‘Sarà il Caos’. L’odissea dei migranti raccontata in presa diretta

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 03 ottobre 2018
14 minuti

Presentato al Milano Film Festival ‘It Will be Chaos’, un documentario di Filippo Piscopo e Lorena Luciano che racconta due storie di migrazione, dall’Eritrea e dalla Siria. Prodotto da HBO, 5 anni di lavorazione, racconta la realtà quotidiana di due cittadini stranieri come altre migliaia di ‘invisibili’, gente che mentre scriviamo questo articolo forse sta annegando silenziosamente nel Mediterraneo.

Estremeconseguenze ha intervistato Lorena e Filippo.

Miglior Regia al festival di Taormina e in concorso ai prossimi David di Donatello 2019, Sarà il caos è un film documentario sulla crisi migratoria prodotto da HBO e realizzato da Lorena Luciano e Filippo Piscopo nell’arco di 5 anni. Sbarca al MilanoFilmFestival proprio nel giorno in cui il sindaco di Riace, comune della locride che in questi anni è stato capace di inventarsi un modello unico di integrazione, viene arrestato per ‘favoreggiamento di immigrazione clandestina’.  La crisi raccontata dai due registi è la crisi di tutti: dei rifugiati, delle popolazioni delle comunità di frontiera, delle piccole amministrazioni locali e dei governi. Il documentario è girato tutto ad altezza d’uomo, cinema verità, senza voce fuori campo, con un ritmo che diventa vorticoso man mano che la crisi cresce e l’emergenza diventa la norma. Aregai, in fuga dalla dittatura eritrea, dopo essere sopravvissuto al Sahara si imbarca nella rischiosa traversata del Mediterraneo. Gettato dai trafficanti su un barcone libico diretto in Europa nella notte del 2 Ottobre 2013, prima dell’alba vive in prima persona l’immensa tragedia del naufragio perdendo i tre cugini che viaggiavano insieme a lui e vedendo morire altri 364 connazionali inghiottiti dal mare a poche centinaia di metri da Lampedusa. Salvato in extremis dai fratelli pescatori Colapinto, Aregai vive solo per poco l’illusione di essere libero. Realizza presto di essere caduto nelle maglie di un sistema migratorio allo sfascio e che l’unica via d’uscita è fuggire verso il nord Europa. Centinaia di chilometri più a oriente, a Smirne, dopo essere fuggiti da una Damasco piegata dalla guerra, i Siriani Wael e Doha si imbarcano con i loro quattro figli su un piccolo gommone alla volta della Grecia, punta di un iceberg rispetto all’impresa che li aspetta: la traversata dell’intero corridoio balcanico dalla Grecia fino in Germania attraverso nove paesi diversi. Sarà il caos fotografa l’intera odissea del viaggio degli Orfahli alternando i registri del road movie a quello del ritratto intimo di vite in transito.

Il film, dopo una serie di festival, è uscito negli USA a giugno in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato ed è stato distribuito in tutto il mondo.

Lorena e Filippo vivono da anni a New York. EC li ha intervistati.

Filippo Piscopo

Lorena e Filippo, come è nata l’idea di questo documentario?

“Durante la Primavera Araba del 2011 – spiega Filippo – migliaia di migranti provenienti dal nordafrica arrivano sulle coste di Lampedusa in quello che i mass-media battezzano come uno ‘Tsunami’ di ‘clandestini’.   Ci colpiscono i toni populisti che fanno eco a certa propaganda americana che grida all’invasione degli USA dal Messico. Lampedusa e la crisi arrivano anche sulle prime pagine dei giornali e TV americane. Le immagini dei barconi carichi di uomini e donne in fuga verso l’Italia sono dappertutto. Per mesi le notizie si fermano agli sbarchi, senza un prima e senza un dopo. Decidiamo di partire per Lampedusa per capire cosa succede dopo gli sbarchi”. “Sull’isola-frontiera più a sud d’Europa – racconta Lorena – troviamo una situazione complessa, un microcosmo variegato composto da pescatori costretti a salvare I nuovi arrivati da morte sicura salvo essere incriminati per aver favorito l’immigrazione clandestina, un’amministrazione comunale affaticata da un governo che  usa l’isola come ricatto all’Europa, e immigrati lasciati a languire nel centro di detenzione.

