“Il pestaggio di Cucchi il comandante voleva scaricarlo sulla polizia penitenziaria”

Intervista esclusiva all'appuntato Riccardo Casamassima.

Giornalista e scrittrice

Scrivi all'autore | Pubblicato il 05 novembre 2018
9 minuti

Riccardo Casamassima, il militare che ha permesso di riaprire il processo per la morte di Stefano Cucchi, racconta il colloquio con il maresciallo Roberto Mandolini: Il comandante disse che i suoi ragazzi avevano massacrato di botte un arrestato.E l’avvocato Giosué Naso, ancora una volta, grida al complotto.

“Non voglio altre punizioni. Sono già stato trasferito e demansionato con un taglio secco di 500 euro dello stipendio. È stato un premio per aver parlato. Dovevo tacere, mi pare chiaro”. Ma il carabiniere Riccardo Casamassima non lo ha fatto. Ha parlato. E lo fa ancora. Col suo accento pugliese, lui, originario di Andria, ci racconta del colloquio che ha permesso di riaprire il processo per la morte di Stefano Cucchi, il geometra romano arrestato la notte fra il 15 e il 16 ottobre del 2009 per spaccio di droga e deceduto pochi giorni dopo, il 22 ottobre, all’ospedale Sandro Pertini. Un colloquio intercorso fra il maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca comandante della Stazione Roma Appia, e un sottufficiale della compagnia di Tor Vergata: “Aveva le mani sulla fronte quando ha detto che era successo un casino, che i suoi ragazzi avevano massacrato di botte un arrestato. Nella stanza del comandante, dove c’era anche la mia compagna, Maria Rosati, anche lei carabiniere, il maresciallo Mandolini ha detto che l’arrestato si chiamava Cucchi. E che stavano cercando di scaricare la responsabilità di quel pestaggio sugli agenti della Polizia penitenziaria”.

Riccardo Casamassima parla con noi di Estreme Conseguenze dopo aver testimoniato, lo scorso maggio, al processo che vede alla sbarra i militari dell’arma Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, accusati di omicidio preterintenzionale e abuso di autorità. E dopo aver parato i colpi (bassi) arrivati dall’avvocato Giosuè Naso, legale del maresciallo Roberto Mandolini. Che al carabiniere di Andria ha contestato vicende passate e trapassate della sua vita, puntando il dito e l’attenzione sul ritardo con cui Casamassima consegnò le sue rivelazioni al legale della famiglia Cucchi. Certo, avrebbe potuto e dovuto farlo prima. “La notizia del pestaggio era già nelle mani dei suoi superiori”, precisa l’avvocato Serena Gasperini, legale di Riccardo Casamassima. “Il mio assistito ha avuto fiducia e ha aspettato che fossero loro a parlare. Quando si è reso conto che mai lo avrebbero fatto è andato dal legale della famiglia Cucchi”. Contravvenendo a gerarchie e procedure e sapendo che si sarebbe caricato di un altro pesante fardello:  “Avevo già denunciato alla Procura militare la falsificazione dei verbali di arresto… e mi riferisco a verbali che meritavano di essere annullati e che invece hanno mandato in carcere persone che dovrebbero essere fuori. Ho anche denunciato un collega per spaccio di stupefacenti. Un carabiniere che è stato trasferito nella caserma dove attualmente lavora mia moglie”.

Un’accusa grave, com’è possibile che non sia stato fermato ma solo trasferito? Lei è sicuro delle responsabilità di questo carabiniere?

“Prima che mi mettessero a fare l’apriporta ho eseguito un centinaio di arresti per droga. Si tratta di operazioni che scattano con le dritte di confidenti… avevo fonti affidabili: una in particolare, ben inserita nell’ambiente, mi aveva riferito dell’attività di spaccio di un collega che io conoscevo nonostante fosse in servizio in un’altra caserma. Sapevo che la mia fonte era intercettata perché di tutti gli arresti eseguiti con le sue soffiate ci venivano richiesti gli atti… quindi, dopo aver saputo, ho relazionato tutto. E ho scritto nero su bianco il nome del carabiniere accusato di spaccio dal mio confidente. Ma non è stato fatto niente: con l’arresto si sarebbe sporcato il comando e un superiore, in particolare, avrebbe avuto problemi per la sua carriera…”.

