Minori a rendere

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 10 ottobre 2018
27 minuti

Esistono più falle nel sistema di affidamento, su chi e come si vigila sui minori tolti ai genitori. La disgregazione familiare dovrebbe essere l’extrema ratio e l’affido, temporaneo. Ma di fatto gli esiti dell’affido e le cause degli allontanamenti sono poco chiari. Nel nostro Paese il 60% dei bambini affidati a strutture o a famiglie affidatarie sono sine die.

Dovrebbero essere allontanamenti temporanei e sulle carte che li riguardano c’è proprio scritto così. Nella realtà, però, per 26600 minori le cose stanno, anche e ancora nel 2018, diversamente. Ce ne sono più di 12mila che vivono nelle case famiglia e altrettanti in affido familiare. Secondo i dati (al 31/12/2016) dell’Istituto degli Innocenti, in circa un quarto dei casi la prima motivazione d’ingresso per entrambe le misure di protezione e cura dei minorenni è l’incapacità educativa dei genitori. Il dato senz’altro più significativo in merito alla permanenza in accoglienza riguarda però la sua durata: il 62% dei bambini e dei ragazzi di 0-17 anni in affidamento familiare lo è oltre i termini di legge, cioè 24 mesi (legge 149/01). Ci sono casi in cui si arriva oltre i 48 mesi. In molte vicende di cronaca l’affido ha sfiorato i sette o gli 11 anni. (https://www.ccdu.org/comunicati/bambino-casa-dopo-quasi-10-anni). Poco meno di un bambino su due, tra quanti concludono un affidamento familiare, rientra nel nucleo di origine (41,6%). In un quadro non del tutto rassicurante sull’affido, che dovrebbe essere temporaneo, emerge inoltre che solo il 60% dei soggetti dimessi possiede un progetto redatto dal servizio sociale territoriale, evidenza ancor più negativa si rileva nei servizi residenziali soprattutto in ragione dell’elevata incidenza di casi (37%) in cui i referenti del servizio residenziale per minorenni riferiscono di non disporre di questa informazione, segnalando di fatto lacune e fragilità del lavoro di rete tra i soggetti che dovrebbero lavorare insieme per la presa in carico del minore.

Fonte: Istituto degli innocenti

Abbiamo spulciato tra le cronache locali – mentre in rete circolano foto, di una “casa degli orrori” a Ferrara, rese note grazie alla denuncia dell’avvocato Francesco Miraglia che abbiamo intervistato – abbiamo scoperto che non siamo certo i primi ad occuparci di quello che ci sembra essere un meccanismo facile, troppo facile, per migliaia e migliaia di minori che vengono sottratti alle famiglie di origine (forse perché poveri? Ma no dai non può essere così, però leggetevi un po’ di storie e qualche dubbio lecito viene) spesso, troppo spesso, per motivazioni che poi si rivelano false (come in un caso recente di falsa testimonianza a Ferrara, c’è da leggere http://www.avvocatofrancescomiraglia.it/page/2/?p=autw-amateur-matur-thumbs) e finiscono in quello che l’ex Giudice del Tribunale dei minorenni di Bologna, Francesco Morcavallo, in un’inchiesta di Panorama del 2013 definiva “internamento”.

Insomma, sono passati cinque anni da quell’inchiesta, due da che Giulio Lana, avvocato e professore di tutela europea dei diritti umani che di casi come questi ne ha seguiti diversi, ha presentato una relazione sul tema alla Camera dei deputati, evidenziando l’obbligo dello Stato di non interferire arbitrariamente e, piuttosto, tutelare la vita familiare. Eppure, nonostante le sentenze più volte pronunciate dalla Cedu negli ultimi 15 anni contro l’Italia (sembra che in Francia e Germania i numeri siano 5 volte inferiori ai nostri e a far peggio sia la Spagna), stando a quello che abbiamo raccolto di drammatici percorsi appare abbastanza chiaro che le falle esistono e ce ne sono a centinaia. “E’ un mercato, il più osceno dei mercati” ci dice senza usare mezze misure l’avvocato Francesco Miraglia “governato da incompetenza e inadeguatezza dei servizi sociali che sbagliano, sbagliano tanto e il più delle volte pagano i propri errori sulla pelle dei bambini. Le racconto di quando il Tribunale per i minorenni di Trento, nel corso dell’udienza di chiusura di una vicenda che riguardava un bambino allontanato con la forza dai suoi genitori per 4 lunghi anni, si espresse dicendo “ora la palla passa alla famiglia”. Perché il bambino venne allontanato? “In questo caso la mamma fu accusata di essere troppo amorevole”.

