Le leggi per tutelare le donne vittime di violenza in Italia ci sono ma non vengono applicate. Secondo il rapporto ombra di Grevio (organismo indipendente del Consiglio d’Europa) mancano posti letto, politiche di prevenzione, fondi, preparazione del personale socio sanitario come delle forze dell’ordine, investimenti sulla cultura della parità di genere. Un generale vuoto di reali provvedimenti che sono ben lontani dal migliorare una situazione disastrosa: nel 2018 sono già state uccise 106 donne, una ogni 72 ore. Ma per salvarle sono stati spesi lo 0,02 % delle risorse assegnate in un’esplosione di centri non qualificati che si occupano di altro. Nelle Marche non ci sono case rifugio. Queste sono morti annunciate  

Siamo abituati al paradosso, ma questa sembra essere davvero una distorsione brutale visto che si riferisce direttamente a quella violenza sulle donne di cui si parlerà tanto domani, 25 novembre, quando verranno certamente ricordati i numeri dei femminicidi nel nostro paese: già 106 nel 2018, una donna uccisa ogni 72 ore. Dal primo gennaio al 31 ottobre 2018 sono saliti al 37,6% del totale degli omicidi commessi nel nostro Paese (erano il 34,8% l’anno prima), con un 79,2% di femminicidi familiari (l’80,7% nei primi dieci mesi del 2017) e un 70,2% di femminicidi di coppia (il 65,2% nel gennaio-ottobre 2017). Colpisce il progressivo aumento dell’età media delle vittime, che raggiunge il suo valore più elevato proprio quest’anno: 52,6 anni per il totale delle donne uccise e 54 anni per le vittime di femminicidio familiare (in molti casi donne malate, uccise dal coniuge anch’esso anziano, che poi a sua volta si è tolto la vita.
La percentuale di femminicidi che hanno origine familiare è cresciuta: si è passati dal 66,3% del 2000, al 76,7% del 2016 per una media del 71,6 %. E se consideriamo le sole vittime italiane, la percentuale di omicidi nel contesto familiare e affettivo sale all’81,3%.

20mila 137 sono, invece, le donne che nel 2017 sono state accolte dai centri antiviolenza, con (spesso) altrettanti minori a carico, 668 quelli ospitati sempre nel 2017. Il 68% di queste donne è italiana e ha un’età compresa tra i 30 e i 49 anni. Per il 73% la violenza è psicologica, per il 62% è fisica, mentre il 30% di loro deve combattere una violenza economica quotidiana.

Ebbene, date tutte queste cifre sconcertanti, il paradosso altrettanto sconcertante è che in Italia mancano 5.451 posti letto per le donne che scappano dalla violenza, che è domestica come ci dicono tutte le statistiche. C’è un numero di case rifugio distribuito in maniera disomogenea su tutto il territorio nazionale, inadeguato per rispondere ai bisogni e alla sicurezza delle donne che subiscono violenza e in totale violazione di diverse raccomandazioni internazionali ed europee (https://www.wave-network.org/resources/research-Reports) che, per esempio, indicano come parametro numerico adeguato di alloggi sicuri in rifugi per donne specializzati, disponibili in ogni regione, un posto letto ogni 10mila abitanti.

A raccontare quanta impressionante distanza esista tra quello che il governo (non solo attuale va specificato) dichiara in tema di contrasto alla violenza sulle donne e l’effettiva applicazione delle politiche è il rapporto ombra sulla violenza in Italia per il Grevio, organismo indipendente del Consiglio d’Europa costituito da esperte ed esperti che monitorano periodicamente l’applicazione della Convenzione di Istanbul (nata nel 2011 e ratificata dall’Italia nel 2013) sulla violenza contro le donne nei diversi paesi che l’hanno sottoscritta.