Ricapitolando: prima di parlare della vicenda Cucchi il buon Casamassima aveva denunciato una grave falsificazione nei verbali d’arresto, quindi la volontà di qualcuno di passare di grado ammanettando disgraziati che non meritavano di finire in carcere. Sempre prima della vicenda Cucchi, e sempre in seno all’Arma, Casamassima denuncia la presenza di un carabiniere spacciatore che non viene sospeso bensì trasferito nella caserma dove presta servizio l’appuntato Maria Rosati, moglie di Casamassima. Una storia incredibile che diventa inquietante quando ad essere accusato di spaccio è Casamassima. Stando alle accuse (e alle veline passate alla stampa) il teste chiave del processo Cucchi si sarebbe approvvigionato di droga da Fabiola Moretti, prima compagna di Danilo Abbruciati e poi moglie di Antonio Mancini, due boss della banda della Magliana. Ma da verbali e registrazioni scopriamo che Fabiola Moretti, all’epoca agli arresti domiciliari per traffico di stupefacenti, altri non era che la preziosa confidente di Riccardo Casamassima.

Hanno cercato, prima con interrogazioni parlamentari e poi in aula, di minare la sua attendibilità… l’avvocato Naso ha parlato addirittura di un complotto, lo ha fatto dopo le dichiarazioni di Francesco Tedesco, il carabiniere che ha accusato i suoi due coimputati di aver picchiato Cucchi…

“Sapevo che l’avvocato Naso mi avrebbe aggredito ma non sono una persona debole, che si lascia intimorire… nelle ultime udienze, dopo le dichiarazioni di Tedesco, ha parlato di complotto che, se c’è stato, è stato fatto da altri e prima di questo processo”. Casamassima sapeva che il famoso avvocato, legale del maresciallo Roberto Mandolini, avrebbe colpito duro, d’altronde le alzate di voce e gli insolenti attacchi dell’avvocato Giosué Naso, già noti agli addetti ai lavori, sono diventati di dominio pubblico col processo Mafia Capitale. Come dimenticare l’accalorata difesa del suo cliente storico, Massimo Carminati. Come dimenticare le accuse del Cecato all’avvocato Maurizio Capograssi e all’ex boss della banda della Magliana Maurizio Abbatino. Pure lì si gridò al complotto. Massimo Carminati – non si sa se di sua iniziativa o se su suggerimento di qualcuno più esperto – accusò Abbatino di aver imbeccato il suo legale, Maurizio Capograssi. Che era pure avvocato di chi, in quell’aula, accusava Carminati. Era il 3 aprile del 2017 e le insinuazioni o paranoie complottistiche del temibile Cecato, furono ignorate. Anche dal legale di Abbatino che avrebbe dovuto querelare l’ex Nar, forse. Di certo Massimo Carminati fa paura, pure da dietro le sbarre.

Ma questa è un’altra storia, un altro complotto. Quello che l’avvocato Giosuè Naso ha ipotizzato nel processo Cucchi riguarda le dichiarazioni di Francesco Tedesco che avrebbe fatto – stando alla sua teoria cospirativa – un accordo con la procura. Insomma, per Naso, le dichiarazioni rese in almeno tre interrogatori dal militare che è accusato di omicidio preterintenzionale assieme ad Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, da lui descritti come gli autori del pestaggio a poche ore dall’arresto di Cucchi, sarebbero il risultato  di inconfessabili accordi tra i suoi difensori e il pm.

Fra menzogne e presunti complotti il processo per la morte di Stefano Cucchi continua. E non è escluso che fra sguaiati insulti (per la cronaca, il buon Casamassima si è pure beccato del “cialtrone” dall’avvocato Naso)  e domande sibilline, si aggiungano nuovi indagati.

Condividi questo articolo:

Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

Commenta con Facebook