“Faccia d’Angelo tratta e concorda le interviste, anche con Saviano”

Giornalista e scrittrice

Scrivi all'autore | Pubblicato il 16 novembre 2018
11 minuti

“Cos’ha detto? Ha paura che qualcuno di noi possa vendicarsi? Deve smetterla di fare la vittima… di recitare la parte del grande pentito in pericolo. Basta, Felice, fai solo ridere… sai bene che nessuno verrà mai a cercarti”. Sergio Baron, uno dei luogotenenti dell’ex boss della mala del Brenta, Felice Maniero, ha il tono stranamente pacato. “Per le sue menzogne ho scontato 34 anni. Dopo aver preso tutti i soldi ha accusato me e gli altri di reati che aveva commesso lui”.

Dovrebbe avere quantomeno un po’ di rancore nei confronti del suo ex capo, eppure Sergio Baron, al telefono, ridacchia: “Ero in pizzeria con i miei amici quando Maniero ha fatto il suo show. Lui, da solo, tiene la scena. In tv e nella vita. È un poveretto, odiato anche dai suoi stessi figli”.

Maniero era a capo di un’organizzazione piramidale e ramificata che aveva base nelle campagne veneziane del Piovese e che si estendeva su tutto il Veneto, l’unica organizzazione criminale di stampo mafioso del nord Italia. È stato il Totò Riina del Veneto, per intenderci. Il boss che per tre decenni ha terrorizzato le ricche regioni del Nord est, con efferati omicidi e rapine epocali. Si pentì subito dopo l’arresto e con i giudici “concordò” una condanna a 17 anni contro i 33 di una sentenza definitiva. Anni in gran parte scontati fuori dal carcere con obbligo di soggiorno e di firma. Ma questo l’ex boss non lo ha detto durante il suo show televisivo. “Conoscendolo, non ha detto niente”, continua Baron. “Felice tratta e concorda. Pure le interviste. Le sue risposte sono sempre le stesse… è un  copione di menzogne che ha scritto anni fa e che ogni tanto torna a ripetere. Lo fa quando ha bisogno di ottenere qualcosa… dice di essere il boss indiscusso della mala del Brenta. Di aver gestito e deciso. Dice che tutto gli veniva riferito, anche quando era dietro le sbarre. E poi dichiara di non sapere niente di omicidi commessi quando lui era fuori. Assurdo e incoerente. Falso. Ma i magistrati sono sempre rimasti zitti. Nessuno ha pensato che forse di quegli omicidi non vuole dire… lo proteggono, certo. Così com’è certo che c’è stata una trattativa”

Un accordo per ottenere sconti di pena?

“Ha trattato per lasciar fuori dalle indagini e dal carcere la madre, la sorella Noretta e tutto il parentado. Un pentito deve dire tutto e Maniero non lo ha fatto”.

Della madre ha ammesso che portava i soldi in Svizzera…

“Vorrei ammettesse anche altro. Che spiegasse il motivo per cui lui, che ha sempre avuto contatti con i carabinieri, quando ha deciso di pentirsi è andato alla questura…”

Durante l’intervista rilasciata a Roberto Saviano ha parlato della sua passione per i quadri d’arte e ha detto di averne ancora. Che non tutte le opere d’arte comprate in quegli anni sono state sequestrate…

“Ci scommetto che quando sarà chiamato a restituirli – perché qualche magistrato lo farà, prima o poi – saranno sicuramente dei falsi. Così potrà dire che lo hanno truffato. E si terrà i buoni, quelli autentici. Maniero è questo, un bugiardo”.

Ha tradito tutti i suoi ex sodali – anche lei – e per questo ha ammesso di avere paura. Ha detto che non si farà trovare.

“Ma nessuno lo cercherà… Maniero è una persona malvagia, non credo di aver mai conosciuto nessuno più cattivo di Felice: è lui che va a cercare gli altri. È lui che può fare del male”.

Un boss vendicativo, bugiardo, incapace di provare rimorso e di ammettere a se stesso pesanti responsabilità, inclusa quella per la morte di sua figlia: “È più facile pensare che si sia suicidata e non che sia stata uccisa a causa sua”, dice Giuseppe Pastore, cognato di Maniero. “La sua prima moglie, Agostina Rigato, sorella di Ennio e Massimo, due suoi fedelissimi, è anche sorella di Emanuela, la donna che io ho sposato nel 1980”. Elena Maniero era invece la prima dei quattro figli dell’ex capo della mala del Brenta, l’unica a pagare con la vita le scelte del padre. “È volata giù dalla finestra di una mansarda di Pescara, nel febbraio del 2006. Non aveva neanche trent’anni… poche settimane prima qualcuno aveva cercato di far saltare in aria lui, il padre, con una carica esplosiva nei pressi dell’aula bunker di Mestre. Un agguato sventato grazie a un’intercettazione. Che potrebbe essere stato falso, come false sono state le sue dichiarazioni ai processi. A Brescia concordava, diceva cosa dire anche a noi altri”.