Ne parla ad Estreme Conseguenze Marcella Pirrone, avvocata, D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, che conta su 80 organizzazioni che gestiscono centri antiviolenza e case rifugio in 18 regioni. Pirrone è tra le curatrici del Rapporto 2018: “Il rapporto è critico, non c’è dubbio. Abbiamo stilato pagine e pagine per spiegare quanto non funzioni nei piani nazionali che puntualmente vengono attivati come emergenti e non strutturali, in contrasto con quanto ripetiamo da anni e in tutti i luoghi istituzionali in termini di vuoti formativi e culturali. Il dato tecnico è fondamentale, mappa la mancanza di centri specializzati che possono aiutare le donne a denunciare qualsiasi forma di violenza e, banalmente, a farle sopravvivere dando loro una nuova opportunità di vita. I centri vengono depotenziati dal punto di vista economico ma, in tutto questo, ancora più grave è la dilagante disomogeneità in termini di applicazione delle norme nel diritto e nella pratica della Convenzione. I percorsi di formazione sul fronte sanitario, sociale e giuridico sono del tutto inadeguati e superficiali rispetto ad un numero di operatori (che rimane basso) e a cui manca un approccio di genere condiviso nella lettura della violenza maschile contro le donne e nella predisposizione degli strumenti per prevenirla e contrastarla. Non si tratta di servizi gender-oriented, né women-friendly, il personale spesso non è in possesso delle informazioni basiche adeguate ad orientare la vittima di violenza presso i servizi di supporto specialistici, che sono visti spesso addirittura come troppo di parte. In particolare, l’incapacità dei servizi sociali di riconoscere e conoscere a fondo la violenza contro le donne (nel caso di coppie definita ancora troppo spesso come “conflitto”) e di rilevare la cosiddetta violenza assistita (quella che coinvolge spesso i minori), che porta a interventi non adeguati, soprattutto verso le madri maltrattate”.

Facciamo un primo esempio, relativo alla trasparenza dei finanziamenti, su cui si è espressa più volte anche la Corte dei Conti con parole molto chiare scrivendo già nel 2016 che: “Quanto al finanziamento specificamente destinato al potenziamento delle strutture destinate all’assistenza alle donne vittime di violenza e ai loro figli, deve farsi presente che del tutto insoddisfacente è risultata la gestione delle risorse assegnate (analisi per gli anni 2013-2014), le uniche ripartite nel periodo all’esame. Le comunicazioni degli enti territoriali all’autorità centrale si sono rivelate carenti e inadeguate rispetto alle finalità conoscitive circa l’effettivo impiego delle risorse e all’esigenza della valutazione dei risultati.. ad ogni centro antiviolenza sono stati assegnati in media 5.862,28 euro; ad ogni casa rifugio €6.720,18.”. Facendo due conti è emerso che, per la cosiddetta emergenza della violenza sulle donne, si è speso solo lo 0,02% a fronte di 40 milioni di euro assegnati.

Cifre che vengono definite assolutamente inadeguate a sostenere le attività dei centri e delle case rifugio che si occupano di ricostruire – lo ribadiamo – il progetto di vita di una donna maltrattata. Maltrattata spesso per anni. In molti casi si è scelto di finanziare strutture non adeguate alla protezione e all’accompagnamento per la donna sola o con figli/e, snaturando in alcuni casi l’apporto di competenza e saperi dei centri antiviolenza operanti ormai da 30 anni. “Nel nostro rapporto questo aspetto è assolutamente e volutamente chiaro: facciamo fatica ad avere un quadro preciso delle motivazioni che hanno fatto sì che questi fondi non venissero spesi a dovere e in modo insufficiente. E teniamo conto che il finanziamento massimo del Fondo Politiche Sociali risale al 2004: 1,884 miliardi di euro. Da allora gli stanziamenti sono scesi fino al minimo storico del 2012 (43,7 milioni di euro). Oggi per le Politiche Sociali c’è una cifra pari ad appena il 5% di quanto c’era a disposizione nel 2004, anno in cui il Fondo ha visto il suo massimo storico. Ma da questo Fondo gli enti locali ricavano la quasi totalità delle risorse per fare fronte alle necessità di ospitalità di donne vittime di violenza, in particolare quelle con figli/e minorenni. Questo per dire che di concreto nella volontà di contrastare la violenza contro le donne ci pare ci sia ancora molto poco”.

