FAR SOLDI CON L’ACQUA SACRA

La diga del Vajont può ancora produrre energia elettrica.

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 05 ottobre 2018
9 minuti

Una nuova centralina elettrica potrebbe presto nascere dalla diga maledetta, la diga del Vajont. Il 9 ottobre è il 55esimo anniversario della più grave strage di Stato del dopoguerra: 1.917 vittime, 487 bambini, 764 tombe senza nome ancora oggi. Il progetto delle ditte Martini&Franchi ed En&En risale ad alcuni anni fa. All’inizio la centralina doveva nascere alla base della diga, lì dove oggi l’acqua fa un salto di 170metri uscendo dalla galleria di by-pass del Vajont. Ora si ragiona su un’altra possibilità a monte, nei comuni di Erto e Casso. Nessun onere per i Comuni di Longarone, Erto e Casso ai quali anzi sarà corrisposto un canone fisso di 300 mila euro più una percentuale in base ai kilowatt prodotti.

“Al momento il progetto è in stand-by” dice a EC il sindaco di Longarone (e presidente della Provincia di Belluno) Roberto Padrin. La maggioranza della popolazione è favorevole, lo sconto in bolletta potrebbe essere consistente.

Non la pensa così il Comitato Sopravvissuti Vajont di cui Micaela Coletti è Presidente e anima. “Ci si dimentica che all’interno della diga ci sono anche 100 operai che sono morti quella notte, venuti giù dentro la diga insieme alla frana – dice a EC – se non è sacra quell’acqua, quel bacino, cosa allora lo è? Cosa vogliono ancora quelli che sono arrivati qui dopo il 9 ottobre, con un paese rifatto nuovo e 30 anni senza tasse? E noi sopravvissuti che abbiamo perso tutto e che non abbiamo avuto nemmeno una casa, che dovremmo dire?” Micaela Coletti quella notte era nella sua camera, a letto. Fece un volo di 350 metri. La trovarono sepolta dal fango con fuori solo un piede e un mano. Una bolla d’aria la salvò. “Quel rumore .. un mostro, un enorme mostro che si avvicinava. Sentivo una voragine sotto il letto allora mi sono rannicchiata istintivamente, forse è stato quel movimento a salvarmi la vita”. Tutta la sua famiglia morì. Non ebbe diritto a nessuna eredità.

 

“Si chiama legge sulla commorienza – spiega – è una legge del 1926 che credo non sia mai stata applicata se non qui a Longarone. Se una coppia muore insieme, nello stesso momento, per la legge di commorienza non ha avuto tempo di dare in eredità nulla a nessuno. Ovviamente a Longarone non è andata così, le morti sono state in tempi diversi, c’erano persone che urlavano, qualcuno respirava ma gli avvocati della Sade sono riusciti a far valere questa legge assurda contro di noi.. e così non abbiamo avuto nulla. Non un casa, non un lavoro, nulla. Dobbiamo ringraziare l’allora senatore Leone che tornato a Roma divenne avvocato difensore della SADE e per premio poi l’han fatto presidente della repubblica…”

Alle celebrazioni del 55esimo non sono previste presenze istituzionali nazionali. Forse il crollo del ponte Morandi è vicenda troppo recente per invogliare a passerelle. “L’ultima volta che è venuto il Presidente della Repubblica – dice il sindaco Padrin – è stato nel 2002, 16 anni fa. Ma mi auguro che presto Mattarella possa venire.” Il Sindaco annuncia novità anche per il cimitero delle vittime, a Fortogna, che già aveva creato polemiche in passato per alcune scelte (1.910 lapidi bianche tutte uguali, a prescindere o meno dall’effettivo ritrovamento e della giusta corrispondenza nome-salma).

Il 9 ottobre è il 55esimo anniversario della più grave strage di Stato del dopoguerra

“Vogliamo un cimitero monumentale, lo Stato si è impegnato a dare le risorse e ad assumersi la responsabilità. Realizzeremo un’area in cui verranno posizionate queste lapidi con i nomi delle vittime, un monumento che avrà diversi significati, per ricordare i 487 bambini morti, le persone che non sono mai state ritrovate, insomma una costruzione che ricordi tutti. Partiremo con i lavori il prossimo anno. Anche quest’anno voglio ricordare tutti i soccorritori di allora che conservano per tutta la vita un ricordo fortissimo. Il Vajont è una tragedia ancora dentro l’anima di centinaia di persone”.