Come possiamo raccontare una storia che sia ancorata al reale ma che sopravviva alla cronaca e abbia una portata più ampia delle 7 miglia quadrate di Lampedusa?

“Quando nel 2013 incontriamo Aregai, sopravvissuto al terribile naufragio del 3 ottobre grazie a una famiglia di pescatori, capiamo che la sua storia ci può dare l’occasione di diventare polifonici, di parlare di un dramma individuale e collettivo al tempo stesso, e di spaziare geograficamente da Lampedusa ad altre realtà di frontiera”.

Lorena Luciano

Perché lo avete fatto?

“Ci appassiona il cinema che cattura scene intime e inaspettate, che fa parlare le persone, le interazioni, le collettività spesso dimenticate ma che hanno una forza fuori dal comune. Volevamo raccontare la forte crisi di identità che il nostro paese di origine stava affrontando e riportarla a misura d’uomo.  Il ‘road movie’ che abbiamo realizzato è stato l’occasione per riscoprire il nostro paese di origine con occhi nuovi, e forse la distanza ci ha permesso di connettere attraverso la forza del cinema-verità persone e situazioni apparentemente lontanissime come Riace e Smirne, Lampedusa e la periferia di Roma, l’Eritrea e la Siria. Non potevamo rimanere spettatori, dovevamo partecipare in prima persona per raccontare con il documentario una storia di resilienza non solo dei rifugiati che rischiano la vita per portare in salvo le proprie famiglie, ma anche quella di un microcosmo vitale di sindaci di piccoli comuni, pescatori, piccoli grandi eroi che ci insegnano a guardare in modo diverso uno dei più grandi temi del nostro presente, e a fare qualcosa, optando per aprire I porti anziché erigere barricate e fili spinati”.

Cosa ha significato seguire il viaggio di una famiglia siriana in fuga dalla guerra? Intendo il costo umano da parte vostra, le difficoltà logistiche, le barriere (non solo linguistiche e culturali, evidentemente…) quale è stato il momento peggiore?

“Nel 2015, ormai in fase di montaggio,  – spiega ancora Lorena – veniamo contattati da una funzionaria delle Nazioni Unite, Sara Bergamaschi, che diventerà produttrice associata del film, la quale ci propone di seguire una famiglia siriana in attesa di attraversare l’Egeo per arrivare in Grecia. Sei mesi prima, Sara aveva già aiutato un altro membro della famiglia Orfahli, Thair, il fratello minore del nostro co-protagonista Wael, a mettersi in salvo in Germania.  Ci imbarchiamo così in un viaggio filmico straordinario per seguire Wael, Doha e i loro quattro figli mentre attraversano la rotta balcanica per arrivare salvi in Germania. Un viaggio fatto a piedi, sui treni dei rifugiati, nelle tende dei volontari assieme a un milione di migranti nel pieno dell’ennesima crisi umanitaria. Grazie ad un lavoro di squadra molto affiatato con il nostro collega filmmaker Niccolò Bruna e con la stessa Sara Bergamaschi, riusciamo ad instaurare un rapporto di fiducia reciproca con la famiglia Orfahli per cui le barriere cadono, il nostro e il loro viaggio diventano un tutt’uno, nonostante le sfide logistiche. Wael e famiglia, come tutti i richiedenti asilo con risorse limitate, devono muoversi in fretta, viaggiano di giorno e di notte saltando da un treno ad un autobus. Non possono richiare di rimanere senza soldi e incastrati in un paese nel quale non vogliono stare. Dobbiamo adattarci ma è arduo perché non c’é il tempo fisico di ricaricare le batterie, scaricare il materiale che abbiamo girato, spesso non riesce a riposare più di un paio d’ore per notte”.