Quindi incapacità genitoriale e troppo amore… ma cosa vuole dire?

“La cosa incredibile – prosegue Miraglia – è che, lo stesso Servizio Sociale che 4 anni prima aveva sollecitato l’allontanamento del bambino perché la mamma era troppo amorevole, successivamente abbia chiesto la revoca del suo incarico”. Quindi il Servizio Sociale e il Tribunale per i minorenni hanno sbagliato adesso o hanno sbagliato prima? “Probabilmente… hanno sbagliato sia adesso che prima”, spiega l’avvocato. Una vicenda tra le tante trovate e verificate che si consumano tra perizie di psicologi che valgono più di 30 dichiarazioni di conoscenti, incluso un monsignore e un consigliere provinciale che di fatto – in questa vicenda per esempio – affermavano che il bambino stava bene. Bene in famiglia. E non nella casa famiglia dove ha vissuto per 4 anni. Ma la casa famiglia da chi era gestita? Ed ecco un altro tassello nella matassa che riguarda il mondo degli affidi in cui ci pare che tutti sappiano, ma nessuno fra quelli che potrebbero fare fa. O fa male. O non fa abbastanza.

A CHI SPETTANO I CONTROLLI – Spiega Miraglia “La casa famiglia in quel caso era gestita dall’assistente sociale che si è pronunciata sul caso. E non è la prima volta”. Anche a Cento (Ferrara) – dove si trova il Servizio di Accoglienza Alla Vita Onlus che versa in evidenti condizioni di sporcizia e precarietà  – è successo “casualmente” un episodio analogo. L’Avvocato ci spiega nel dettaglio il caso “la psicologa e l’assistente sociale, responsabili dell’ingiusto e inutile allontanamento di un bimbo dalla propria madre sono state promosse e sono state assegnate altrove. Non si occupano più del caso e questo per la madre è già un sollievo. Ma la vicenda è tutt’altro che vicina dall’essere risolta. Innanzitutto la donna le ha citate per danni, per l’immotivata decisione assunta di dare dapprima il piccolo in affidamento e poi di alloggiarlo insieme con lei in una comunità, sebbene il loro contesto familiare fosse amorevole e idoneo. In secondo luogo le due professioniste sono state spostate, ma il caso è ancora pendente: l’Asl di Ferrara non risponde, madre e figlio vivono in comunità a spese della collettività e soprattutto senza un percorso di sostegno (se ma fosse necessario) né possibilità di condurre una vita normale. Trovandosi di fatto “reclusa” dentro la struttura, la donna è stata costretta ad abbandonare il proprio lavoro. Dovesse uscire domani, come manterrebbe se stessa e il suo bambino? La vicenda è nata male e rischia di finire peggio per pasticci, anzi per colpevoli comportamenti della psicologa e dell’assistente sociale, che adesso sarà un giudice a dover valutare”.

Ma quanto vale un bambino? In molti non esitano a definirlo un business: se vuoi aprire una casa famiglia ti basta un’autocertificazione, in linea generale non devi presentare un bilancio di spesa, insomma pochi controlli su come e quanto spendono (e anche qui si scoprono cose tipo che un ex Br condannato a 18 anni di carcere per associazione sovversiva aveva aperto una casa famiglia a Fidenza (https://www.gazzettadiparma.it/news/provincia/84818/Fidenza—Gestisce-una-casa.html). Ci chiediamo a chi spetta il controllo su queste strutture?

Risponde anche la Garante per l’infanzia di Ferrara, Clede Maria Garavini, che chiarisce come non solo sia stato da qualche tempo attivato un piano di visite nelle varie comunità, ma esistano due commissioni di vigilanza deputate da un lato al controllo dei progetti educativi, dall’altro alla sicurezza delle condizioni igienico sanitarie. Peccato che proprio in provincia di Ferrara si trovi la casa denunciata da Miraglia.  Ecco le immagini ricevute che si riferiscono alla struttura di Cento in provincia di Ferrara. L’avvocato Miraglia ha presentato un esposto alla Procura di Ferrara. Qui ci sono fili scoperti, scarafaggi, ruggine e in alcuni punti della struttura i bambini non possono saltare, perché il pavimento potrebbe non reggere il peso delle sollecitazioni.

