NORD EST, MIRACOLO AVVELENATO

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 22 ottobre 2018
33 minuti

Estreme Conseguenze pubblica le ultime ricerche sulla contaminazione da sostanze chimiche del bacino idrico veneto nelle province di Vicenza, Verona, Padova e Rovigo, un’area di oltre 200 chilometri che conta 350mila abitanti. Per l’Istituto Superiore di Sanità si deve agire subito con bonifiche strutturali. “È necessaria un’azione di interruzione urgente della principale fonte di scarico. Lo diciamo dal 2013”. A parlare è Luca Lucentini, Direttore Reparto Qualità dell’acqua e salute dell’Istituto Superiore di Sanità, a cui abbiamo chiesto di spiegarci quanto è avvelenata la falda acquifera veneta. Oggi e domani una delegazione di Mamme No Pfas è a Strasburgo per portare la propria testimonianza di popolazione contaminata. Il Parlamento Europeo discuterà sulla bozza della rifusione della direttiva sulle acque destinate al consumo umano.

“La situazione delle acque in Veneto è ormai compromessa e, sebbene sulla tossicità dei Pfas non ci siano ancora tutte le evidenze solide richieste, è necessaria un’azione di interruzione urgente della principale fonte di scarico. Lo diciamo dal 2013. Molto umilmente bisogna mettere mano alla falda con interventi strutturali per riacquisirla, pulita e sicura”.

A Estreme Conseguenze, Luca Lucentini, spiega come “il caso del Veneto ha messo in luce una falla nel nostro sistema di controllo delle acque potabili. Ci sono teoricamente 100mila sostanze chimiche che potrebbero finire nelle acque superficiali o sotterranee e, se non opportunamente rimosse, arrivare al rubinetto come purtroppo è accaduto in altre regioni – vedi Abruzzo con la sentenza sulla discarica Bussi –. Quindi, anche se è vero che le acque potabili in italia sono di ottima qualità sulla base di azioni di tutela delle acque generalmente ben definiti e un capillare sistema di vigilanza, è necessario che, se ci sono pericoli specifici in certi ambienti e territori questi vadano ricercati e tenuti sotto controllo, ove necessario, prima che arrivino eventualmente ai rubinetti. Certe sostanze non spariscono solo perché non si vanno a cercare. Bisogna lavorare in prevenzione sul concetto di potabilità sicura, perché come nel caso del Veneto, il rischio non è solo una percezione. Dal 2015 lavoriamo secondo un assetto che ha introdotto nuovi piani di sicurezza delle acque in Italia per integrare l’approccio WSP (Water Safety Plan) nelle politiche e nei regolamenti nazionali, come principi cardine di tutela della salute pubblica per la fornitura di acqua potabile sicura, attraverso la pianificazione e lo sviluppo di una road-map nazionale, da declinare nei diversi ambiti territoriali. Si tratta di una valutazione e gestione dei rischi integrata, estesa dalla captazione al rubinetto, per la protezione delle risorse idriche di origine e il controllo del sistema e dei processi, per garantire nel tempo l’assenza di potenziali pericoli di ordine fisico, biologico e chimico nell’acqua disponibile per il consumo anche alla luce di contaminanti emergenti come i Pfas del Veneto, o come gli ultimi arrivati, i GenX. L’esperienza di applicazione dei piani di sicurezza in Veneto è ora una realtà esemplare, in cui grazie a un dialogo delle istituzioni che integra le conoscenze sui rischi esistenti nell’ambiente, ogni possibile pericolo, prima che arrivi nei pozzi o, comunque, ai rubinetti, è controllato e abbattuto: i PFAS ma non solo. Se il modello fosse stato implementato prima certamente questa emergenza sarebbe stata prevenuta: questa è la lezione che l’Italia ha imparato e portato in Europa ispirando anche la nuova direttiva sulla qualità delle acque potabili”.

