Ma che fine ha fatto Karl? Davvero le categorie di Marx sono diventate tutta roba vecchia da lasciare sotto le macerie del muro di Berlino. Il proletariato? Ve lo ricordate? La definizione intendo? Non quella che si impara a scuola con gli antichi romani, quella, insomma, secondo cui “i proletari sono coloro i quali possiedono o possono possedere, mettendoli al mondo, solo i figli”. No, mi riferisco a quella di “Proletari di tutto il mondo unitevi”, dove i proletari sono coloro i quali non hanno alcun capitale, economico o intellettuale che sia, e quindi possono offrire al mercato solo lavoro non specializzato, condannati, a farla breve, ad una vita di miseria.

E se state pensando “vetero comunista”, fate pure. Ma poi, messo da parte ogni pregiudizio, guardatevi intorno. Io l’ho fatto in una delle gallerie che passano sotto i binari di una delle più importanti stazioni ferroviarie europee. E allineati c’erano loro, i proletari. Quelli veri. Quelli che non conoscono neppure la lingua della nazione nella quale occasionalmente vivono. I tanti, troppi, che se ne stanno sdraiati ai bordi di una strada come se ci si trovasse nel terzo o quarto mondo e non in una delle nostre patinate metropoli. C’erano loro, le loro mogli e i loro figli. C’erano i cartoni. C’erano le coperte di fortuna. C’era la miseria. C’era la paura. E sottesa una fuga.

Una fuga da cosa è argomento di poco interesse o almeno credo dovrebbe essere di poco interesse. Perché il tema sono le persone che affrontano un freddo cattivo con qualche straccio e non il perché si trovino lì, in un tunnel. Sono scappati per fuggire a una guerra, a una dittatura, alla miseria? A seconda della risposta barrata cambia davvero qualcosa? Diventa tollerabile? Accettabile? Se per esempio qualcuno scappasse con la sua famiglia solo dalla povertà è accettabile che lo faccia su un barcone e poi viva ai margini di una strada di casa nostra?

E, sinceramente, mi sembra blando argomento quello medievale della non libera circolazione delle persone. Anche perché nella nostra modernità certe stupidaggini le dovremmo già aver catalogate come stupidaggini e basta. Messo da parte il diritto divino, dovremmo riconoscere che è stata la casualità a volerci italiani e a volerci italiani qui e ora. Che se solo fossimo nati qualche decennio prima, saremmo noi ad affrontare i marosi.

Certo, c’era una gran bella differenza ad andare negli Stati Uniti un secolo fa. Intanto non si poteva farlo su barchette. Ma la fuga italiana di quell’epoca non era da altro se non dalla povertà. Alla ricerca di un sogno. Però allora, per chi arrivava negli USA, c’era un vantaggio semantico: gli antichi americani, i nativi, erano stati sterminati e nessuno poteva vantare un diritto precedente. I cognomi americani erano un miscuglio di lingue europee, compresa la nostra.

Da noi oggi non è così. Noi abbiamo un diritto. E non noi italiani, ma noi europei. Noi siamo arrivati per primi. Noi siamo, grosso modo, i nativi europei, quindi dettiamo le regole. E le regole, indovinate un po’ chi premiano? Premiano chi è arrivato prima. Anzi, peggio, chi è “arrivato adesso”, chi ora che arrivano “gli altri” può dire “c’ero già io”. 

Privi di strumenti di verità ci rifugiamo dietro slogan che mascherano con la parola “sicurezza” quella ben più imbarazzante che è “razzismo”.

Poi certo ci sono le motivazioni economiche: “devono venire da noi solo quelli che ci servono”. Che è solo una maschera più subdola del razzismo. Perché, implicitamente dice, che “loro”, “gli altri” devono essere chiamati alla bisogna. Anche gli antichi romani i servi della gleba li compravano dai mercati del terzo mondo o dei mondi che avevano distrutto. E la vergogna americana è quella dei neri rapiti dalle coste africane. Ora, per diritto, anche noi rivendichiamo i nostri schiavi a chiamata. Anche noi rivendichiamo un qualcosa di cui chiedere un giorno scusa alla Storia.

Dalla nostra il potere delle armi, dalla loro la debolezza della miseria e della disperazione. Ma è tutto qui. Nessun diritto, se non quello primitivo del più forte. Nella speranza, ovviamente, che libri come “Il Manifesto” rimangano ben sepolti sotto le macerie del muro di Berlino, perché si sa che quando “i proletari di tutto il mondo si uniscono” tendenzialmente non badano troppo a colore della pelle, nazionalità e religione.

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Direttore

William Beccaro, 45 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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