Qui il link https://www.linkiesta.it/it/article/2018/11/22/fondi-violenza-donne/40226/ di un articolo in cui si può comprendere a chi sono destinati i fondi di cui sopra.

Facciamo un altro esempio, sempre presente nel Rapporto ombra di GREVIO:

In Italia non esistono Centri di supporto specializzati per i casi di stupro e violenza sessuale al di fuori di quelli sviluppati in alcuni ospedali nazionali di città (p.e. Soccorso Violenza Sessuale e Domestica (SVSeD) del Policlinico di Milano, Ospedale Centro Soccorso Violenza Sessuale (SVS) S. Anna di Torino) che offrono, al di là delle tipiche e necessarie prestazioni sanitarie (con messa in sicurezza per 6 mesi di ogni materiale probatorio eventualmente utilizzabile in relativi procedimenti penali), anche consulenza psicologica e sociale e in alcuni casi anche legale.

“Va detto – chiarisce Pirrone – che in Italia tutti i Centri antiviolenza gestiti dalle ONG di donne hanno la competenza per offrire supporto specialistico per le vittime di violenza sessuale e, infatti, sostengono la vittima accompagnandola anche, se necessario, in eventuali percorsi sanitari e giudiziali”. Ma va anche detto che se incrociamo l’ultimo dato Istat sugli stupri – 11 al giorno – con il dato relativo alle denunce, scopriamo che solo il 7,4% delle violenze sessuali viene denunciato. Molte vittime hanno ancora paura, non sanno se saranno protette e se troveranno protezione per sé ed eventualmente per i propri figli in caso di violenza domestica, perché di minori presenti ce ne sono, secondo l’Istat almeno in 4 casi su 100. “C’è un vuoto che riguarda i concreti interventi di prevenzione e protezione su tutto il territorio italiano. Entro marzo prepareremo un resoconto finale da trasmettere in Consiglio d’Europa. Queste sono morti annunciate. Ci sono situazioni drammatiche in regioni come le Marche dove non ci sono case rifugio”.

“Questo perché la violenza – spiega sempre Pirrone – di fatto è ancora in gran parte sommersa e anche quando si arriva alle aule giudiziarie ci si scontra con pregiudizi e mancanze gravi nei confronti della vittima”. Su questo punto torna utile il rapporto per capire dove siamo o meglio, dove ci siamo fermati e dove rischiamo di fermarci, se per esempio passasse il DDL Pillon che secondo Pirrone è “rancoroso nei confronti della donna, e porta avanti un’ideologia giocando sulla vita delle donne e dei minori. Dopo aver messo in pratica il cosiddetto piano di sicurezza per togliersi da una situazione pericolosa per sé e per i figli la donna si troverebbe a dover andare da un mediatore, per mesi verrebbe sospesa una decisione che le permetterebbe di allontanarsi, con i figli, dal suo maltrattatore che, secondo la legge, sarebbe considerato uguale a tutti gli altri padri. Senza dimenticare tutte quelle situazioni terribili in cui i figli vengono utilizzati per perpetrare ulteriori abusi, stalking, in cui si usa violenza stessa sul figlio o c’è violenza assistita”.

Nel rapporto leggiamo “Ancora oggi da parte dei servizi sociali o dei tribunali l’obiettivo principale è salvaguardare e conservare il rapporto con la prole, ovvero il legame genitore-figlio/a, sulla base del presupposto che conservare un legame affettivo con un genitore biologico sia di per sé produttivo di effetti benefici, e che agire con violenza nei confronti del proprio partner all’interno di una relazione sentimentale non sia un comportamento indicativo di scarse competenze genitoriali. La convinzione radicata è che un uomo maltrattante possa essere (e nella maggior parte dei casi, sia) un buon genitore.

