Una puntura per domarli tutti

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 21 novembre 2018
20 minuti

Si chiama Depot l’ultima frontiera della psichiatria e “l’ultimo accanimento diagnostico in voga anche sui minori”. Lo racconta ad Estreme Conseguenze Vincenza Palmieri, Presidente dell’Istituto Nazionale Pedagogia Familiare che denuncia un eccesso diagnostico ai danni di bambini e adolescenti, schedati già in età prescolare come disturbanti e contestatori in una generale e preoccupante escalation che classifica bambini e adolescenti come “oppositivi”, o peggio, affetti da “disturbo dell’adolescenza”, facendoli diventare dipendenti da farmaci già dopo la prima prescrizione. Il fenomeno del desease mongering, la mercificazione delle nuove malattie, c’è e sembra aver trovato terreno fertile proprio tra i più piccoli.

Una puntura per domarli tutti. L’ultima frontiera della psichiatria si chiama Depot, un cocktail che stabilizza l’umore, uno shock chimico a cadenza mensile che riesce persino a cambiare i tratti somatici di chi si trova ad essere sottoposto a questo nuovo “trattamento del buon umore”. Non solo adulti. Ci sono bambini e adolescenti che per condotte definite “oppositive” vengono instradati a questo particolare trattamento. “L’ultimo accanimento diagnostico in vigore sui minori, in un eccesso di prescrizioni che non ha limiti d’età”. La denuncia forte arriva da Vincenza Palmieri, Presidente dell’Inpef (Istituto Nazionale Pedagogia Familiare), una donna che lavora da 40 anni a fianco di minori e famiglie e che da tempo tocca con mano i disagi dei più piccoli che vengono condotti sempre più presto nei corridoi della psichiatria. “Perché una volta che ci entri, è facile che ti trovino qualche cosa. Rispetto alle denunce fatte nel 2017 non sembra sia cambiato nulla. Permane l’esigenza pressante di avere un controllo pressoché totale quando un ragazzino è disturbante o contestatore, quando è in uno stato di confusione che va considerato fisiologico nelle fasi di crescita, e se gli diagnostichi un disturbo bipolare, per esempio, rischi di bloccarlo sul binario della malattia per tutta la vita. Quando li incontro mi chiedo: ci troviamo nel mezzo di un’epidemia di dislessici, iperattivi e bambini difficili, oppure è aumentata la forchetta delle classificazioni psichiatriche sia per gli adulti che per i ragazzi? In 40 anni di lavoro – continua il presidente dell’Inpef – non ho incontrato malati ma ragazzi abbandonati nella loro sofferenza. E il 30% di loro diventa dipendente dopo la prima prescrizione a fronte di diagnosi che possono rovinarli per sempre. Questi bambini e questi adolescenti già malati, inoltre, oltre al farmaco prescritto, riescono ad acquistare certi prodotti in farmacie, utilizzando le più svariate tecniche di convincimento, riuscendo ad ottenere in qualche modo il prodotto anche senza ricetta”.  

A questo Palmieri aggiunge il dato sul trattamento sanitario obbligatorio (Tso) ai bambini, denunciato appunto a partire dal 2013 e ancora nel 2017 in un’audizione presso la Commissione bicamerale sfociata poi nell’Interrogazione Parlamentare del 19 settembre 2017. L’ultimo dato ufficiale è di 101 ragazzi ricoverati in Tso e di 9 mila tra i 12 e i 18 anni ricoverati nei reparti di psichiatria per adulti. “Stiamo monitorando la situazione e raccogliendo nuove informazioni su questi numeri”. Perché se è vero che c’è un lato oscuro di un comune disagio giovanile, altrettanto lo è la distorsione che su di esso si esprime come se la giovinezza – con tutto quello che porta con sé – fosse un’età da vivere purché non appaia interrotta.  