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Ecco l’esposto

Secondo un dato diffuso da Onlus Pronto Soccorso Famiglia , che vigilia sulla osservanza delle norme deontologiche che regolano l’operato degli ordini professionali coinvolti nella tutela dei diritti dei minori, si stima che il costo della sottrazione dei minori alle famiglie si aggiri intorno ai 2 miliardi fra spese della giustizia e costi di affidamento. In Italia si contano 1800 strutture da Nord a Sud che ricevono rette variabili a seconda della salute delle casse dei Comuni. In alcuni casi i bambini rendono 20 euro. In altri, invece, possono rendere anche 80 euro. Si paga di più al Nord, di meno al Sud, dove però il numero di bambini strappati alle famiglie è più alto. In un dossier di Casa Plurale  che da diversi anni dedica attenzione e studi su questo tema si legge che “dove la legge regionale non stabilisce quote minime e massime, regna l’anarchia e c’è spazio per business sospetti che celano, dietro accoglienza ed educazione, molti interessi. Se le comunità prestano assistenza terapeutica, con medici e neuropsichiatri, il rimborso – quindi la rendita bambino – può arrivare a 300 euro. Per quanto riguarda le case famiglia per bambini o adolescenti, queste possono ospitare sei bambini di età non superiore agli undici anni, oppure otto adolescenti di età compresa tra gli undici ed i diciassette anni. La retta necessaria calcolata è di 201 euro (256 nel caso degli adolescenti), l’attuale (ma stiamo parlando di Roma) è di 95. Il costo complessivo di queste due tipologie di case è, rispettivamente, 489.794 euro (bambini) e € 512.455 (adolescenti). Nel caso in cui i bambini ospitati abbiano disabilità complessa, i costi annuali di una casa famiglia con 5 utenti arrivano a 534.197 euro”. Si spende molto, quindi, ma a giudicare dalle immagini, non sempre i fondi finiscono nel progetto bambino evidentemente.

Paolo Roat, Responsabile Nazionale Tutela Minori del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani, precisa una stortura: “Molti bambini vengono tolti per povertà. Un provvedimento di allontanamento non viene mai motivato con lo stato d’indigenza dei genitori. E questo in linea teorica dovrebbe essere vero, ma alcuni psichiatri e psicologi, e in certi casi persino alcuni assistenti sociali, scambiano i problemi economici con disturbi psicologi giustificando, secondo alcune teorie mai dimostrate, l’allontanamento del minore dagli affetti familiari. E’ più che grottesco che quegli 80 euro invece di andare alla casa famiglia non arrivino a quei genitori cui basterebbe un aiuto di poche centinaia di euro per uscire dallo stato d’indigenza, per non parlare del fumoso concetto di “incapacità genitoriale” spesso basato su diagnosi psicologiche (per loro stessa natura, soggettive e opinabili)”. Ma non sarà ovunque così? Come viene gestita la permanenza di un bambino? Dopo quanto tempo l’affido diventa adozione?

la vicenda di Stella, tornata alla famiglia d’origine dopo un’odissea durata anni

 

IL TEMA AFFIDI SINE DIE – Dati alla mano l’adozione per i bambini in affido si configura come extrema ratio e le istituzioni hanno l’obbligo di attuare tutte le misure di sostegno alla genitorialità. Ma c’è chi non è d’accordo, come lo psicoterapeuta Marco Chistolini, autore del libro denuncia “Affido sine die e tutela dei minori. Cause effetti e gestione” (edizioni Franco Angeli) che dice “l’affido in Italia è fatto per essere temporaneo, ma di fatto non lo è. Più del 60% degli affidi è sine die, ovvero non terminano mai, perché non ci sono le condizioni di rientro del bambino nella famiglia d’origine. In tanti anni di lavoro ho visto situazioni difficili, in cui appare chiaro che non ci sono solo problemi nel lavoro svolto da noi operatori, ma anche vuoti legislativi. Questi affidi dovrebbero trasformarsi in adozioni, perché non sempre la connessione con la famiglia d’origine e i legami biologici vanno preservati. Il nostro compito è assicurare un contesto adeguato a fronte di una sofferenza del minore. La valutazione d’idoneità deve essere eseguita attraverso un controllo della relazione intrafamiliare e non esclusivamente sulla persona del genitore”. Insomma, non è sufficiente la positiva volontà di recupero del rapporto genitoriale da parte dei genitori, ma occorre anche osservare con attenzione lo stato psicologico ed evolutivo del minore.