Durante l’intervista ha ricordato l’evasione dal carcere Due Palazzi di Padova, nel 1994… Ha detto del falso commando.

“Un’evasione organizzata altrove, non da Giancarlo Ortes che poi hanno ammazzato. Le guardie non intervennero e non fu esploso un solo colpo… l’agente della penitenziaria Raniero Erbì è stato l’unico ad essere condannato a nove anni di reclusione, ridotti in appello a tre anni e otto mesi”.

Sergio Baron, che pure evase dal carcere Due Palazzi di Padova col suo capo Faccia d’Angelo, di quella fuga non vuole parlare. Giuseppe Pastore, che con Maniero si pentì, accenna all’omicidio Ortes, insinua e poi tace: “Era tutto organizzato. Ortes è stata solo una pedina… Felice si era già pentito”.

Di certo si sa che Giancarlo Ortes collaborò con la Dia di Padova dopo l’evasione di Maniero dal carcere Due Palazzi. Non prima. “Non si è mai saputo chi ha condannato a morte Ortes e Nadza Sabic, la sua compagna. Lo usarono pure per far ri-arrestare Sergio Baron dopo l’evasione dal carcere di Padova. Poi lo eliminarono. Fu sepolto insieme alla Sabic in un canale a Vigonza”. Insomma, la Dia non riuscì a proteggerli. Non riuscì a tutelare il suo importante informatore, Giancarlo Ortes.

A quell’evasione sembrerebbe legato anche un altro omicidio, quello di Antonella Bissolotti, 32 anni, assassinata nella sua auto una notte di giugno del 1994, con otto coltellate. Anche il suo corpo fu ritrovato in un canale, nei pressi di Montegrotto: “Non è mai stato dimostrato il legame di questa donna con Raniero Erbì, la guardia penitenziaria condannata per aver aiutato Maniero”, dice ancora Giuseppe Pastore. Antonella Bissolotti fu uccisa dieci giorni prima dell’evasione e di certo conosceva Ugo Soranzo, un altro luogotenente di Maniero, che fu all’epoca accusato del delitto e poi scagionato da un test del Dna.

Ma di tutto questo Felice Maniero non ha parlato nel suo show televisivo… ha ricordato la povera mamma Lucia che lavava le scale. Non la donna scaltra e avida che trasportava miliardi in Svizzera o che portava bigliettini e missive fuori dal carcere. Ha ricordato il giovane Felicetto che ha rinunciato all’amore. Non tutte le donne che per lui sono morte. Non ha parlato di Rossella Bisello, la madre del suo secondo figlio, morta in circostanze misteriose pure lei. Come Barbara Scarpa, la prima e l’unica donna che Maniero dice di aver amato… una ragazza di buona famiglia che con  la malavita non c’entrava proprio nulla. “È stato il suo primo amore”, ci ricorda Giuseppe Pastore. “Si erano conosciuti al Muretto di Jesolo e non si erano più lasciati. Si amavano talmente tanto che lei, Barbara, si era adattata a tutto. Viveva per lui”. Non si sa se sia pure morta per lui. Ufficialmente si è trattato di un incidente stradale. La mattina del 10 giugno 1987 Barbara Scarpa con il suo Maggiolone si schiantò sul Ponte della libertà a Venezia. Non fu aperta nessuna inchiesta. Aveva 24 anni.

Faccia d’Angelo ha però ricordato, di fronte alle incalzanti e interessanti domande di Roberto Saviano, un’altra giovane donna morta a causa sua, Cristina Pavesi. “Senza vergogna… una prova teatrale che offende la memoria di mia nipote e di mio fratello”, chiosa Michela Pavesi: “È morto a un anno di distanza dalla figlia, il 13 dicembre 1991, ma questo Maniero non lo sa. Ha distrutto la nostra famiglia e oggi viene a chiederci perdono dagli schermi televisivi. Il tono compiaciuto di quell’assassino mi ha nauseata…”. È chiaro che Michela Pavesi non accetta la tardiva richiesta di perdono di Faccia d’Angelo. “Maniero non può esibirla per mostrarsi umano. Cristina era su un treno che, a causa di quel criminale, non giunse mai a destinazione. Stava tornando a casa dall’università, dopo aver concordato la tesi con il suo relatore quando il plastico posizionato proprio dalle mani di Maniero esplose coinvolgendo il diretto Bologna – Venezia. Nonostante i treni sventrati, i feriti e il sangue, lui e la sua banda rapinarono il treno postale che era poi il loro obiettivo. Nessuno è mai stato condannato per la morte di mia nipote. E di questo devono vergognarsi in tanti. Non solo Maniero”.

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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