Certo si tratta di un’accusa di vecchia data, di un dibattito che contrappone due correnti di pensiero opposte rispetto al concetto di disturbo mentale e di come esso vada affrontato in termini di cure, ma i fatti che abbiamo raccolto sembrano smentire che sia tutto così chiaro e sotto controllo. C’è uno sconcertante numero di minori, tra bambini in età pediatrica e adolescenti, che sembra essere fagocitato da disagi di natura mentale: 737mila sarebbero quelli che soffrono di patologie croniche, secondo il progetto di screening Prisma (Ministero della Salute), 162mila gli iperattivi e i malati da deficit di attenzione; le patologie neuropsichiatriche sarebbero la causa principale di disabilità nei giovani, con il suicidio come seconda causa di morte tra i 15enni, fascia d’età che registrerebbe un aumento delle emergenze psichiatriche, con +21% degli accessi in Pronto Soccorso e +28% di ricoveri annui al 20 giugno 2018, rispetto al dato registrato appena un paio di anni fa. In Italia, secondo l’Istituto Mario Negri di Milano che ha prodotto una ricerca condotta nelle regioni Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Abruzzo, Lazio, Puglia e che ha coinvolto oltre 5 milioni di residenti di età inferiore ai 18 anni, emerge un’ampia diversità di prescrizione degli psicofarmaci in età evolutiva sia tra le Regioni italiane sia tra le singole aziende sanitarie, in termini quantitativi (il doppio delle prescrizioni in Abruzzo rispetto a quelle in Emilia Romagna) e qualitativi (ovvero non appropriati per tipo di farmaco, dosaggio, età). Sebbene ormai sia accertato che siano pochi gli psicofarmaci appropriati per l’uso in età pediatrica, in Italia 2 bambini e adolescenti ogni 1.000 (almeno 25.000 in Italia) ricevono la prescrizione di uno psicofarmaco. Numeri netti, non c’è dubbio, non saranno troppi? Secondo Antonella Costantino, presidente di Sinpia, Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, no, l’uso di psicofarmaci in Italia in bambini e adolescenti non sta crescendo. I dati del nostro Paese, a differenza di altri come gli Stati Uniti, dicono che il consumo in età evolutiva è stabile e non registra aumenti ormai da circa 10 anni. 

Chi ci fa riflettere, al contrario, sul fatto che, però, tutti questi bambini e adolescenti depressi, distratti, confusi, disattenti e rabbiosi sono troppi e rappresentano una suadente sirena per il mercato è Emilia Costa, per molti anni Prima Cattedra di Psichiatria alla Sapienza di Roma, che da sempre parla di “un’ipnosi dolce, complessa ed articolata per il condizionamento del mercato della salute”.  

Non c’è dubbio che sia in particolare la depressione il grande buco nero che inghiotte la salute dei minori in un mercato che vale complessivamente circa 3miliardi e 300milioni di euro l’anno, considerando che solo nel 2016 sono stati spesi in regime di assistenza convenzionata oltre 338 milioni di euro per 34 milioni di confezioni di antipsicotici e in distribuzione diretta altri 1,5 milioni di euro con un numero di confezioni pari a circa 661 mila (rapporto Ministero della Salute 2017). 

La fotografia che emerge da questi numeri è inquietante e getta ombre su quella che appare come un’urgenza burocratica a considerare “malattia” qualunque disagio: il lutto, la tristezza, la rabbia, la timidezza, la paura e la disattenzione non sono più stati d’animo fisiologici giustificabili e accettabili rispetto ad un essere umano in evoluzione ma patologie da curare con il farmaco adatto, fino a generare un giro d’affari di oltre 20 miliardi di dollari all’anno tra Europa e USA.

Gabriella Pozzobon, Pediatra presso il Dipartimento Materno-Infantile dell’Ospedale San Raffaele e presidente della Società italiana di medicina adolescenziale è cauta e osserva “Oggi abbiamo a disposizione nuovi strumenti per capire e diagnosticare malattie dell’infanzia un tempo sconosciute. La depressione in età pediatrica e nell’adolescenza esiste, come esistono deficit neurologici su cui oggi è possibile intervenire identificandoli con precisione. Non credo né in un abuso di farmaci né in un eccesso di diagnosi. Le famiglie oggi sono più fragili e spesso si creano situazioni emotive e psicologiche difficili che mettono il bambino sotto stress, i bambini che manifestano comportamenti classificati come ossessivo compulsivi esistono, non ho dubbi. Li vedo nel mio reparto e occupandomi anche di adolescenza posso dire che, se da un lato l’adolescenza è un momento molto complesso per tutti i ragazzi che affrontano profondi mutamenti che coinvolgono il fisico e la psiche nella ricerca della loro identità, dall’altro di quest’età e di certe patologie che possono insorgere in questa fase evolutiva oggi sappiamo di più proprio grazie a nuovi e importanti approfondimenti diagnostici”.

