“LUCARELLI DEVE DIRMI LA VERITA’: CHI HA UCCISO MIO FIGLIO?”

Giornalista e scrittrice

Scrivi all'autore | Pubblicato il 19 novembre 2018
8 minuti

Un ragazzo morto a vent’anni, un padre che non si dà pace e sullo sfondo l’ospedale dei misteri di Pesaro. A 23 anni di distanza da quell’epidemia di epatite B che uccise diversi pazienti, la famiglia di Lorenzo Miccoli, il soldato di leva di Fragagnano, lancia un ultimo appello e questa volta a Guido Lucarelli, ex primario del reparto di Ematologia del San Salvatore. 

“Il professor Guido Lucarelli sa cosa accadde in quel maledetto ospedale. Come può portarsi nella tomba il peso delle tante vite spezzate sotto la sua responsabilità? Lui può dire cosa uccise i pazienti del suo reparto. Cosa – o chi – uccise mio figlio”. Francesco Miccoli non molla. Perché un padre non può rinunciare alla verità. Neanche se per inseguirla ha bruciato tutti i suoi risparmi. “Per pagare spese legali e perizie ho ipotecato la mia casa e sono finito in mano agli usurai. Ora venderò l’ultimo terreno che mi è rimasto per presentare un ricorso alla Corte Europea perché non posso accettare che i responsabili della morte di mio figlio restino impuniti”. Lorenzo Miccoli morì il 2 marzo del 1995 all’ospedale San Salvatore di Pesaro, nel reparto di Ematologia diretto all’epoca da Guido Lucarelli, padre del giallista Carlo. Da allora ci sono state istanze, archiviazioni e udienze. “Cinque processi penali e uno civile per non sapere, ancora oggi, il nome di chi ha ucciso mio figlio. Si parlò di sperimentazioni, di sabotaggi, di farmaci non autorizzati. L’ho ricordato anche nella mia ultima denuncia… lo ripeto da 23 anni, ma continuano ad ignorarmi”.

E lo ripete ancora, a noi di Estreme Conseguenze. Lo ha fatto con una lettera arrivata in redazione. Una richiesta di aiuto che non vogliamo ignorare. “L’ho cercata, pagata ed elemosinata la verità ma gli altri, magistrati e medici, quella verità non l’hanno mai voluta. Né la vogliono. L’ospedale San Salvatore fu condannato a pagare nove miliardi di vecchie lire ai familiari delle vittime. Ma i colpevoli non sono mai stati individuati”. Francesco Miccoli ricorda che lui, da padre, ha fatto il suo dovere: con la certezza che, se responsabilità c’è stata, deve pur esserci il nome di un colpevole ed è partito da Fragagnano, un paese a pochi chilometri da Taranto, per presentare alla procura di Pesaro l’ennesima denuncia. “Ho viaggiato tutta la notte in treno per depositare alla segreteria del pm Valeria Cigliola tre pagine che ho preparato col mio legale. Una richiesta di indagini che è stata archiviata dal Tribunale di Pesaro, ancora una volta”. Due denunce e due archiviazioni. “C’è un muro in Procura… io li riconosco i muri, facevo il costruttore. Mio figlio Lorenzo veniva a trovarmi spesso in cantiere. Poi è partito per il militare, e non è tornato più. Per il servizio di leva, che in quegli anni era obbligatorio, lo mandarono al 28esimo reggimento di Pesaro… ed è lì che si è ammalato. In quegli otto mesi fu ricoverato più volte per una mononucleosi nel reparto di ematologia dell’ospedale San Salvatore di Pesaro. E in quel reparto Lorenzo è morto, in meno di un mese, con il fegato completamente consumato”.