Nella ricerca che abbiamo fatto ci hanno detto, per esempio, che Milano funziona bene. “Ma non è un’isola felice” dice Anna Maria Caruso, Garante per llnfanzia del Comune, che sui controlli precisa come “Intanto le case famiglia non esistono, la legge prevede le comunità educative e le comunità famigliari, precisando che le soluzioni residenziali devono seguire un modello ben definito, con papà e mamma che magari hanno anche altri figli, e con criteri di ubicazione, di competenze, nonché sanitari strutturati. I comuni che fanno le convenzioni con questi gruppi devono controllare e qui controllano e controlliamo. Certo nel tempo molte famiglie hanno capito che questi affidi potevano rappresentare una sorta di business. Ma prassi e raccomandazioni per tutti i soggetti coinvolti – assistenti sociali compresi – per un monitoraggio non episodico su come operano le famiglie affidatarie ci sono ovunque. Il problema è sottoporsi ai controlli, e convenzionarsi. E anche a Milano, dove esiste un tavolo dell’affidamento che si occupa di verificare la qualità dell’esperienza affidataria, ci sono situazioni – famiglie diventate case famiglia – che hanno declinato questo importantissimo passaggio, ma noi lì i bambini non ce li mandiamo”. E anche sull’operato degli assistenti sociali Caruso non ha dubbi “L’iter che seguono gli assistenti sociali è articolato e fatto di confronti: la famiglia allargata, la scuola ecc..prima di togliere un bambino insomma c’è un giudizio di recuperabilità della famiglia d’origine che fa diversi passaggi”. Quindi se altrove tutto questo non c’è, molto dipende dalle politiche sociali che ogni comune adotta e magari non fa rispettare.

Di situazioni ambigue, infatti, poco chiare su numero di posti letto a bambino, sul fronte delle verifiche e dei rapporti tra competenze, che dovrebbero indurre  – almeno secondo noi – ad una maggiore sorveglianza o possibilità diretta di sorveglianza (la domanda è ma il Garante che figura è se non garantisce e non ha i poteri di farlo direttamente?) ne abbiamo trovate in Basilicata, dove l’ex Garante per l’Infanzia del Comune di Matera, avvocato Maria Grazia Masella, si è dimessa facendo appello alla “clausola di coscienza”.

“Ho preso atto dell’impossibilità di proseguire il mio mandato di garante per l’infanzia – ci racconta al telefono Masella – per la totale inesistenza delle condizioni che potessero davvero soddisfare a pieno il ruolo a cui ero stata chiamata, che non è evidentemente solo quello di far presenza ai convegni, ma di occuparmi con coscienza delle condizioni dei minori del Comune. Ad un certo punto, quando ho messo il naso dove non dovevo sono stata isolata, isolata al punto da decidere di dimettermi”. Per capire dove Masella avesse scomodamente messo il naso nel suo seppur breve ruolo da Garante a Matera abbiamo letto la puntuale relazione annuale che l’avvocato ha depositato dimettendosi dall’incarico: una relazione pubblica, mai resa nota alla stampa, in cui si leggono sollecitazioni continue ad avere incontri e aggiornamenti dal “Sindaco di Matera e organi istituzionali vari, dopo più di una visita ad alcune case famiglia e che da queste visite erano insorte necessità e rilievi per i quali era necessario un nostro incontro”. Nessun riscontro.

Altro punto del documento: “Rimarcavo la necessità e l’urgenza di conoscere i sostegni psicologici e terapeutici e/o gli ausili a favore delle famiglie d’origine, così come il sostegno psicologico a ciascun minore residente in casa famiglia. Disponibile la consultazione. Alla mail non seguiva alcun riscontro”, e ancora segnalazioni sulla casa famiglia Memole per “tutela salute minori e persone adulte ivi presenti; insalubrità ambiente; Assenza degli standard minimi previsti ex lege per la tenuta delle case famiglia; richiesta di Intervento Urgente”. Nessun riscontro. “Riscontravo la mancanza delle relazioni richieste sulle case famiglia”.. 6 luglio, 14 luglio, 17 luglio, 21 luglio, richiesta a cui non segue nessun riscontro. E si conclude “Nonostante l’isolamento e la marginalizzazione del ruolo del garante posto in essere da un generale clima di indifferenza e di ostilità, la scrivente ha continuato a lavorare pur tra mille difficoltà, facendo leva sulle sue sole risorse intellettuali ed economiche. Dal copioso carteggio si evincono e l’attività profusa e le enormi difficoltà incontrate, unite ai dinieghi per ogni richiesta, fino al silenzio assoluto e/o all’indifferenza-sgarbo istituzionale. Insomma, un vero e proprio “social-mobbing”. È disponibile in lettura agli interessati la corrispondenza tutta intervenuta con le istituzioni di riferimento”.. “Questo garante per i problemi di cui alle mancate risposte dei soggetti ed interlocutori istituzionali preposti non ha potuto effettuare compiutamente il monitoraggio e la mappatura sulla situazione degli ospiti minorenni nelle strutture di accoglienza”.