Partendo da prospettive molto diverse e ragionando sul controllo di comportamenti individuali che eccedono lo status quo attraverso gli psicofarmaci, i quali sono anche forme di moda che arrivano da paesi come gli Stati Uniti, e sulle conseguenze disastrose che questo può comportare si esprime duramente l’americano Robert Whitaker, giornalista d’inchiesta scientifico fondatore di Mad in America, autore tra gli altri di “Indagine su un’epidemia. Lo straordinario aumento delle disabilità psichiatriche nell’epoca del boom degli psicofarmaci” e acerrimo nemico, tra le altre, del nuovo DSM (Diagnostic and Statistical Manual), pubblicato dalla American Psychiatric Association e tradotto in decine di lingue, fonte primaria che definisce il limite tra ciò che è normale e ciò che è patologico in relazione alla psiche. Estreme Conseguenze lo ha raggiunto via mail per capire cosa succede oltreoceano, da dove arrivano psicofarmaci di qualunque tipo: il panorama è variegato, alcuni agiscono sulla serotonina, altri sulla noradrenalina, altri ancora su tutti e due i mediatori chimici.

“Quel che è certo è che negli ultimi 50 anni la psichiatria avrebbe effettuato un cambio radicale di rotta. Il focus si sarebbe spostato dalla mente al cervello per arrivare a sostenere un modello biologico della malattia mentale. L’idea è tutto sommato semplice, se il cervello funziona grazie a impulsi elettro – chimici, allora per aggiustarlo, oltre all’elettroshock si può percorrere la strada, apparentemente più indolore, della chimica, quella segnata da farmaci psicoattivi la cui prescrizione è da sempre appannaggio degli psichiatri. Così facendo, la psichiatria sarebbe diventata in poco tempo la beniamina delle case farmaceutiche che nelle malattie della mente avrebbero trovato un nuovo gigantesco mercato. Ma funzionano questi farmaci? Se così fosse le malattie mentali dovrebbero essere in calo non in crescita? Ad invertire la rotta sarebbe stato l’avvento del concetto di “squilibrio chimico”. Una teoria che è diventata ampiamente accettata dai media, dall’opinione pubblica e dalla professione medica nel 1987, in concomitanza dell’introduzione del Prozac sul mercato. Il Prozac infatti fu commercializzato proprio come un farmaco in grado di correggere la carenza di serotonina cosiddetta “tipica” dei depressi. In tutto questo, in fondo non ci sarebbe nulla di male, se questi farmaci funzionassero.
Prendiamo poi il famoso manuale DSM: l’impostazione del volume, giunto alla sua 5 edizione, allarga a tal punto lo spettro delle patologie psichiche da lasciare ben poco spazio alla “normalità”, che quasi scompare. Se l’edizione del 1952 conteneva 128 malattie, la quinta ne contiene qualcosa come 500. Oltre a nuovi disordini in molti casi si assiste ad un allargamento dello spettro del disagio così da includere anche soggetti che ne soffrono in maniera lieve, episodica. Come a dire, che si soffra di disturbo di ansia vero e proprio o di un senso generalizzato di preoccupazione che qualcosa possa accadere: un regalo alle industrie degli psicofarmaci e una resa di fronte alla crescente medicalizzazione della società, divenuta sempre meno capace di gestire serenamente fenomeni comuni. A giugno i Centers for Disease Control hanno riferito che il tasso di suicidi negli Stati Uniti era aumentato del 30% dal 1999 al 2016, con più americani che si uccidevano “come mai prima”. Ogni volta che viene pubblicato il questo rapporto annuale si parla di una “crisi della salute pubblica”. La Fondazione americana per la prevenzione dei suicidi, che ha promosso programmi di sensibilizzazione suicida sin dalla fine degli anni ’80, racconta analogamente “il 90% delle persone che muoiono per suicidio ha un disturbo mentale al momento della morte. Il disturbo più comune associato a il suicidio, afferma la Fondazione, è “la depressione, una malattia che non viene diagnosticata e curata troppo spesso”. Questo per dire – ci scrive ancora Whitaker – che certo il tema del suicidio e della salute mentale meritano attenzione. Ma dato che si stanno verificando entrambe in un momento in cui un numero sempre maggiore di persone – bambini e adolescenti sotto cure psichiatriche in America sono aumentati di circa il 40% – riceve quotidianamente cure per la salute mentale, ci sono domande che ci dobbiamo fare: il suicidio negli Stati Uniti è davvero a un livello “epidemico”? O c’è un tasso di “mongering della malattia” che non consideriamo abbastanza? Cosa sappiamo dei fattori di rischio della società che potrebbero spiegare i cambiamenti nel tasso di suicidio negli ultimi quarant’anni? Sono presenti interessi commerciali nelle campagne di “prevenzione del suicidio”? Gli antidepressivi riducono il rischio di suicidio? Servono davvero? E’ possibile che ci siano 20milioni di schizofrenici nel mondo? 400milioni di depressi? 60milioni di bipolari (Dati OMS)? A differenza delle altre branche della medicina, nella psichiatria non ci sono indicatori oggettivi di malattia mentale, non ci sono dati di laboratorio incontrovertibili, o risultati ottenibili con la risonanza magnetica per imaging che segnino il confine tra normale e malato. Proprio per questo, in mancanza di confini chiari è possibile estendere i confini diagnostici e magari creare nuove diagnosi, in un modo che in altre branche della medicina sarebbe assolutamente impossibile. Ma le case farmaceutiche hanno ogni interesse a spingere gli psichiatri in questa direzione. Insomma abbiamo certamente bisogno di un controllo scientifico disinteressato dei fatti nell’era del Prozac, per smettere di curare chi è normale”. 