“Sarebbero tante le storie da raccontare – continua Filippo –  ma a noi interessa concentrare la narrazione sul microcosmo familiare: cosa passa per la testa di un padre che decide di lasciare alle spalle una vita confortevole per salvare i figli dalle bombe mettendoli su un gommone in direzione di un’Europa che non li vuole? Il momento di più alta tensione è quando Wael vuole imbarcarsi a tutti i costi sul gommone per passare il tratto di Mediterraneo che separa la Turchia dalla Grecia. Il tempo è brutto e il mare è molto mosso. Wael, sotto un’enorme pressione, parte lo stesso e imbarca l’intera famiglia su un gommone che avrebbe potuto essere loro fatale. La traversata, che seguiamo via messaggi Whatsapp, è da palpitazioni, siamo terrorizzati all’idea che quel viaggio in mare possa andare storto come è successo a molte famiglie che si sono avventurate su quel pericolosissimo braccio di mare dell’Egeo …”

Riace – rifugiato somalo

Quale sperate sia la reazione dello spettatore al vostro lavoro?

“La speranza è che lo spettatore  – come è già successo in molte proiezioni negli USA – colga la normalità dei nostri personaggi, ci si identifichi e colga la dimensione ad altezza d’uomo del film, la sua portata più ampia, la sua valenza universale, come per tutte le storie che vogliano sopravvivere alla contemporaneità. Ma soprattutto speriamo che lo spettatore sia spinto a fare qualcosa, ad attivarsi, in qualunque settore operi, per pronunciarsi e stimolare dibattito su un tema importante come l’immigrazione”.

Cosa c’entra l’America profonda con il Mediterraneo?

“I paralleli con l’America profonda sono tanti.  Se in Arizona i migranti dal Centro America vengono separati dai propri figli o muoiono di sete nel deserto, nel Mediterraneo i rifugiati sono malmenati in Libia e annegano nel Mediterraneo. Se in Europa ci sono i Salvini e gli Orban, in America ci sono i Trump e i Bannon. La geografia è diversa, ma la portata della tragedia migratoria e del suo uso a fini elettorali sono molto simili anche a distanza di un oceano”.

A chi in particolare vorreste mostrare il vostro lavoro?

“Vorremmo mostrarlo alle comunità rifugiati per renderli coscienti della loro forza e resilienza di fronte alle situazioni più dolorose e difficili, ma anche a coloro che legiferano in ambito italiano e europeo sul tema della migrazione,  perchè vedano che I protagonisti del film sono persone normali come loro, hanno figli, cercano lavoro, hanno alti e bassi, ma alla fine le note musicali delle nostre vite sono poche e le stesse per tutte. I problemi si risolvono non dividendo, ma lavorando assieme”.

Europa e Stati Uniti alzano sempre più barriere, si contesta il concetto stesso di diritto d’asilo, si rifiuta come inaccettabile la migrazione per ragioni economiche.  Che percezione avete? 

“Stiamo senz’altro vivendo un periodo molto buio della storia in cui c’è il rischio di chiudersi, pensando che la soluzione stia nei confini militarizzati, nei porti chiusi, nei nuovi muri. Ma il problema rimane. È molto frustrante, ma dobbiamo insistere sul promuovere le arti, l’educazione e la cultura come antidoto al qualunquismo e alle campagne politiche su Twitter. Le persone che si attivano sul campo per aiutare e dare un contributo costruttivo sono tante,  bisogna dargli voce e valorizzato il loro lavoro in tutti i modi”.

Dove vedremo It Will Be Caos?

“Al Milano Film Festival il 2 Ottobre, al Terra di Tutti Film Festival di Bologna il 13 Ottobre, al MyArt di Cosenza il 17 Novembre, e su SKY Atlantic dal 7 Ottobre”.

Qui il trailer 

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Giornalista

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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