4 MILIONI CI SEMBRANO POCHI

Per la bonifica dell’ILVA di Taranto spese in sei anni solo l’1% delle risorse disponibili: quasi 4 milioni sui 400 in dotazione al Commissario Speciale.

Giornalista e scrittrice

Scrivi all'autore | Pubblicato il 12 ottobre 2018
12 minuti

“400 milioni di euro, è questa la cifra a disposizione della Commissaria Vera Corbelli per la bonifica nell’area di Taranto”.

A dirlo, carte alla mano, è il direttore del dipartimento Ambiente della Regione Puglia, Barbara Valenzano. Che precisa: “120 milioni di euro sono stati stanziati per gli interventi di bonifica, 190 per interventi portuali, 30 milioni di euro per la riqualificazione industriale e  ulteriori 60 milioni di euro per il  Progetto speciale per Taranto. La metà di questa cifra, circa  200 milioni di euro, deriva dalla delibera Cipe 87 (Comitato interministeriale per la programmazione economica) che indicava come soggetto beneficiario  la Regione Puglia… E’ stato poi il governo, con uno specifico  decreto, a delegare direttamente la Commissaria”. Un decreto per designare un nuovo soggetto e per assegnare alla Regione il ruolo di bancomat istituzionale. D’altronde  è la Commissaria Vera Corbelli ad avere il difficile e delicato compito di decidere per gli interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione di Taranto. Interventi urgenti, appunto. “Per la messa in sicurezza dei terreni e della falda nell’area industriale del comune di Statte – precisa Barbara Valenzano –  su un importo di 34 milioni di euro  ci risulta un avanzamento di spesa di circa 650 mila euro, pari all’1,78% di quanto messo a disposizione. Dei 21 milioni di euro disponibili per i lavori di bonifica nel  bacino del Mar Piccolo ne sono stati utilizzati tre. Mentre per l’area Sin (Sito di interesse nazionale) Taranto, quindi dragaggio e bonifica dei sedimenti del molo polisettoriale del porto di Taranto con copertura finanziaria di 17 milioni di euro (oltre agli importi per la struttura commissariale) ad oggi si registra uno stato di avanzamento della spesa pari allo 0%”.  Zero per cento.

Insomma,  stando ai dati elencati dalla dirigente della Regione Puglia, e confermati da percentuali, bandi,  intese e interventi pubblicati,  all’insegna di un’obbligata trasparenza, sul sito della Commissaria, queste operazioni di bonifica sarebbero urgenti soltanto per i cittadini di Taranto. Perché se l’angoscia da inquinanti e da wind day avesse superato il Ponte Punta Penna, su quel sito avremmo dovuto  trovare tutti i bandi e, considerata la somma ingente trasferita alla struttura commissariale e i sei anni di duro lavoro, sul territorio avremmo voluto (e preteso) di vedere i cantieri necessari all’esecuzione degli interventi di bonifica. Una richiesta assurda? Può essere. Altrettanto assurdo è chiedere a un’intera popolazione di restarsene tappata in casa nei giorni di wind day,  quando il vento che soffia da Nord solleva le polveri dei parchi minerali e le porta in città col loro carico di diossina. Le colpe – meglio precisarlo – non sono del Commissario, ma di altri. “Di chi poteva fare e non ha fatto”, come recita quella targa che maledice dalle case del quartiere Tamburi industriali e politici. Perché è facile firmare. Facile emanare decreti. Facile elargire immunità penali, quando a morire sono gli altri. Le case del quartiere Tamburi sono rosse, come rosse sono le tombe del cimitero. Perché rosse sono le polveri sollevate dal vento. Uno spolverìo di morte che nasconde il cielo.  Ma non le responsabilità. Perché a volerle cercare quelle ci sono tutte, con nomi e cognomi.

Ascolta l’audio “400 milioni per la bonifica”

Taranto è una città visibilmente compromessa. Basta  imboccare la strada statale 7 che porta a Matera per rendersene conto. Da una parte c’è l’Ilva, il siderurgico  più grande d’Europa, pronto  a ripartire con Arcelor Mittal e una produzione da otto milioni di tonnellate annue di acciaio, dall’altra il cementificio Cementir (ora Cemitaly) incalzato dai serbatoi della raffineria Eni. Sempre sulla via per Massafra, a pochi chilometri, spuntano due inceneritori. Il primo è pubblico, gestito dalla municipalizzata tarantina Amiu, il secondo, in via di raddoppio (l’autorizzazione è già arrivata), è di Appia Energy, un’impresa del gruppo Marcegaglia, e brucia Cdr, rifiuti speciali. Alle spalle invece, andando verso Statte, c’è l’area dell’ex Cemerad, società chimica, sequestrata nel 2000, fallita e abbandonata con all’interno oltre 16mila fusti, dei quali più di 3.300 radioattivi. “Ci sono 10 milioni di euro della contabilità speciale del Commissario per questa attività. Alcuni fusti sono stati spostati, altri no. Ma non ne conosco il numero”. Lo abbiamo chiesto noi di Estreme Conseguenze alla Sogin, la società di Stato responsabile della messa in sicurezza degli impianti nucleari, incaricata dal Commissario di smaltire i 16.500 fusti presenti nel sito. Che piuttosto che darci un numero ha preferito passare la mano (e la risposta)  direttamente alla Commissaria o, in alternativa, al ministero dell’Ambiente “il cui Ministro è il firmatario del DPCM di nomina del Commissario Straordinario”. I fusti spostati dall’ex Cemerad agli impianti Nucleco della Casaccia sono 86. L’accordo è stato firmato per 7 milioni di euro. E la risposta non è arrivata dalle fonti istituzionali sopra menzionate. Né dalla Regione o dal suo governatore, Michele Emiliano, che poco e niente sanno delle attività della Commissaria.