Di incontrovertibili elementi nel configurare una situazione compromessa per la salute della popolazione veneta esposta ai Pfas attraverso il consumo e l’utilizzo delle acque ce ne sono, anche se la pelle non brucia e neppure la lingua. Non è come a Seveso dove l’Icmesa ha sversato triclorofenolo, componente dei diserbanti che bruciò dal luglio del 1976 la pelle dei bambini, uccise gli animali e cancellò con la diossina un pezzetto di Meda.

Nel miracoloso nordest il veleno comprato come merce di scambio per far viaggiare con crescita a doppio zero l’operosa industria è, infatti, nel mio bicchiere d’acqua. Acqua trasparente. Che scorre dai rubinetti di casa, che lava le stoviglie, che banalmente si usa per fare un piatto di pasta. Potabile, dicevano. Acqua piena di Pfas (sostanze perfluoroalchiliche usate come impermeabilizzanti per tessuti ma anche per pentole) e di GenX (un tensioattivo dalla società chimica Chemours nella polimerizzazione per la produzione di polimeri fluorurati commercializzati con il marchio Teflon) per dire l’ultima generazione di acronimi chimici ancora poco noti che, tubo dopo tubo, e per oltre 200 chilometri quadrati, contamina l’acqua trasparente – che neppure puzza – di 350mila persone che vivono nelle province di Vicenza, Verona, Padova e Rovigo. E raggiunge picchi di persistenza particolarmente alti in una trentina di comuni dell’ovest vicentino, nelle Valli del Chiampo e dell’Agno.
L’operoso nord-est, appunto.

“Dove abbiamo comprato tutto, vendendoci cara la pelle – mi dice Lara, una delle tante mamme del comune di Trissino, che hanno figli con valori di Pfoa (uno dei due acidi appartenenti alla famiglia delle sostanze organiche note come Pfas) nel suo sangue di circa undici volte superiore al livello massimo di concentrazione dei livelli guida tossicologici. “Anche perché qui c’è la concia. Di inquinamenti precedenti ce n’erano stati, ma siamo sempre stati più attenti all’aria, anche a causa dell’inceneritore della Zambon.

“Mai avremmo pensato all’acqua”. Eppure siamo fatti di acqua. Pensate a quanta acqua compone il corpo di un bambino di 10 kg. La pelle che non brucia, l’acqua che non puzza e nemmeno ha un colore inconsueto. Non è Seveso. Vero. Forse è peggio, come fa intendere Cinzia Tromba, un tempo ricercatrice presso la State University of Stony Brook (NY), oggi divulgatrice di informazioni scientifiche, ricostruendo le correlazioni di 70 anni di uso senza regole di Pfas tra gli Stati Uniti, con il caso della multinazionale Dupont in West Virginia e il Veneto, dove “una falda grande come il lago di Garda” è ad oggi la più contaminata d’Europa, principalmente per le azioni, ripetute e ancora consentite, di sversamento di veleni da parte della Miteni spa, in provincia di Vicenza. Quella che avrebbe dovuto chiudere nel 2013, come ci è stato detto.

 

Ci hanno raccontato che “si tratta di una contaminazione pluridecennale da parte di un’industria che sotto gli occhi “vigili” della nostra politica ha ripetutamente cambiato proprietà, ed è importante ricostruire i passaggi che l’hanno condotta da influente stabilimento della celebre famiglia Marzotto, nel Veneto del boom economico e produttivo degli anni Sessanta e Settanta, a filiale di multinazionali estere che, come nel caso Dupont, in un gioco schizofrenico di cambi di nome e di passaggi di proprietà ha avuto un solo punto fermo: sversare, avvelenare, trovare nuove sostanze con spiccate caratteristiche di resistenza termica e inerzia chimica i cui effetti tossici sono noti fin dagli anni Sessanta. In quegli anni, infatti, al di là dell’Oceano Atlantico due colossi chimici come la DuPont e la 3M scoprono che il Pfoa causa l’ingrossamento del fegato e molto altro.

