GUARDIE ARMATE

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 03 ottobre 2018
8 minuti

Non succedeva dal 2013: il numero dei detenuti nelle carceri italiane è tornato sopra quota 60mila. La capacità è di 50mila. “No ai taser” dice il Garante dei Detenuti. “Si li vogliamo e anche celle punitive” dice il sindacato agenti penitenziari Sappe. Intanto i dati sulla popolazione carceraria ridefiniscono un ‘allarme criminalità’ degli stranieri.

Dopo 5 anni di progressivo calo le carceri italiane tornano a scoppiare. A ottobre saranno 60mila i detenuti negli istituti italiani, a fronte di una capacità complessiva di 50mila posti. Pesano le mancate riforme degli ultimi anni e il sempre minor utilizzo di pene alternative. Pesa anche un clima diverso nella società, decisamente più ‘punitivo’. Al 30 settembre i detenuti ufficiali erano 59.275. In media ne entrano 500 in più al mese. Il calcolo quindi è presto fatto, ottobre 2018 segna un tasso di occupazione dei posti negli istituti penitenziari come non si vedeva dal 2013. Va ricordato che sempre nel 2013 l’Italia venne condannata dalla Corte di Giustizia Europea per violazione dei diritti umani. Strasburgo diede ragione al ricorso di alcuni detenuti che lamentavano le condizioni di vita nelle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza dove le persone vivevano in meno di quattro metri quadrati a testa.

Un tasso di ‘occupazione’ del volume delle celle che con l’aumento dei detenuti non potrà che tornare a crescere. Intanto si accende, anche in vista di un autunno particolarmente difficile nei nostri istituti, il dibattito sull’utilizzo dei taser elettrici che il Decreto Sicurezza del Ministro Salvini introduce in via sperimentale anche nelle carceri

“La visione del taser nelle carceri nasce dall’idea di un luogo dove è necessario intervenire con durezza nei confronti del detenuto, dalla visione di carcere come luogo esclusivamente punitivo, ed è l’idea che oggi ‘passa’ nell’opinione pubblica e non solo” – dice a EC il Garante Nazionale delle persone private di libertà Mauro Palma – “è una visione d’insieme che dice molto del periodo storico che stiamo vivendo. Ultimamente si sono sdoganate alcune espressioni e alcuni comportamenti che fino a poco tempo fa erano impensabili. Questo vale anche per il carcere dove termini come ‘buttiamo la chiave’ o ‘lasciamoli marcire’ sono quotidiani. Le persone ragionano come se tutti i detenuti fossero condannati all’ergastolo. Non è così.. le persone escono dal carcere. Come è giusto che sia. Tolti i 1.100 ergastolani, quasi tutti italiani tra l’altro, tutti gli altri 59 mila prima o poi escono. Il reinserimento sociale è un compito fondamentale del carcere. Nessuno piò ‘buttare via la chiave’. Sono frasi pericolose, perchè abituano le persone a pensare che le difficoltà, i reati, debbano essere nascosti e che soprattutto siano tutti fatti esclusivi dei singoli. Non è mai così, i reati li fanno i singoli ma riguardano tutti. Non sono personalmente spaventato dal taser in quanto tale, anzi, mio primo rapporto sui taser è di 10 anni fa, li conosco bene. Ma il taser è un’arma e non si portano armi in carcere. E se poi il detenuto riesce a impossessarsene? Non è questione di contenimento. In tutte le carceri ci sono armerie pronte per estremi di rivolte, sotto il controllo del direttore. Se all’interno dell’armeria, tra tutte le armi possibili, ci sono anche i taser, va bene. Ma se immaginiamo il taser come strumento quotidiano, come un’alternativa al manganello allora sono totalmente contrario e l’Europa ha dato indicazioni in questo senso nettamente negative”.