“Quando ci si avvicina al 9 ottobre sto male fisicamente – continua Micaela Coletti – mi ammalo sempre (tossisce). Sopporto male questa ricorrenza anche perché esalta l’ipocrisia delle persone, di chi per tutto l’anno fa finta di non vederti e poi il 9 ottobre è tutta gentile e premurosa… noi sopravvissuti siamo scomodi, perché non vogliamo la centralina, perché abbiamo contestato i lavori al cimitero di Fortogna.. sono andata per il 50esimo poi basta. Non voglio andare sul palco tra le illustri autorità a recitare la parte della bambina che si è salvata per miracolo, esibita come una velina. Io sono tornata a Longarone nel 2001, non sono rimasta qui 50 anni, come quelli che sono rimasti qui e per forza di cose hanno dovuto accettare tutta una serie di compromessi. Sono tornata qui dopo aver visto lo spettacolo di Marco Paolini. Per anni mi hanno detto che era stata una tragedia naturale. Tutte balle. Ho sentito il bisogno di recuperare le mie radici e ho costituito il comitato. Non potevo fare errore peggiore. Ma oramai sono qua e siccome ho la testa dura, continuo a starci. Anzi, di preciso abito a Fortogna, per fortuna.. non proprio a Longarone. So di dare fastidio, non mi importa”

PRENDERE A CALCI IL DESTINO

Un paio di anni fa Raimondo ‘Mondo’ Giuriato da Silea, Treviso, scrive una lettera alla redazione del ‘Gazzettino: “Vorrei tanto rivedere qualcuno di quei ragazzi che giocavano nel squadra di calcio del Longarone e contro cui mi battei 55 anni fa. Sono sicuro che qualcuno è rimasto vivo dopo la tragedia del Vajont. Li ho ancora nel cuore”. Lorenzo Baldoni, ottimo cronista della Marca, raccoglie la sfida. E trova i sopravvissuti del Longarone Calcio e di San Biagio di Collalta e Roncade, le ultime due squadre, entrambe trevigiane, a sfidare i gialloblu bellunesi nell’autunno del 1963, poco prima del disastro.

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Racconta: “A me nessuno quella notte ha chiesto ‘cosa vuoi? Vuoi morire con tuo papà e tua mamma o vuoi essere scaraventata per 300 metri e vivere?’ Nessuno mi ha chiesto niente. Sono rimasta viva e per questo ti senti anche in colpa. Per anni non riuscivo nemmeno a ridere, a farmi una sola risata, perché mi sentivo in colpa. A noi orfani del Vajont non hanno dato nulla. Nulla. Nessuno mi ha detto ‘hai perso tutta la famiglia’, nessuno mai è venuto a dirmelo. Per anni ho pensato di vivere in un sogno. Nessuno mi ha mai detto ‘non pensare che tuo papà e tua mamma vengano in ospedale perché sono morti’. Io per anni ho pensato che mi sarei svegliata da un incubo. Sono passati 55anni ma lo Stato non mi ha mai messo a disposizione uno psicologo o un aiuto di qualsiasi tipo. Mai. Ci hanno portato via tutto. Siamo stati portati a Belluno dopo la tragedia e l’amministrazione di Longarone dell’epoca non ci hai mai contattato. Leggevo sui giornali quello che organizzavano per gli anniversari, a noi mai nessuno ci ha cercato. Più vado avanti e a ripensarci più mi incazzo. Ma sono qui, viva, e combatto. Nel ricordo di chi non c’è più e delle ingiustizie che abbiamo subito”.

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Risorse:

Cimitero Vittime Vajont

Comitato Sopravvissuti

Le prime immagini del disastro

Archivio RAI

Vajont di Marco Paolini

Ore 22.39

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Giornalista

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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