Ma si va avanti a produrre, e vendere. Sia in America che in Veneto, sacrificando il concetto di sicurezza al dio denaro. Qui è peggio, però. Tutti i dati che abbiamo sono sconcertanti: la concentrazione media nel sangue riscontrata in coloro che abitano la cosiddetta zona rossa (che fa capo ai comuni dell’ovest vicentino) è superiore di dieci volte rispetto a quella del campione di controllo, con punte di oltre quaranta volte nei comuni maggiormente colpiti. Queste sostanze sono in grado di interagire con il sistema che regola la produzione degli ormoni, creando conseguenti squilibri nel loro funzionamento; sono potenziali cancerogeni, soprattutto sul fronte dei tumori al rene e al testicolo; sono trasmissibili al feto in fase di gravidanza e nei primi mesi di vita del neonato tramite allattamento; comportano un aumento dei casi di ipertensione e preeclampsia in gravidanza; ancora, alterano le funzioni della tiroide; accrescono il rischio di malattie cardiovascolari; innalzano il tasso di infertilità maschile e femminile e infine causano il diabete. Insomma parlare di emergenza oggi è improprio, a quattro anni dal primo monitoraggio del CNR sarebbe più corretto parlare di disastro: bisogna mettersi nella testa che non abbiamo a che fare con una tossicità acuta, ma con un’esposizione prolungata anche a basse dosi che causa probabilmente il danno maggiore”.

Sull’espressione «rischio immediato», ha detto qualcosa anche il dottor Giovanni Fazio, medico Isde (International Society of Doctors for the Environment) del comune di Arzignano. “Certo, se mi bevo un bicchiere coi PFAS mica faccio un colpo e muoio subito…” . “Non parliamo poi di nanogrammi, grammi, millilitri.. – ci viene detto – e della sconcertante la facilità con cui le istituzioni hanno giocato su questi parametri, vendendoci l’analisi del sangue, così da fa star buoni gli abitanti più colpiti”.

Vediamoli allora questi parametri: partiamo da un’indagine del SER (Sistema Epidemiologico Regionale) sulle orchiectomie per tumore al testicolo registrate tra la popolazione dei comuni colpiti nel periodo 1997-2014 che mette nero su bianco le evidenze disponibili sulla possibile associazione tra tumore del testicolo e PFAS. Se è vero che, mediamente, i casi registrati non sono superiori alla media regionale, altrettanto lo è che nel comune di Lonigo, il più interessato dall’inquinamento da PFAS, essi sono addirittura il doppio di quelli attesi.

Di Pfas si muore. E si muore male. Un’ altra ricerca pubblicata sull’ultimo numero dell’European Journal of Public Health intitolata Drinking water contamination from perfluoroalkyl substances (PFAS): an ecological mortality study in the Veneto Region, Italy parla di sovra-mortalità. Si tratta di uno studio descrittivo che porta la firma di una equipe di scienziati coordinata dalla biologa Marina Mastrantonio dell’Enea. Sui dipendenti Miteni, i più esposti in questi anni perché con i Pfas ci lavoravano è stato fatto uno studio ad hoc. I risultati dell’indagine dei dottori Enzo Merler e Paolo Girardi parlano chiaro: rispetto alla media (anche di altre comunità di lavoratori) si registra «una sovra-mortalità maggiore in chi è esposto a Pfoa; un robusto eccesso per tumore del fegato e cirrosi; un eccesso di mortalità per tumore del rene e della vescica; una sovra-mortalità per diabete e ipertensione».

Lo studio retrospettivo ha riguardato 415 lavoratori maschi, assunti prima del 2004 e seguiti fino al 2016. Tra i dipendenti sono stati individuati coloro che erano stati direttamente esposti (occupati nei reparti di produzione di Pfoa – l’altro acido), quelli che lo erano stati solo parzialmente (es: addetti in altri reparti di produzione) e quelli che lo erano stati molto meno (es: impiegati degli uffici am- ministrativi, manutentori). Ebbene, nell’intera coorte di lavoratori presi in esame sono emersi alti livelli di Pfoa nel sangue di 121 dipendenti fin dall’anno 2000, in media 1.817 ng/g: da 166 ng/g per i meno esposti a 5.101 ng/g per i più esposti. Con punte di sostanze in alcuni lavoratori 92mila nanogrammi, un indice che è stato anche difficile da misurare perché i primi laboratori non erano nemmeno in grado di valutare concentrazioni superiori a 45 mg/L, non avevano mai superato una certa soglia. “In realtà, tra i lavoratori di Miteni – ci spiega Merler – si sono registrati livelli di Pfoa più alti di quelli dei loro colleghi americani”.