Secondo Francesco Miccoli a suo figlio Lorenzo fu iniettata qualche sostanza micidiale e in dosi elevatissime, come una quantità di chemio eccessiva. Si tratta di sospetti, di certo c’è solo un referto di morte per insufficienza epatica acuta. “In quel reparto, nello stesso periodo in cui era ricoverato mio figlio, ci sono stati nove morti e per i loro  familiari il tribunale di Pesaro ha stabilito un risarcimento miliardario. Eppure mai nessuno è andato oltre quei soldi, mai nessuno ha cercato il nome di chi ha ucciso, né giudici né avvocati né familiari. Ma un genitore non può accontentarsi. So che i soldi zittiscono, che fanno battere in ritirata pure il più coraggioso dei guerrieri… Lorenzo era il mio tesoro più grande, e io non so che farmene dei loro miliardi. Io voglio la verità”. Leggiamo la sua lettera, le frasi di un uomo che da solo va avanti nella sua battaglia, che ha fermato la sua vita a 23 anni fa. Una vita che continua a girare a vuoto, sempre nello stesso punto. 

La vicenda è nota: in seguito a un trapianto di midollo nel reparto di Ematologia dell’ospedale San Salvatore di Pesaro, si verificò un contagio di epatite B che portò alla morte di diversi pazienti. Successivamente si parlò di sperimentazioni selvagge e si ipotizzò pure la presenza di un “untore” o di un serial killer. Alla fine l’epidemia fu attribuita a negligenze e imprudenze. E la strage (perché questo fu) venne spiegata con una distrazione sulle norme igieniche.

“Quando andai in ospedale il mio ragazzo aveva un ematoma sul braccio, mi spiegò che gli avevano fatto qualcosa… e io pensai a un’iniezione. Lorenzo provò ad alzarsi, voleva andar via da lì, poi si girò e mi disse: Guarda papà, alla finestra c’è un uomo. Era vero. Quella persona si voltò di spalle e si allontanò. Costrinsi mio figlio a rimanere a letto e questo non me lo perdono… subito dopo, Lorenzo entrò in coma. Il 2 marzo mio figlio morì per un ‘massiccio spappolamento del fegato’, così scrissero i periti. Aveva le transaminasi a 25 mila quando il valore normale è di 40″. 

La storia delle morti sospette nel reparto di ematologia diretto dal professor Guido Lucarelli è rimasta un giallo: un infermiere sospettato di aver diffuso fra i pazienti il virus dell’epatite B, si suicidò il giorno prima di essere interrogato in Procura. Si chiamava Claudio Guiducci, aveva 46 anni, e aveva lavorato in quel reparto per oltre vent’anni, fino al settembre 1997. “Un parente  dell’infermiere mi disse che lo avevano ucciso. Che i piedi toccavano per terra. Che non poteva essersi impiccato”. 

Durante il processo per quei nove morti l’imputato principale, il primario Guido Lucarelli, lanciò delle accuse nei confronti di un altro medico, un collega, che intenzionalmente avrebbe potuto iniettare una sostanza letale ai pazienti del reparto di ematologia per gettare discredito sul suo lavoro. “So chi è, ma non posso fare il suo nome. Non ho prove”, aveva dichiarato il professor Lucarelli in aula. E l’ematologo di fama mondiale fu assolto dall’accusa di omicidio colposo plurimo. “Sono passati vent’anni ed è ora che parli… mi appello al suo cuore di padre. Mio figlio Lorenzo merita giustizia. E gli altri morti almeno la verità”.  

http://www.lavocedimanduria.it/news/salento-puglia-e-mondo/734648/nuova-archiviazione-per-la-morte-misteriosa-del-militare-lorenzo-miccoli

http://ricerca.gelocal.it/lanuovasardegna/archivio/lanuovasardegna/1999/08/01/VA601.html

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/il-caso-lucarelli/65/default.aspx

https://www.quotidianodipuglia.it/taranto/taranto_figlio_morto_appello_padre-2305144.html

http://www.cinquantamila.it/storyTellerThread.php?threadId=LUCARELLI%20Guido

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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