“Con il collega Giovanni Scannicchio, responsabile della sezione ciclo rifiuti e bonifiche, ho richiesto formalmente informazioni  utili e dettagliate sulle diverse attività, ma la Commissaria Vera Corbelli non ha mai risposto. Anzi, con note stampa, ci ha comunicato che mai lo avrebbe fatto, pertanto, ad  oggi, non è noto lo stato di attuazione degli interventi di bonifica dell’area di Taranto fatta eccezione per le frammentarie conoscenze derivanti dalla partecipazione alle conferenze di servizio”.

Ma la Regione Puglia non è  tenuta a sapere?

“La Regione Puglia, nonostante sia beneficiaria delle risorse e abbia necessità degli interventi, non ha un controllo diretto sui lavori della Commissaria. La gestione dell’attività di bonifica è di tipo ministeriale”. Quindi ad esclusiva della  Commissaria che è anche segretario generale dell’autorità di bacino distrettuale  per le regioni Puglia, Basilicata e Calabria… “ha ampliato di molto il suo raggio d’azione, per questo vorremmo essere rassicurati che l’obiettivo principale, la bonifica dell’area di Taranto, venga raggiunto”.

Ascolta l’audio  “Negato riesame Aia”

Lei sa delle intercettazioni che riguardano Giuseppe Lo Presti?

“Ne ho letto sulla stampa… Abbiamo scritto diverse volte alla direzione di Giuseppe Lo Presti chiedendo la riapertura del riesame  dell’Autorizzazione integrata ambientale. Ma le risposte sono state sempre negative.  Di contro   la commissione europea ci dice che abbiamo un problema di infrazione del superamento della soglia di Pm10 e ci consiglia di chiedere la riapertura del riesame”.

La commissaria Vera Corbelli ha detto di non sapere, pur lavorando con Giuseppe Lo Presti “da quattro anni” delle intercettazioni che   riguardano il dirigente –  mai indagato –  per la vicenda della Tirreno Power, la centrale di Vado Ligure i cui fumi hanno provocato la morte di migliaia di persone. Nelle indagini condotte dalla  procura di Savona sono finite le registrazioni di  Giuseppe Lo Presti che parla liberamente con l’alto funzionario Antonio Fardelli di una “leggina ad hoc” per permettere alla centrale di continuare a funzionare nonostante il sequestro della Procura. E per quella leggina (non  passata) si lasciano andare a frasi del tipo “c’hai le mani lorde di sangue”, “mi sputerei in faccia da solo”, “tanto che ce frega stamo a fa’ a legge”, “cerchiamo di fare una porcata leggibile”; e ancora: “stiamo scrivendo un’altra norma porcata, c’ho un conato”.   Antonio Fardelli è, a tutt’oggi, membro dell’Osservatorio sul Piano Ambientale Ilva di Taranto. Ed  era nella commissione  che ha valutato il progetto di Arcelor Mittal.

La stessa commissione che ha deciso di coprire i parchi minerali dell’Ilva con una gigantesca scatola d’acciaio, lunga 700 metri e larga 264 per 80 metri di altezza. Sarà pari a un palazzo di oltre trenta piani e metterà in ombra l’intero quartiere Tamburi. “E sorgerà su un terreno NON bonificato. Questo è una delle motivazioni   che abbiamo inserito nella richiesta di riesame  dell’Autorizzazione integrata ambientale e presentata alla direzione dell’ingegner Giuseppe Lo Presti. E’ importante coprire le polveri, certo,  ma è bene precisare che la Regione Puglia ha chiesto di bonificare suoli e sottosuoli delle aree parchi, e di pavimentarli. Abbiamo chiesto di fare questo prima di passare alle coperture. Dopo sarà sicuramente più difficile farlo, se non impossibile”.

Ascolta l’audio

I due dirigenti della Regione Puglia hanno scritto anche al ministero dell’Ambiente “il cui Ministro è il firmatario del DPCM di nomina del Commissario Straordinario” (come ci hanno ricordato alla Sogin) chiedendo un intervento diretto. Un incontro. E da mesi aspettano una risposta del ministro Sergio Costa.

Dal ministro dell’Ambiente si aspettano risposte anche i cittadini di Taranto.

Tutti sperano nell’ex generale che coordinò la spinosa inchiesta sulla terra dei fuochi e che potrebbe, da ministro, velocizzare qualche attività e, foss’ ‘a Madonna, intervenire direttamente su una richiesta di riesame e su una scatola di acciaio pronta a svettare  da un terreno non bonificato. Né pavimentato. Anche perché l’articolo 242 del codice dell’ambiente relativo alle bonifiche il ministro Costa lo conosce benissimo. In nome di quel codice agì in Campania, con valore e onestà, indossando una divisa, e sarà per questo che oggi, in Puglia, stanno pregando San Gennaro perché se la rimetta.

 

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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