 

 

Le tabelle si riferiscono agli Studi del dottor Enzo Merler sui dipendenti della Miteni

 

Un’altra fonte d’informazioni è stato il registro delle nascite, con uno studio condotto da Paola Facchin, Responsabile del Coordinamento Regionale Malattie Rare, Regione del Veneto dal titolo “Studio sugli esiti materni e neonatali in relazione alla contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche” dalla cui analisi è emerso che nell’ultimo decennio tra le donne residenti nell’area rossa si è avuto un aumento dei casi di pre-eclampsia e di diabete gestazionale (con un gradiente che si abbassa man mano che ci si allontana dalla zona più contaminata); che vi è stato un incremento del numero di bambini nati con peso molto basso e di bimbi nati con malformazioni, sia a carico del sistema nervoso e circolatorio sia di tipo cromosomico. Dal 2003 al 2013 nell’area rossa la prevalenza di SGA (piccoli per età gestazionale) è più elevata (3,6% e 3,5%) rispetto a tutte le altre aree indagate e quindi del Veneto (3,0% e 2,9%), avvalorando anche per tale esito quanto emerge dalla letteratura. Solo nell’ultimo biennio (dopo l’utilizzo dei filtri per gli acquedotti) nell’area rossa la prevalenza di SGA subisce un decremento raggiungendo valori sovrapponibili alla media del Veneto (3,1%). Analizzando i bassissimi pesi (<1000 grammi), spicca la crescita in area rossa registrata nel periodo 2014-2015 (5,4% vs 3,1%). Analizzando per singoli apparati, spicca nell’area rossa una prevalenza più elevata per le anomalie del sistema nervoso (5,1‰ vs 3,6‰), attuale campo di indagine tra i ricercatori, del sistema circolatorio (1,0‰ vs 0,6‰) e per le anomalie cromosomiche (2,2‰ vs 1,6‰).

 

Registro nascita – Coordinamento Malattie Rare. Studio sugli esiti neonatali in relazione alla contaminazione Pfas (gennaio 2017)

 

I tempi di vita di questi perfluoroalchilici nell’ambiente variano dai 41 anni per il Pfos agli 8 per il Pfoa mentre per Arpa Veneto il Pfoa ha un’emivita di 92 anni.
A livello nazionale solo Germania, dal 2006, e Regno Unito, dal 2007, dispongono di valori di riferimento: 100 ng/l è il dato precauzionale adottato dai tedeschi per un’esposizione prolungata a Pfos e Pfoa combinati. “Ma si tratta di una molecola che si fissa, praticamente indistruttibile –ci viene detto – . L’uomo ci mette anni e anni ad eliminarla. Nessuno indica dei dati certi di sopportabilità”. L’indicazione della dose giornaliera assumibile appare incoerente, a tratti schizofrenica come quanto è avvenuto in tutti questi anni. La Regione Veneto ha fissato i limiti di presenza dei Pfas: 90 nanogrammi per litro intesi come somma di Pfoa e Pfos, considerando il limite di 30 nanogrammi/litro come concentrazione massima di Pfos. Per dire, le indicazioni dell’Istituto Superiore della Sanità scrivevano 500 nanogrammi. Ci viene detto “In questo momento le acque a valle della Miteni sono sotto i 500 n/g, ma ben lontani dai 90 fissati dalla Regione. Il dubbio che i depuratori attuali siano davvero in grado di trattare una falda così inquinata c’è”.