Un esempio emblematico è il caso di Federico Barakat, ucciso dal padre durante un incontro protetto all’interno della ASL di San Donato Milanese nonostante le ripetute denunce di maltrattamento e stalking presentate dalla madre, accusata peraltro di ostacolare i rapporti tra il padre e il figlio. Oggi il caso è all’esame della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo”.

“Perché un padre è sempre un padre – commenta Pirrone – anche quando è violento. Soprattutto in un contesto culturale ancora così discriminatorio per le donne, dove l’idea che continua a passare è che comunque un certo tipo di atteggiamenti, anche violenti, siano un ingrediente scontato dei rapporti intimi: una convinzione che nei tribunali, nelle caserme e in alcune perizie psicologiche (CTU), espone la donna a grave rischio, in quanto la violenza psicologica nei rapporti d’intimità non è una semplice conflittualità della relazione ma violenza vera e propria, come indica la stessa Convenzione di Istanbul”.

Un altro dato colpisce: quasi nella metà dei casi (nel 44,6%) la vittima aveva denunciato l’autore delle violenze, senza ottenere però una protezione idonea a salvarle la vita. Il sistema SDI (Sistema di indagine del Ministero dell’Interno) raccoglie informazioni sia sui delitti denunciati dai cittadini presso gli uffici competenti (Commissariati di Polizia, Stazioni dei Carabinieri ecc.), sia sui delitti che le Forze di Polizia accertano autonomamente. Le informazioni riguardano, inoltre, anche le segnalazioni di persone denunciate e/o arrestate che le Forze di Polizia trasmettono all’Autorità giudiziaria. Una vittima italiana su tre ha dichiarato che il personale sanitario a cui si è rivolta ha fatto finta di niente di fronte alla violenza subita. Fa inoltre pensare il fatto che in un caso su 3 alle italiane è stato consigliato di sporgere denuncia, cosa che invece è stata sconsigliata al 63% delle straniere. Forse – si chiede Istat – perché si ritiene che le straniere abbiano una rete sociale meno solida alle spalle. Intendendo dunque la denuncia come un’alternativa al supporto della famiglia.

Di mancanza di una specializzazione effettiva in seno al giudice civile significative sono le parole di Fabio Roia, attuale presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano che scrive “la caratteristica dell’organo giudicante è che è un giudice civile, spesso non specializzato, legato per formazione al principio del contradditorio e dotato di poco coraggio nell’emanare un provvedimento che ha tutti gli effetti di una misura cautelare”.  (Crimini contro le donne politiche, leggi, buone pratiche” Franco Angeli)

Che la discriminazione in base al sesso, in Italia, sia ancora altissima su molti fronti è un fatto sotto gli occhi di tutti –  l’Italia in Europa si piazza al quinto posto per divario del 2,7% del rischio di indigenza a sfavore del sesso femminile –  ma come evidenzia il Rapporto le urgenze sono anche sul fronte culturale, il corpo delle donne è lo strumento attraverso il quale passa una discriminazione che parte da lontano e che viaggia su piani diversi e che si intrecciano sempre a svantaggio della donna.

Esempi? Leggiamo il Rapporto:

