IL BRACCIO VIOLENTO DELLA LEGGE

Il 15 ottobre di nove anni fa Stefano Cucchi veniva fermato dai Carabinieri. Sarebbe morto una settimana dopo, il 22 ottobre 2009. Solo oggi, 9 anni dopo, sappiamo come. EstremeConseguenze segue e vuole ricordare altri casi che hanno avuto meno visibilità mediatica ma che restano altrettanto gravi. Giuseppe Rotundo, Alfredo Liotta, Stefano Borriello, Valerio Guerrieri, Marco Prato. 

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 15 ottobre 2018
11 minuti

Grazie ad Antigone per il suo importantissimo lavoro quotidiano.

 

Giuseppe Rotundo

Il prossimo 25 ottobre, tra dieci giorni, si svolgerà la prossima udienza del caso Rotundo.

Il 13 gennaio 2011, Giuseppe Rotundo spedisce una lettera dal carcere al suo avvocato in cui denuncia di essere stato vittima di un pestaggio da parte di tre agenti di polizia penitenziaria. Il processo è in corso davanti al Tribunale di Foggia e nasce da una riunione di due procedimenti in quanto anche i tre agenti di polizia hanno a loro volta denunciato di essere stati assaliti dal detenuto.  “Era la prima volta che vedevo una persona ridotta così” disse la psicologa del carcere, “è stato accompagnato in una cella, che si presume di isolamento, e gli è stato detto di spogliarsi nudo e poi è iniziata questa colluttazione (…)” (udienza del 29 novembre 2016). Su questa vicenda anche una interrogazione parlamentare. 

Interrogazione Parlamentare

 

Alfredo Liotta

Era il 9 marzo 2013, quando Antigone riceveva una email dalla sorella di un detenuto che ne denunciava la morte: “ (…) chiedo un vostro intervento nella difesa del caso di Alfredo Liotta il quale è stato lasciato morire senza alcun soccorso. L’ultima volta che io l’ho visto è stato ad aprile 2012, era già molto deperito, pesava non più di 55 kg e poi da aprile a luglio c’è stato il decadimento psicofisico che lo ha portato alla morte”. Il 6 giugno 2013 Antigone depositava un esposto innanzi alla Procura della Repubblica di Siracusa per chiedere che venissero individuati i responsabili della morte di Alfredo, deceduto il 26 luglio 2012 in una cella del carcere Cavadonna di Siracusa. Il 29 novembre del 2013 la Procura della Repubblica di Siracusa informava dell’avvenuta iscrizione nel registro degli indagati di nove medici che avevano visitato Liotta, incluso il perito della Corte di Assise di Appello e l’allora Direttore del carcere. La consulenza tecnica collegiale depositata il 23 giugno 2014 censura il comportamento del personale medico dal 21 luglio al 25 luglio 2012: Alfredo muore nel letto della sua cella per collasso cardiocircolatorio “dovuto a rettorragia da verosimile lesione emorroidaria”. Trascorsi quasi tre anni dal decesso di Alfredo, il 29 aprile 2015, Antigone depositava istanza per sollecitare la Procura alla chiusura delle indagini. In data 14 dicembre 2016 il Pubblico ministero chiede l’emissione del decreto che dispone il giudizio per omicidio colposo per nove dei dieci indagati. Veniva stralciata la posizione del Direttore. Tra le persone offese, il Pubblico ministero indicava anche l’Associazione Antigone. Il 17 maggio 2018 si è conclusa l’udienza preliminare con il rinvio a giudizio di otto medici del carcere e del perito nominato dalla Corte di appello che aveva definito Alfredo Liotta un “simulatore”.

 

Carcere di Ivrea – anonimo 

Un pestaggio ai danni di un detenuto africano. L’episodio veniva raccontato da un compagno di detenzione della vittima: “Il giorno sabato 7 novembre scorso ho assistito al maltrattamento di un giovane detenuto, probabilmente nordafricano di cui non conosco il nome. Verso le ore 20.15 sono stato attratto da urla di dolore e di richieste di aiuto e sono uscito dalla mia cella nel corridoio che consente di vedere la rotonda del piano terra. Sono infatti alloggiato nel piccolo braccio che ospita le celle delle persone in semilibertà e in art. 21. Ho allora visto tre agenti, che saprei riconoscere anche se non conosco i nomi, picchiare con schiaffi e pugni il giovane che continuava a gridare chiedendo aiuto e cercava di proteggersi senza reagire. Alla scena assistevano altri agenti e un operatore sanitario che restavano passivi ad osservare. Il giovane veniva trascinato verso i locali dell’infermeria mentre continuava a gridare”. Quattro procedimenti penali pendevano davanti alla Procura della Repubblica di Ivrea, due contro noti e due contro ignoti. In data 9 maggio 2018, la Procura della Repubblica ha avanzato richiesta di archiviazione in uno dei procedimenti penali in cui Antigone aveva presentato un esposto. L’associazione ha depositato formale atto di opposizione alla richiesta di archiviazione.