Ancora nel 2016 ARPAV misurava 17.164 ng/l di Pfas all’uscita del depuratore di Trissino. Una specie di gigantesca spugna che assorbe ciò che oggi conosciamo, ma anche ciò che ancora non sappiamo esserci. Per spiegarci la delicatezza di questo passaggio abbiamo rintracciato l’avvocato americano Robert Billot, colui che ha citato in giudizio il colosso chimico Dupont, ancora impegnato in una class action per la tutela della salute della popolazione del West Virginia. Billot non ha dubbi sulle analogie tra il caso Dupont e quello Miteni: “Queste nuove sostanze come il GenX, sostituto del Pfoa, ci vedono costretti ad un’unica possibilità: opporsi con forza, determinazione, nessun patteggiamento. La strategia adottata da industrie come la Dupont, e come la Miteni è chiara: sostituire la produzione o l’utilizzo di una sostanza risultata altamente nociva con una o più di cui ancora non sono disponibili evidenze scientifiche, così da essere svincolate da limiti e normative per un buon numero di anni seguenti. Un circolo vizioso e nefasto”.

Negli Stati Uniti ci sono stati decine di milioni di dollari di risarcimenti agli abitanti delle zone inquinate, multe all’EPA e finanziamenti per uno studio scientifico durato 7 anni. Qui, in Italia, l’azienda declina qualsiasi responsabilità in merito a quanto avvenuto in 40 anni di storia, scaricando sulle gestioni precedenti.

Ma siamo certi che l’immobilismo sia solo di Miteni?

“Sul flusso costituito dagli scarichi di processo che la Miteni recapita in fognatura e che rappresenta la maggiore quantità di Pfas veicolata nell’ambiente, la situazione è immutata, cioè non è stato fatto ancora sostanzialmente niente”. Questo è quanto si legge nell’aggiornamento del report sui Pfas della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali, presentato il 14 febbraio 2018 in Senato. La Commissione Parlamentare d’inchiesta sugli illeciti ambientali (ecomafie) ha confermato che c’è stato «Avvelenamento di acque destinate all’alimentazione». Sono stati ravvisati anche i reati di disastro ambientale e delitto colposo contro l’ambiente. La Commissione ha ribadito con durezza quanto abbiamo riassunto sino a qui: gli effetti tossici più frequentemente osservati come la restrizione della crescita fetale, alcuni tumori, diabete, aumento del colesterolo e sue conseguenze, ipertensione arteriosa, aumento dell’acido urico, colite ulcerosa, malattie della tiroide, riduzione degli spermatozoi nel maschio, infertilità maschile e femminile. Ma siamo sempre nell’ordine di patologie note. E quelle che oggi non conosciamo?

Nella Commissione si cita l’inchiesta dei carabinieri del NOE di Treviso curata dal maresciallo Manuel Tagliaferri che ricostruisce la storia della ditta che ha provocato l’inquinamento, dimostrando che era a conoscenza del rischio fin dagli anni ’90. Ne esce un quadro di omissioni, mancate denunce, interventi parziali, forse dovuti, afferma la Commissione, agli alti costi delle bonifiche.

Di immobilismo viene da pensare anche leggendo le più recenti dichiarazioni del procuratore della Repubblica, il magistrato vicentino Antonino Cappelleri che ha in mano il dossier sulla Miteni: “La vicenda Miteni, intesa come fonte “storica” dell’inquinamento in oggetto, richiede non soltanto un’iniziativa penale ma anche un intervento sul versante amministrativo di tutela della salute pubblica: ci siamo rivolti a specialisti accreditati ma attendiamo l’esito dell’indagine epidemiologica avviata dalla Regione che prevede tempi lunghi, nell’ordine di due anni… , i comitati locali lamentano ritardi giudiziari? Sono molto coinvolti sul piano emotivo e forse non colgono le oggettive difficoltà del rito penale, che esige certezze. Noi stiamo profondendo il massimo impegno”. Sarà pur vero che ci vogliono solide certezze, ma siamo alla data del 20 ottobre 2018. Nel frattempo, non sono comparsi in giro cartelli che dicano “acqua non potabile”.