Nel settembre 2016, l’Assessore alle Culture e alle Identità, Cristina Cappellini, della Lega presso la Regione Lombardia stanzia trenta mila euro per attivare il servizio “sportello Famiglia”, un numero telefonico rivolto a genitori per “denunciare la diffusione della cosiddetta teoria “gender” nelle scuole della regione e per difendere la famiglia tradizionale. A gestire il servizio è l’Age, Associazione italiana genitori cristiani che organizza anche il Family Day. A Bologna nel settembre 2017 il comitato provinciale bolognese “Difendiamo i nostri figli – Family Day” e Forza Italia ha compiuto una schedatura delle scuole in cui vengono affrontate le teorie del gender, attribuendo uno stigma rosso se la scuola fa attività «filo-gender», giallo se ci sono solo «tracce gender» e verde se non si riscontra nulla. A Trieste nel marzo del 2015 viene bloccato il kit didattico e il relativo progetto educativo intitolato Il gioco del rispetto, nato per le scuole per sensibilizzare bambini e bambine sulla violenza di genere e la promozione delle pari opportunità tra uomini e donne. La cancellazione di Il gioco del rispetto da parte dell’Amministrazione Comunale è concomitante ad una vera a varie campagne diffamatorie.  A Venezia nel giugno del 2015 l’Amministrazione Comunale mette al bando 1.098 volumi presenti nelle biblioteche pubbliche rivolti a bambini e bambine, 36 titoli per la scuola dell’infanzia e 10 per i nidi, che riguardano le tematiche degli stereotipi di genere e la sensibilizzazione sui temi della violenza. Si tratta di libri di favole illustrate per bambini incentrate sul tema del rispetto.

Nel 2015 a Pescara è stato sospeso il percorso “Ricomincio da te” rivolto scuola dell’infanzia e primaria (sostenuto dall’Assessorato alla Cultura e alla Pubblica Istruzione del Comune di Pescara) dopo un’interrogazione comunale di una esponente di Forza Italia con l’accusa che le lettrici andavano in classe a proporre libri che avevano l’effetto di “confondere i bambini, farli spogliare e masturbare, cercare di farli diventare omosessuali.”

Un clima di caccia alle streghe, quindi, di paura e intimidazione che certo non aiuta né a fermare la violenza come si dichiara di voler fare né a far riflettere da dove essa possa nascere e nutrirsi giorno dopo giorno e che si è diffuso nel corso degli anni con progetti bloccati, altre volte stati supportati, ma con la richiesta esplicita di operare una auto-censura, ovvero di non usare il termine “genere” per non incorrere nella gogna mediatica. O peggio nell’opposizione di forze politiche.

C’è poi un’altra tendenza: la classificazione dello stupro: esistono ormai stupratori di serie A, stranieri rifugiati e clandestini, e stupratori di serie B, indigeni. Stupratori efferati, i primi, come a Rimini, e stupratori “trascinati”, come a Firenze. Popoli stupratori, che fanno la regola, e mele marce, che fanno l’eccezione. Stupri da raccontare nei più squallidi dettagli, tipo come funziona la sabbia nella “doppia penetrazione” sul caso Rimini, e stupri su cui stendere la copertina pietosa del decoro dell’Arma e dello stato, come nel caso di Firenze. Vittime da trattare con qualche riguardo, se bianche, occidentali, perbene, e vittime da violentare una seconda volta, sui giornali, sfregiandone la privacy, se polacche o di chissà dove, precarie, o magari prostitute non per scelta ma per forza. Su questo vale la pena rileggersi un articolo di Ida Dominijanni,  in cui si parla di razzializzazione della violenza sessuale, e così facendo di delinea uno scenario triste ma molto adatto ai talk: narrare il femminicidio senza insegnare che la violenza inizia da un parola e che uno stupro è stupro e non va classificato in base al colore della pelle. Lo abbiamo visto in questi giorni. Le foto che girano sul web delle studentesse contro Salvini e i commenti sessisti che le accompagnano parlano da sole. E scandalizzarsi, anche questo è ormai noto, neppure serve.

Qui il rapporto di GREVIO

Da sapere

L’Italia ha sottoscritto una serie di trattati internazionali (tra cui la CEDAW  (convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne). La Special Rapporteur sulla violenza contro le donne per l’ONU e la Chair Rapporteur del “Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sul tema della discriminazione contro le donne nel diritto e nella pratica” hanno in data 22 ottobre 2018 chiesto al Governo di riferire entro 60 giorni sul famoso DDL Pillon oltre che sulla minaccia di chiudere centri e spazi di donne per il supporto delle sopravvissute alla violenza di genere.

LA VIOLENZA ASSISTITA

Non esistono stime ufficiali relative agli orfani a seguito di femicidio.

