LA MAFIA FA AFFARI A TAVOLA

Giornalista e scrittrice

Scrivi all'autore | Pubblicato il 29 ottobre 2018
11 minuti

All’inizio fu il pizzo. Poi il traffico di droga e dei rifiuti. La mafia è arrivata a sedersi alla tavola degli italiani con un giro d’affari da 22 miliardi di euro. L’ex procuratore Gian Carlo Caselli, presidente dell’Osservatorio contro le agromafie, lancia l’allarme: “In Italia manca una legge per fermare gli operatori corrotti”.

«Operatori corrotti e senza scrupoli hanno invaso il mercato agroalimentare e, purtroppo, nel nostro Paese, non c’è una normativa adeguata per fermarli e per sostenere gli operatori “puliti” che, nonostante tutto, restano la maggioranza». Gian Carlo Caselli, presidente dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura, punta il dito sull’assenza di leggi in materia agroalimentare. «L’unica che sta funzionando e andrebbe attuata in ogni sua parte è la legge sul caporalato, invece il ministro Gian Marco Centinaio ha subito proclamato di volerla cambiare».

Gian Carlo Caselli è uno che parla chiaro. Testimone, anzi, protagonista della storia d’Italia, è stato prima procuratore di Torino, negli anni della lotta al terrorismo delle brigate rosse e di Prima Linea, poi procuratore a Palermo, subito dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. E dopo 46 anni di magistratura qualcuno avrà pure sperato nella sua pensione ma Caselli la toga l’ha solo spostata, rimanendo a vigilare da un’altra parte, da un Osservatorio privilegiato. Con gli occhi puntati sui mercati alimentari dove oggi spadroneggiano le cosche. «Per le mafie la situazione attuale è una manna: guadagni forti e rischi minimi: la loro filosofia del “piatto ricco mi ci ficco” trova nel cibo un settore ideale. La normativa vigente in materia agroalimentare è un colabrodo, una groviera. Nei buchi, a volte voragini, può infilarsi di tutto, fino alle mafie».

Da tutta la vita lei combatte mafie e terrorismo, prima i corleonesi, poi le brigate rosse oggi le agromafie e il caporalato… qual è il nemico più pericoloso? Chi fa più danni al nostro Paese?

«Si tratta di manifestazioni criminali molto diverse, difficilmente comparabili. Comunque inserirei anche i politici fra chi ha causato i peggiori danni al nostro Paese… così come gli amministratori e gli affaristi “impuniti”, insomma quelli che non disdegnano qualche “aiutino” delle mafie per la cupidigia di lucri – economici o politici – da inseguire senza farsi troppi scrupoli, quelli che in definitiva predicano legalità ma poi vogliono (per sé) non più ma sempre meno giustizia».

Politici, affaristi, amministratori corrotti e impuniti. E fu un politico a impedire la nomina di Gian Carlo Caselli a procuratore nazionale antimafia. Era il 2005. Quando un emendamento presentato da un senatore di Alleanza Nazionale alla legge delega di riforma dell’ordinamento giudiziario (la cosiddetta “Riforma Castelli”) sbarrò la strada all’attuale presidente dell’Osservatorio contro le agromafie. Una legge fatta per lui, per Caselli, “contra personam”, che giocò sui limiti di età per punire chi aveva processato Andreotti. Perché questo fu… e fu nominato Piero Grasso, che mai commentò quell’esclusione. Dieci anni dopo, nel 2015, l’ex procuratore Caselli viene chiamato a far parte della Commissione per la riforma dei reati agroalimentari istituita dall’ex ministro della giustizia Orlando. Una Commissione che lavora a lungo e bene ma ancora una volta qualcosa non funziona: «Abbiamo elaborato un progetto di 49 articoli che nel dicembre 2017 è stato approvato dal Consiglio dei ministri e avviato alle Camere, purtroppo (ed incomprensibilmente) a legislatura ormai conclusa. Durante la campagna elettorale un consistente numero di parlamentari, trasversali ai vari schieramenti politici, ha assunto formalmente l’impegno di riprendere e sostenere il progetto, ora vedremo quel che succederà».

Cosa fa più paura di questo progetto?

