Sul mezzo siamo saliti quasi insieme. La sirena ha urlato la chiusura delle porte. Io, essendo entrato al suo seguito, ho atteso che scegliesse quale tra i diversi posti liberi per fiondarmi nell’altro. Lui ha indugiato un po’ più del previsto. Poi ha scelto la panca di destra. Preso posto dal lato opposto, ho avuto la panoramica dei passeggeri. Il caso aveva voluto che da un lato ci fossimo noi e dall’altro, loro, gli altri, i non italiani. Il dubbio che fosse casuale, mi ha spinto a saltare giù alla prima fermata e salire quindi su un altro vagone e così li ho percorsi quasi tutti. Quasi sempre la divisione per cittadinanza si ripeteva. Noi e loro. Una sorta di inquietante apartheid volontaria. Nessuna remora di genere o età: uomini, donne, bambine e bambini mischiati. Ma solo una colorata coerenza bianca da un lato e un arcobaleno di nazioni, etnie, lingue, storie dall’altro. Noi qui, loro lì. Casualità senz’altro.

A San Babila, a Milano, le cesate che proteggono i lavori per la nuova linea della metropolitana, sono diventate parete che protegge le case di cartone di qualche disperato. Spesso sono infagottati in una matrioska di coperte, mummie immobili esposte agli occhi dei passanti. Talvolta un piattino invita a lasciare monete. Francesco non c’è mentre passo. Ci sono i suoi cartoni da imballo. Su uno ha scritto la sua storia. Breve, di quella brevità che la rende uguale a tante altre. Ed è forse per questo che ha voluto dagli altri distinguersi con un “sono italiano”. “Mi chiamo Francesco, sono italiano. Chiedo un po’ d’aiuto. Da molti anni vivo in strada. Grazie del buon cuore. Grazie”. Due colonne più in là c’è un uomo nascosto negli stracci. Devono essere tanti, perché nulla se ne intuisce. Ma anche lui ha un messaggio scritto su un cartoncino. L’italiano stentato di chi non lo sa. Anche lui cerca aiuto. Francesco non c’è, ma c’è anche un biglietto da cinque euro nel piattino sull’uscio dei suoi cartoni. Pochi centesimi per il poveraccio di una qualche altra nazionalità. Casualità senz’altro.

La coppia alle mie spalle mi tallona. Si capisce che vuol superarmi, ma è difficile se si tengono per mano. Il restringimento del marciapiede li obbligherebbe alla fila indiana, ma sorridenti camminano uno a fianco l’altra. Arriviamo insieme davanti all’Abbazia di Chiaravalle. Un mendicante chiaramente non italiano viene dribblato. Allo spaccio c’è troppa gente, allungo nella cattedrale che incanta. La messa è iniziata. Rompe il silenzio il rumore delle monete che cade nella scatola delle elemosine. Elemosine che i buoni frati poi daranno anche al poveraccio dribblato all’ingresso. Frati che per etnia, nazionalità e lingua forse si troverebbero più a loro agio sulla panca dei non italiani. Come decisamente non italiano è il figlio di Dio che qui, come in ogni altra chiesa italiana viene venerato. Certo la rappresentazione iconografica non ce lo restituisce proprio proprio per quello che era con la sua pelle olivastra e scura. Dalla croce Gesù mi osserva un po’ sbiancato. Casualità senz’altro.

Chissà se dopo tanti messaggi così inequivocabili sull’accoglienza, Papa Francesco avrà anche l’ardire di restituire il giusto colore al Nazzareno crocefisso: magari succederà così che, smentendo i sondaggi che ci descrivono sempre più razzisti, ai cattolicissimi italiani verrà l’ardire di sedersi con persone dello stesso colore del loro Dio.

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Direttore

William Beccaro, 45 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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