C’è un altro fatto che conta. Di fatto il piano nazionale infanzia non può contare su risorse proprie e quindi rischia di restare inattuato. E la spesa per i bambini corrisponde solo allo 0,2% del Pil. Di spesa che non viene fatta per i bambini ne sa qualcosa anche il Garante dei Minori della Basilicata Vincenzo Giuliano che ci racconta che “sulla carta le case famiglia vengono controllate, ma nella realtà è molto difficile farlo, è il sistema in generale a non funzionare a causa della precarietà progettuale. Rincorriamo le emergenze, ma arranchiamo perché il nostro sistema di diritto non tiene conto dei fabbisogni veri dei bambini, che dovrebbero in prima istanza contare sulla famiglia d’origine. Le faccio l’esempio  degli asili e materne in Basilicata, lo sa che solo il 6,8% dei bambini 0-3 anni frequenta i servizi di asili-nido perché non può permettersi la retta? Non sarebbe doveroso per tutti interrogarsi sulle motivazioni che determinano queste situazioni di indigenza? Secondo i dati dell’Ufficio statistico regionale – ci spiega il Garante Giuliano che ha stilato un rapporto qualche mese fa – il tasso di povertà relativa nelle famiglie con figli, dal 2007 ad oggi, è aumentata e, secondo i dati più recenti segna al 2016 addirittura il 21%, a fronte del 9,6% del 2007. La situazione è gravissima, perché è inspiegabile come una regione ricchissima di ogni risorsa materiale del suolo, del sottosuolo e dell’aria possa segnare indici di povertà così alti”. Il tema povertà, quindi, torna a bussare, a farci capire che, forse, qualcosa di distorto nella famosa matassa di motivazioni di allontanamento dei minori dalla loro famiglia d’origine c’è, soprattutto quando capita che bambini che hanno famiglia, vengano dichiarati “adottabili”.

Abbiamo fatto un’altra verifica e ci risulta che il giudice onorario del Tribunale dei minori di Potenza, Caterina Rotondaro, sia pure psicologa-psicoterapeuta componente del Collegio Gup e collegio civile… e forse anche sulla possibilità di avere un duplice ruolo in un contesto così delicato come quello dei minori in affido andrebbe ragionato meglio.

Anche il Garante Filomena Albano sollecitata sull’argomento di fatto ha risposto che il nostro Paese non fa abbastanza e rimanda la sua posizione ad una lettera del giugno 2016 al Ministro della Giustizia nonché ad un documento sulla continuità degli affetti nell’affido famigliare presentato a Roma a dicembre del 2017   “La procura presso il Tribunale per i minorenni – ha detto in una recente intervista –  è un avamposto a tutela delle situazioni di fragilità dei minori. Se viene inglobata in una procura ordinaria, finisce all’interno di un enorme calderone di stampo repressivo che mira a perseguire gli autori di reato anziché tutelare i bambini”. Quindi no al Tribunale Unico della famiglia, che altri invece vorrebbero, e in effetti il dubbio che possa essere l’ennesima palude di competenze e incompetenze in cui sommergere l’interesse vero dei minori c’è. Eccome se c’è.

 

Su questo tema anche 

http://www.ristretti.org/Le-Notizie-di-Ristretti/bimbi-qrapitiq-dallo-stato-business-da-un-miliardo

Sul dibattito sulla soppressione della giustizia minorile specializzata e quindi sull’ipotesi di un unico Tribunale della Famiglia e anche il recente rapporto della FRA, l’Agenzia per i Diritti fondamentali dell’Unione europea, reso pubblico nei primi mesi del 2017, nel monitorare l’effettiva implementazione delle Linee guida del Consiglio d’Europa per una giustizia a misura di minore in nove Paesi membri dell’Ue, ha individuato nel rafforzamento del ruolo del giudice specializzato in materia minorile un elemento di estremo rilievo perché la risposta offerta dall’apparato giurisdizionale ai bisogni dei minori possa dirsi veramente “child-friendly”. http://questionegiustizia.it/articolo/la-cedu-chiede-all-italia-la-soppressione-del-tribunale-per-i-minorenni_anche-no_28-07-2017.php

Vademecum su cosa sapere, insistete educatamente per far valere i vostri diritti Procuratevi i documenti e leggeteli

https://www.ccdu.org/minori/affido-bambini

http://youtu.be/MfM35K7pscg

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Mattea Guantieri, 40 anni, è entrata nella squadra di Estreme Conseguenze dopo aver coordinato testate di promozione per il Veneto. Ha collaborato al restyling del mensile di cucina A Tavola, dirigendolo per circa 18 mesi. Dopo aver collaborato con Nordesteuropa, e altre testate locali, si è dedicata alla progettazione di format editoriali per il web.

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