dei mafiosi chiedano un risarcimento allo Stato per una strage che ha come esecutori uomini di Cosa Nostra. Offensivo che siedano dalla stessa parte dei danneggiati, accanto ai tre figli e al fratello del giudice Borsellino.

Intanto  Santino Di Matteo ci dice di Brusca “un vigliacco che aveva paura pure della sua ombra. Non credo al suo pentimento. Se lo trovo lo ammazzo con le mie mani”. Ci dice di Matteo Messina Denaro: “Lo conosco era con noi quando ci fu la guerra di Alcamo. Con le intercettazioni, gli ambientali, i telefoni sotto controllo questo (Matteo Messina Denaro) usa le persone, le usa come pizzini. Sarà messo (nascosto) in qualche famiglia, a Castelvetrano, e passerà un tanto al mese. Così sta tranquillo e beato”

Quindi è rimasto in Sicilia…
“E dove va? Castelvetrano è un posto sicuro per lui… Non uscirà mai per farsi fregare. Se lo prendono ha una sola strada: o collabora o buttano la chiave”.

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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