IL CAPITOLO NORME

A luglio 2018 l’ECHA, l’agenzia di regolamentazione delle sostanze chimiche dell’Unione Europea con sede a Helsinki ha pubblicato il documento che dovrebbe portare alla definizione di una norma specifica sull’utilizzo di Pfos e Pfoa. L’agenzia si è concentrata sul Pfoa e ha diviso l’utilizzo di questa sostanza allo stato puro dalle sostanze definite “Pfoa correlate” cioè che si trasformano nell’ambiente. Queste ultime non vengono attualmente ricercate nelle analisi ambientali perché non sono ancora Pfas ma, si scrive nel rapporto, lo diventano in un tempo variabile e l’impiego di queste sostanze in Europa è di migliaia di tonnellate all’anno.
Scrive ECHA: “Il mercato di queste sostanze ha un volume intorno alle 1.000 tonnellate anno nei trattamenti di pelle e tessuti e altre 150-200 tonnellate sono utilizzate per il trattamento della carta. Ulteriori 50-100 tonnellate vengono usate per colori e inchiostri”.

L’Unione industriale conciaria UNIC nella sua documentazione scrive che l’Italia rappresenta il 66% della produzione europea. Il Veneto vale la metà della produzione italiana del settore. Ne consegue che la sola industria della pelle del Veneto consuma ogni anno, secondo i dati dell’agenzia europea che li definisce “per difetto”, circa 160 tonnellate di sostanze che rilasciano Pfoa una volta in ambiente e che non sono mai state oggetto di analisi negli scarichi industriali. A questi vanno ad aggiungersi 30 tonnellate di Pfoa e sali di Pfoa puri o utilizzati in miscele vendute in Europa. ECHA afferma di avere dati sottostimati perché non tutti i fornitori hanno risposto alle richieste dell’agenzia e già uno solo di loro ha comunicato volumi intorno alle 1.000 tonnellate per anno.

Questa indagine dell’agenzia europea è stata richiesta da Germania e Norvegia, realizzata dal Committee for Risk Assessment (RAC) e dal Committee for Socio-economic Analysis (SEAC) e ha lo scopo di definire modifiche al cosiddetto regolamento REACH per l’utilizzo del Pfoa. Nonostante tutto quanto abbiamo scritto e documentato nessuna istituzione ha fatto iniziare in Veneto i lavori per le prese di approvvigionamento da fonti sicure per gli acquedotti inquinati. Nessuna delle indicazioni date in questi 5 anni ha visto il suo completamento lasciando ancora il territorio in balia di vecchi e nuovi veleni: i primi a catena lunga, quindi particolarmente stabili e persistenti nell’ambiente, nell’acqua e nel cibo; i secondi, detti a catena corta, di cui si sa poco, anche se si tratta di sostanze che dal giugno 2017 sono state inserite proprio nella lista REACH per la loro pericolosità cancerogena. Anche la IARC ha classificato la chimica dei Pfas pericolosa per la salute per l’uomo (cancro del testicolo e del rene). Un primo campionamento dei pozzi e parallelo biomonitoraggio di chi vi faceva uso è stato effettuato tra il 2015 e il 2016, mentre la campagna di screening del sangue estesa a tutta la popolazione della zona rossa è stata avviata a inizio 2017. Mancano ancora indicazioni precise sull’uso delle acque superficiali contaminate destinate all’irrigazione di colture agricole. Manca, di fatto, una mappa completa dei pozzi di captazione ad uso privato, sia per la zona rossa, sia per le zone limitrofe, e, in particolar modo, per la zona arancione colpita in passato da un grave inquinamento di quella che un tempo fu l’azienda Rimar, che poi oggi, lo ricordiamo, si chiama Miteni. Già nel 1970 la Rimar produce 12 tonnellate di Apo-Pfoa l’anno, e nel 1973 avvia altre produzioni come i Btf-benzotrifluoruri. Nel febbraio 1976 l’esercito in località Ghisa a Montecchio fa scoprire l’acqua gialla inquinata da Btf nei suoi pozzi. Segue l’inchiesta della Procura, il lavoro di più periti, le autobotti che portano l’acqua in zona (fino a Creazzo)… l’assoluzione.

