“Voi non vi occupate di noi, quindi perché dovremmo leggervi?”. La ragazza che involontariamente spietata fa la domanda, anzi la Domanda con la d maiuscola, è seduta in fondo. Segue un silenzio involontariamente inquisitorio. Gli studenti si fermano. Aspettano. Mi guardano inquirenti. Non malevoli, curiosi. Invitato nella scuola, il CFP, di via Parri a San Donato Milanese, vengo radiografato da giovani donne e giovani uomini che non sono sicuri che il giornalismo non sia ormai solo un retaggio del secolo scorso, comunque sono praticamente certi che non li riguardi. Studiano per diventare idraulici o elettricisti, gli uomini, ed estetiste le donne. La divisione non è istituzionale, è nei fatti. Chi ha valicato, le donne con ambizioni da elettricista, se le ricordano come di personaggi leggendari. Di uomini apprendisti estetisti, non me ne viene restituita memoria. In Nord Europa, mi spiega un’insegnante, le cose non stanno così. Le donne si avventurano tra pinze e passacavi. Da noi invece la vocazione professionale sconta il genere.

La Domanda delle domande era stata di poco preceduta da un’altra: “scrivete troppo complicato”. Alle mie spalle, mentre mi confronto con loro, c’è gigantesca aperta la home page di Estreme Conseguenze, che io dirigo, e il pezzo di apertura dice: “il ritorno delle mammane”.

“Chi sono le mammane?”. A sedici anni è giusto sapere chi sono le mammane? È giusto parlare di interruzione volontaria di gravidanza? Non dico mai aborto, nel parlare con questi giovani, mi ritrovo vittima di una sorta di pudore involontario. Ma loro sanno bene cos’è l’aborto e si indignano quando racconto che in quel nostro articolo è documentata la difficoltà oggi per un donna di interrompere una gravidanza non desiderata. Ora le mammane sanno cosa sono e non sono così sicuro che non dovranno un giorno incrociarne una.

L’atmosfera è calda e accogliente quando la giovane donna vestita di bianco, seduta in fondo a destra, pone la sua domanda. La Domanda. Sono quasi due ore che parlo o meglio che rispondo alle loro domande, che unisco mie considerazioni alle loro. Mi accorgo di essere per loro atipico. I primi articoli li ho battuti con una macchia per scrivere, ora giro con un tablet e quel che scrivo finisce su web e social o ripetuto da una web radio. Mio malgrado mi ritrovo ad interpretare il ruolo di ambasciatore del secolo scorso. Un secolo che, è evidente, loro hanno già ucciso. “I giornali moriranno con voi”, han detto indicando me e la loro insegnante. In edicola ci vanno ancora solo i loro nonni. Ormai è al massimo tv, tv rivendicata da alcuni, quanto orgogliosamente disdegnata da altri.

Però quando dico loro dei giornalisti minacciati o sotto scorta, allora tutto cambia. Il mestiere del giornalista assume una dimensione quasi eroica. Tanto da obbligarmi a smorzare favolose proiezioni. Fare il giornalista è un lavoro e l’editore fa impresa. Quindi il racconto di come nasce una notizia. La protezione delle fonti. Il business, sempre più povero, della editoria analogica, le domande intorno alla sostenibilità delle edizioni digitali. 

Impressiona molto il concetto di echo chamber. Di come ci siamo ormai abituati a leggere e confrontarci soprattutto con chi la pensa come noi. Leggiamo insieme il commento a un mio editoriale di una signora, Iolanda, che mi intima di uscire dal “suo facebook”.

Due ore a spiegarci l’un l’altro i nostri mondi, quindi la Domanda alla quale la risposta l’abbiamo trovata insieme e si chiama DEF, il Documento Economico Finanziario. Ecco una cosa di cui, il questo fine d’anno, i giornalisti si stanno molto occupando e che interessa anche questi futuri idraulici ed estetiste. Nel DEF c’è scritto perché la loro classe non è tinteggiata di fresco, perché il battiscopa continua a scollarsi, perché la porta della classe, “che si è rotta ieri”, forse resterà rotta per un po’. Nel DEF ci sono gli infissi antichi del loro istituto, nel DEF c’è anche scritto un pezzo del loro futuro.

Poi il futuro ognuno un po’ se lo costruisce. Gli studenti di questa scuola, un mestiere già nelle loro mani, qualche mese fa hanno eseguito la manutenzione di una scuola di Milano, che ad aspettare il DEF ancora avrebbe i rubinetti che perdono. E quello della solidarietà è un futuro che a loro pare piacere un sacco.

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Direttore

William Beccaro, 45 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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