Anche per l’associazione Antigone il taser è “inutile, pericoloso, nonché vietato dagli organismi internazionali” scrive Patrizio Gonnella. “In carcere ci vogliono pazienza, dialogo, esperienza, comunicazione e non scariche elettriche. La gran parte degli operatori ha straordinarie capacità professionali e i conflitti li risolve senza aver bisogno del Taser che invece andrebbe ad aumentare i conflitti. In carcere bisognerebbe avere più operatori sociali, più psicologi, più mediatori, più medici, più direttori. Finanche più giovani poliziotti. Ma meno armi. Questa è l’idea costituzionale della pena. Sopratutto per chi lavora in carcere, come gli agenti penitenziari. Cosa succede se un detenuto si impadronisce del taser?”

Di parere totalmente opposto Donato Capece, segretario del Sindacato Agenti Penitenziari SAPPE. “Basta con le aggressioni ai nostri danni – dice Capece a EC – nel 2015 4.488 colluttazioni ai danni degli agenti penitenziari, nel 2017 oltre 7mila, oggi 2018 siamo già a 3.500. Un bollettino di guerra. Il taser è uno strumento di dissuasione importante, lo vogliamo fortemente. La situazione nelle carceri continua a peggiorare e chi aggredisce un agente penitenziario di fatto non subisce conseguenze. Scaricano su di noi tutte le tensioni. Siamo aggrediti tutti i giorni. Vogliamo nuove regole di ingaggio, vogliamo che siano puniti. Per esempio, in Sardegna ci sono 800 posti liberi nelle celle. Che siano mandati lì quelli che si macchiano di un’aggressione a un agente”.

I dati sulla popolazione carceraria smentiscono un ‘allarme stranieri’

Secondo i dati del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria aggiornati al 30 settembre 2018 su 59.275 detenuti nelle carceri (al 3 ottobre siamo già a 60mila), 20.098 sono stranieri. Vediamo i reati:

-legge droga – 20.525 italiani ;  7.659 stranieri

-contro patrimonio – 32.807 italiani; 9.176 stranieri

-contro persona – 23.341 italiani; 7.244 stranieri

-416bis (mafia) – 7.245 italiani; 91 stranieri

(NB:La numerosità indicata per ogni categoria di reato corrisponde esattamente al numero di soggetti coinvolti. Nel caso in cui ad un soggetto siano ascritti reati appartenenti a categorie diverse egli viene conteggiato all’interno di ognuna di esse. Ne consegue che ogni categoria deve essere considerata a sé stante e non risulta corretto sommare le categorie di reati tra loro. Si è in carcere, quasi sempre, per più reati (esempio: droga e contro patrimonio)

Qui tutti i dettagli

Un recente studio di ‘Open Migration’ mette l’accento su alcuni aspetti interessanti: gli stranieri commettono reati meno gravi degli italiani, ma vanno in carcere con più facilità; per gli stranieri la misura della carcerazione preventiva è superiore; al crescere della gravità del reato diminuisce l’incidenza della componente straniera. All’aumentare della pena inflitta infatti (e dunque della gravità del fatto commesso) corrisponde una diminuzione della percentuale degli stranieri in generale sulla popolazione carceraria totale; questi passano infatti dall’essere circa il 46 per cento dei detenuti condannati a meno di un anno a circa il 6 per cento del totale di quelli condannati all’ergastolo.

Situazione carcere per carcere qui

Ci sono alcune criticità che spiccano su altre:

Teramo: 255 posti disponibili, 380 detenuti

Benevento: 261 posti per 395 detenuti

Poggioreale: 1.659 posti per 2.200 detenuti

Bologna- D’Amato: 500 posti pe 800 detenuti

Ferrara: 244 posti per 366 detenuti

Rebibbia: 1.178 posti per 1.482 detenuti

Marassi: 546 posti per 729 detenuti

San Vittore: 828 posti per  1.049 detenuti

Busto Arsizio: 240 posti per 421 detenuti

Lecce: 610 posti per  1.008 detenuti

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Giornalista

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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