ADHD, E LA PILLOLA DELL’ARITMETICA  

Sul tema della diffusione dell’Adhd analogo è il dibattito tra coloro che pensano a quanto sia strana la sua accelerata diffusione e coloro che considerano, al contrario, questa una patologia su cui oggi si può lavorare perché i parametri sono più certi. 

Qualche dato ci può aiutare a capire meglio il fenomeno: nel periodo 2011-2014, secondo i CDC (Centers for Disease Control) il 10-11% della fascia di età dai 5 ai 17 anni ha ricevuto la diagnosi di Adhd. Il farmaco più utilizzato per la “cura” dell’Adhd è appunto una metanfetamina chiamata metilfenidato, psicostimolante dal nome commerciale arcinoto, Ritalin. Nel 1980, il DSM-III descrive il Disturbo da Deficit dell’Attenzione (ADD). Nel 1987, nel DSM-III-R, il Disturbo da Deficit dell’Attenzione (ADD) diventa Disturbo da Deficit dell’Attenzione con Iperattività (ADHD). Quattro anni dopo, grazie a un’associazione di malati con ADHD, negli USA viene approvata la legge che consente a questi malati di avere un’assistenza (i bambini con ADHD hanno diritto al sostegno scolastico, per esempio). Da allora sono soprattutto le scuole, cioè le insegnati, a segnalare i bambini turbolenti. Il consumo mondiale di questo psicofarmaco è passato dalle 4,2 tonnellate del 1992 alle 45,2 tonnellate del 2011, arrivando a 71,8 tonnellate nel 2013, generando ricavi piuttosto ingenti per il produttore Novartis. In Germania le diagnosi di Adhd sono aumentate del 42% tra il 2006 e il 2011 sotto i 19 anni. I paesi che hanno segnato gli indici maggiori di aumento sono Islanda, Norvegia, Svezia, Belgio, Germania, Canada e Australia. Attualmente sono quasi quattro i milioni di bambini che, negli Stati Uniti, assumono anfetamine per questo disturbo. In Italia c’è una sorta di cordone di controllo che, però secondo i detrattori è a rischio rottura perchè da una parte si invita il pubblico a riconoscere il disturbo per avviarlo alla terapia; dall’altra a vigilare contro qualsiasi tentativo di «schedare» i bambini come portatori della sindrome.

Secondo il Registro italiano ADHD dell’Istituto Superiore di Sanità i bambini italiani in trattamento sono oggi circa 6000. In una recente intervista Pietro Panei, responsabile del Registro ha dichiarato: “Naturalmente questi sono i casi più gravi, cioè quelli che arrivano ai nostri Centri regionali di riferimento che sono gli unici a poter prescrivere i farmaci (amfetamino-simili o atomoxetina) che vengono associati a psicoterapia. Difficile dire con certezza quale sia la ragione del fenomeno dell’iper-segnalazione di ADHD, probabilmente c’è una tendenza alla medicalizzazione”.

 

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Mattea Guantieri, 40 anni, è entrata nella squadra di Estreme Conseguenze dopo aver coordinato testate di promozione per il Veneto. Ha collaborato al restyling del mensile di cucina A Tavola, dirigendolo per circa 18 mesi. Dopo aver collaborato con Nordesteuropa, e altre testate locali, si è dedicata alla progettazione di format editoriali per il web.

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