«A preoccupare di più certi ambienti sono le novità che riguardano l’estensione dei limiti di ammissibilità delle intercettazioni; una nuova disciplina per le operazioni di prelievo e campionamento a sorpresa; la possibilità di ricorrere ad accertamenti tecnici più incisivi (tipo l’esame del dna, come nel doping sportivo) e la previsione di corsie preferenziali per la trattazione dei processi per violazione delle nuove norme. L’obiettivo ultimo della riforma è quello di una  “etichetta narrante”, che accompagni il prodotto dal campo allo scaffale di vendita, consentendo al consumatore di conoscere origine del prodotto, fornitori e passaggi per scegliere consapevolmente. Una garanzia di cibo buono, sano e giusto. E anche un ottimo antidoto contro il caporalato. La posta in gioco con la riforma è molto alta e se ancora una volta non se ne facesse niente, a perdere sarebbero i cittadini. Certo è che contro la riforma è schierata l’Italia di quelli che le regole sono solo per gli altri, l’Italia di quelli che le regole gli danno l’orticaria, l’Italia di quelli che le regole le rispettano solo se vanno bene per gli affari delle propria cordata. Fare previsioni non è mai facile, e se ci riferiamo al governo giallo-verde diventa un azzardo: perché le contraddizioni interne e le suggestioni esterne sono talmente tante da rendere il quadro piuttosto confuso».

Il lavoro irregolare, il cosiddetto caporalato, e la mafia nell’agroalimentare sono due fenomeni collegati? E qual è più difficile da fermare?

«Le mafie, dopo aver ceduto in appalto ai manovali l’onere di organizzare e gestire il caporalato e altre numerose forme di sfruttamento,  si sono “concentrate” sul condizionamento del mercato stabilendo i prezzi dei raccolti, gestendo i trasporti e lo smistamento, il controllo di intere catene di supermercati, l’esportazione del nostro vero o falso Made in Italy, la creazione all’estero di centrali di produzione dell’Italian sounding, e la creazione ex novo di reti di smercio al minuto. Caporalato e lavoro nero sono un’infamia indegna di un paese civile, ma anche un paradosso. Perché  per troppo tempo si è affrontata la questione del caporalato in ottica  emergenziale. Se ne parla soltanto durante la stagione della raccolta e quando qualche bracciante muore per cause che potrebbero  ricondursi alle fatiche bestiali che lo sfruttamento gli impone. Finita la stagione, silenzio. Occorre invece andare oltre, vedere il caporalato come  questione strutturale, in quanto funzionale alla degenerazione di una economia senza scrupoli, di fatto alleata alla mafia. Per un buon cibo serve una buona agricoltura. E per una buona agricoltura serve un buon lavoro. Vuol dire che il modello giusto  di agricoltura si basa sulla legalità in ogni segmento di una filiera che deve esser sana, quindi corta e limpida. L’esatto contrario del modello che pone illegalità e sfruttamento al centro di una filiera malata, perché lunga e opaca».

Insomma, troppi intermediari e  troppi passaggi moltiplicano prezzi e  problemi insieme agli  spazi  per le  zone grigie, nere o “tout court” mafiose. La nuova legge sul  caporalato (199/2016)  ha segnato un importante passo avanti, nonostante l’attuale ministro dell’agricoltura Centinaio ha annunciato di volerla modificare…  Cosa prevede?

«La legge 199 ha inasprito le norme di contrasto e sta producendo buoni risultati. Ci sono stati quasi un centinaio di arresti che in passato non ci si poteva neanche sognare. Prevede anche azioni positive, come la Rete del lavoro agricolo di qualità con relative sezioni territoriali, volte a prevenire lo sfruttamento del lavoro in agricoltura con idonei interventi sul piano del collocamento e del trasporto. Ma per questi aspetti la legge purtroppo è ancora inattuata. Vanno quindi  recuperati i ritardi accumulati, per potenziare e portare a regime una legge che la sperimentazione iniziale consente di definire buona».

Qual è il settore dell’agroalimentare più interessante per le mafie?

«Anche sul versante agroalimentare si registra una “mafia liquida”, che come l’acqua si infila un po’ dappertutto, vale a dire in tutti segmenti della filiera: dal campo, allo scaffale, alla tavola, alla ristorazione. Il flusso imponente di capitali sporchi che ogni giorno riempie le loro tasche, specie per i proventi del traffico di droga, costituisce per i mafiosi un formidabile vantaggio rispetto agli imprenditori onesti. Così, grazie ad una concorrenza spesso imbattibile i mafiosi destabilizzano il mercato e inquinano l’economia pulita, non stupisce che nell’ultimo Rapporto sulle agromafie (elaborato da Eurispes e Coldiretti nel 2016 e presentato nel 2017) si sia stimato – certamente per difetto – in  quasi 22 miliardi di euro il “fatturato” agromafioso, con un incremento annuo del 30%. Questa la realtà, che va conosciuta senza cedere al pessimismo o al catastrofismo. Non c’è nulla di irredimibile. Ma la realtà può essere fronteggiata solo partendo da una precisa conoscenza delle sue caratteristiche. Purché ci sia anche la determinazione necessaria in tutti. Nei fatti e non solo nei proclami».

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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