Nell’unione europea il valore medio europeo del tFr (total Fertility rate- tasso totale di fertilità), è di 1,6 figli (World Facts Book, cia, 2014); la popolazione complessiva dell’unione europea è di 511.434.812 abitanti, 168.426.423 dei quali sono donne di età compresa fra i 15 e i 64 anni; la stima del numero delle donne uccise è di 840 all’anno. Questo significa che ci sono potenzialmente 1.344 nuovi casi di orfani da femicidio all’anno. Continuando a fare qualche calcolo, ciò implica che fra tutta la popolazione in Europa fra i 0 e i 60 anni ci sono 79.000 persone orfane di madre per mano del padre. Un numero incredibile, considerando non solo i costi umani, ma anche economici che questo comporta.

L’Eures dal 2000 al 2016 ne calcola 658, di cui 379 minorenni al momento del delitto (il 57,6%). Per l’Istat sono molti di più: circa 1600. Per tutelarli lo scorso dicembre è stata approvata una legge che prevede, tra le varie cose, la protezione legale gratuita, il sequestro conservativo dei beni dell’omicida e la sua esclusione dall’eredità del coniuge ucciso (“indegnità a succedere”). Quasi la metà delle vittime di femminicidio aveva denunciato prima. In un quarto dei femminicidi di coppia censiti dal rapporto Eures la vittima aveva già subito violenze dal suo carnefice: è accaduto in media nel 24,2% dei casi tra il 2000 e il 2016, e la percentuale sale al 37,1% nel solo 2016. Le violenze nel 69% dei casi erano note a figure esterne alla coppia. In circa la metà dei casi (il 48,8%) i maltrattamenti avevano un carattere ricorrente, mentre per il 20,7% c’è stata un’escalation delle violenze agite.

LA PAROLA FEMMINCIDIO

La parola femminicidio ha origini molto recenti: solo nel 1992 Diana Russel, con questo termine, ha definito una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna «perché donna». Subito dopo è stata la messicana Marcela Lagarde a battezzare quello stesso fenomeno con la parola “femminicidio”. Secondo l’ultimo rapporto annuale delle Nazioni Unite, presentato dalla relatrice speciale Rashida Manjoo il 25 giugno 2012, “a livello mondiale, la diffusione degli omicidi basati sul genere ha assunto proporzioni allarmanti”. Tali omicidi, prosegue il rapporto, sono “culturalmente e socialmente radicati, continuano ad essere accettati, tollerati e giustificati, laddove l’impunità costituisce la norma”. Gli omicidi basati sul genere si manifestano in forme diverse ma ciò che accomuna di più tutte le donne del mondo è proprio l’uccisione a seguito di violenza pregressa subita nell’ambito di una relazione d’intimità. Queste morti “annunciate”, vengono spesso etichettate come i soliti delitti passionali, fattacci di cronaca nera, liti di famiglia. Le donne muoiono principalmente per mano dei loro mariti, ex-mariti, padri, fratelli, fidanzati o amanti, innamorati respinti. Insomma per mano di uomini che avrebbero dovuto rappresentare una sicurezza.

I numeri in Italia sono impietosi: muore di violenza maschile una donna ogni due o tre giorni. Ma questi sono appena un’approssimazione: non esiste, infatti, un monitoraggio nazionale che metta insieme i dati delle varie associazioni con gli sforzi dei volontari fai-da-te e con quelli delle istituzioni che a diverso titolo hanno a che fare con la violenza contro le donne. Quando non si conosce un fenomeno o addirittura, ci pare, lo si disconosce è impossibile affrontarlo.

 

 

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Mattea Guantieri, 40 anni, è entrata nella squadra di Estreme Conseguenze dopo aver coordinato testate di promozione per il Veneto. Ha collaborato al restyling del mensile di cucina A Tavola, dirigendolo per circa 18 mesi. Dopo aver collaborato con Nordesteuropa, e altre testate locali, si è dedicata alla progettazione di format editoriali per il web.

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