 

FACCE DA PFAS: LE MAMME CORAGGIO A STRASBURGO PER DENUNCIARE L’AVVELENAMENTO

Un emendamento Pfas zero all’interno della nuova direttiva Ue sulle acque potabili: è quello ufficialmente depositato oggi durante la sessione plenaria del Parlamento europeo, a Strasburgo dalle mamme No Pfas. “Ogni mattina – dice Deborah – c’è chi come noi si sveglia con la consapevolezza di avere sotto ai suoi piedi la seconda falda più grande d’Europa contaminata da Pfas, e non solo. E di avere nel sangue questi interferenti endocrini. Ma c’è anche “chi non sa ancora” e “chi non vuole sapere”. Noi combattiamo per tutti”. L’emendamento prevede limiti pari allo zero di Pfoa, Pfos e Pfas su tutto il territorio europeo, accogliendo le istanze avanzate dai sindaci dei comuni veneti contaminati, dalle associazioni di cittadini e dal consiglio regionale del Veneto che, proprio in questi giorni, ha votato all’unanimità la richiesta al Parlamento europeo di introdurre quote zero di sostanze perfluoroalciliche nella nuova direttiva. L’emendamento sarà votato domani.

“Andremo fino in fondo in questa battaglia – dicono in coro le mamme coraggio – per la tutela della salute pubblica e dell’ambiente. I contenuti delle osservazioni, elaborate da un gruppo di genitori attivi, rappresentano la popolazione veneta contaminata da Pfas, costretta a vivere una condizione sospesa, minacciata dagli interferenti endocrini. Nulla, in queste aree martoriate dall’inquinamento, risponde più alle regole naturali. Il termine “rischio”, per esempio, di fatto sottende a un concetto di pericolosità già esistente.

Non ci stancheremo mai di ripetere che il principio di precauzione non deve rimanere una traccia di inchiostro sul trattato di funzionamento dell’Unione Europea, non deve rimanere disapplicato per paura che in un concetto così alto non vi sia futuro per l’economia. Tutt’altro: noi pensiamo che proprio in questo assunto vi siano modernità e ricchezza”.

 

 

I dati si riferiscono al Piano di sorveglianza sanitaria sulla popolazione esposta ai Pfas (dicembre 2016)

 

QUALCOSA DI Più SULLA CHIMICA DEI PFAS

Sono composti perfluoroalchilici (per-fluoro-alchilic substances, PFAS) sono molecole costituite da una catena di atomi di carbonio che termina con un gruppo idrofilico e in cui il carbonio, invece che all’idrogeno, come accade negli idrocarburi, si lega al fluoro. I PFAS si distinguono, tra l’altro, per la lunghezza, con quelli a catena più lunga, come PFOA (acido perfluorottanoico) e PFOS (acido perfluorottansolfonico), più pericolosi per la salute, perché particolarmente stabili e perciò molto persistenti nell’ambiente e negli organismi viventi, che possono assumerli tramite l’acqua o il cibo. Il PFOS è un interferente endocrino e inserito nella Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti. Gli studi a oggi disponibili legano l’esposizione a composti perfluoroalchilici (che può avvenire attraverso acqua, cibo, polveri domestiche) a diverse patologie: ipercolesterolemia, colite ulcerosa, malattie tiroidee, cancro del testicolo, della prostata, del rene, linfoma non-Hodgkin, ipertensione in gravidanza, diabete. Si è notata inoltre un’associazione con patologie cardiovascolari, come arteriosclerosi, ischemie cerebrali e cardiache. Questi composti si legano alle proteine plasmatiche, e si accumulano soprattutto nel fegato e nel rene. In virtù della grande stabilità chimica, la loro emivita nell’organismo umano è in media di 3,5 anni.

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Mattea Guantieri, 40 anni, è entrata nella squadra di Estreme Conseguenze dopo aver coordinato testate di promozione per il Veneto. Ha collaborato al restyling del mensile di cucina A Tavola, dirigendolo per circa 18 mesi. Dopo aver collaborato con Nordesteuropa, e altre testate locali, si è dedicata alla progettazione di format editoriali per il web.

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