 

Stefano Borriello

Stefano Borriello muore, a 29anni, il 7 agosto 2015 nel carcere di Pordenone. Secondo la comunicazione di decesso sottoscritta dal Direttore, alle 20.15, Borriello veniva notato da un agente di polizia penitenziaria all’interno della sua cella (la n.2) mentre perdeva i sensi e cadeva a terra; veniva trasportato d’urgenza al Pronto soccorso dell’Ospedale di Pordenone ove veniva constatato il decesso. Le indagini preliminari si sono sviluppate in due fasi con esito analogo ossia la richiesta di archiviazione del Pubblico ministero. Il Giudice delle indagini preliminari a seguito dell’opposizione alla richiesta di archiviazione, avanzata dalla madre del giovane, ha ritenuto necessario disporre una integrazione delle indagini preliminari. Era il 28 settembre 2016. In questa seconda fase delle indagini, il Pubblico ministero, dopo aver disposto una integrazione della consulenza medica, il 17 luglio 2017, avanzava una seconda richiesta di archiviazione. Secondo un consulente, specialista in malattie infettive, una visita del paziente anche il giorno prima del decesso avrebbe permesso di iniziare una terapia che avrebbe aumentato notevolmente le possibilità di sopravvivenza del giovane. All’esito dell’udienza, il Giudice disponeva provvedimento di imputazione coatta che portava il Pubblico ministero alla formulazione del capo di imputazione per omicidio colposo nei confronti del medico del carcere. In data 12.06.2018, il Giudice dell’udienza preliminare ha disposto il rinvio a giudizio per il medico del carcere con l’accusa di omicidio colposo.

 

Valerio Guerrieri

Valerio Guerrieri è morto suicida nel bagno di una cella di Regina Coeli il 24 febbraio 2017: aveva compiuto da poco 22 anni ed aveva importanti disturbi psichici. Secondo l’ultimo perito che lo aveva visitato, Valerio era affetto da “disturbo della personalità” con una “sorta di cronicità del discontrollo ed atteggiamenti manipolatori” e il rischio suicidario del giovane “piuttosto significativo” e “non trascurabile”. Anche Valerio parlava in quell’udienza: “Io sto male, sto male, ma non sono pericoloso per gli altri, perché se ero pericoloso per gli altri avrei fatto qualcosa di male a qualcheduno. (…) Poi a Regina Coeli ogni 15 minuti non è vero perché io sto al terzo piano, e non ce sta neanche una guardia per ogni piano, ce sta soltanto quando viene il Comandante e la direttrice, che se mettono uno, uno, uno. Ma io ogni 15 minuti io non la vedo l’assistente che me viene a vedé, non è vero. Questi psichiatri che dicono che mi visitano, non mi visitano.” Al termine di questa udienza – 10 giorni prima della morte – il Giudice dichiara il giovane parzialmente incapace di intendere e di volere e lo condanna alla pena di quattro mesi di reclusione, revoca la custodia cautelare in carcere e dispone l’applicazione della misura di sicurezza in REMS. La misura di sicurezza non viene disposta in via provvisoria quindi doveva essere eseguita soltanto a condanna definitiva e dopo l’intera espiazione della pena della reclusione. Subito dopo la sua morte, la Procura della Repubblica ha aperto un procedimento contro ignoti per omicidio colposo. Antigone non entra in questo procedimento ma decide di presentare un esposto per fare luce sulle ragioni della permanenza in carcere di una persona senza titolo. Le indagini su questo procedimento si chiudono il 20 febbraio 2018 con una richiesta di archiviazione. Antigone, assieme alla madre del giovane, ha presentato opposizione alla richiesta di archiviazione. Non è ancora stata fissata l’udienza di discussione alla opposizione alla richiesta di archiviazione presentata da Antigone nel procedimento penale che avrebbe dovuto fare luce sulle ragioni che hanno permesso che una persona possa essere ristretta in carcere senza titolo.

 

Marco Prato

Il 25 gennaio 2018 Antigone ha presentato un esposto per far luce sulla morte di Marco Prato, suicidatosi il 20 giugno 2017 nel bagno di una cella del carcere di Velletri. Il 13 febbraio 2017, Prato viene trasferito dal carcere di Regina Coeli al carcere di Velletri contro la sua volontà e con motivazioni irragionevoli. A Roma era sottoposto a grande sorveglianza e assumeva un’importante terapia farmacologica. Nei mesi successivi, il giovane effettuerà sporadici colloqui con lo psichiatra e nonostante gli evidenti segnali di distacco e di isolamento – esce poco dalla cella e interrompe i contatti epistolari con gli amici – nessuna particolare azione sarebbe stata posta in essere in suo aiuto. Antigone ha presentato due esposti alle Procure di Roma e di Velletri: il primo per violazione legge sulla privacy (dati clinici sensibili raccontati in trasmissioni tv di grande ascolto), il secondo in relazione al suicidio. A partire da ottobre 2017 segnalazioni di violenza sono giunte dalle seguenti carceri: Roma Regina Coeli (un detenuto), Viterbo (tre detenuti), Foggia, Ascoli Piceno, La Spezia. È stato prontamente informato il Garante nazionale delle persone private della libertà o il Garante operativo a livello regionale.

 

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Giornalista

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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