PFAS, INQUINAMENTO DELLE PROVE

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 03 dicembre 2018
22 minuti

Il Veneto Serenissimo ha un grosso problema: ha uno dei più alti indici di produzione di rifiuti, 14milioni quelli speciali e poco meno quelli urbani, con un rischio di mercato nero e illeciti ad essi collegati evidentemente molto alto: questo dice il nuovo Rapporto Ecomafia di Legambiente che spiega come nella nostra regione sono stati accertati, nel 2017, 118 sequestri per reati nel settore dei rifiuti, con l’arresto di 7 soggetti e la denuncia di altri 256. Tra questi non figura la Miteni: l’azienda di Trissino principale indiziata per l’inquinamento da Pfas delle falde acquifere delle province di Vicenza, Verona e Padova, che lo scorso 26 ottobre ha consegnato in tribunale i libri contabili, dichiarando di fatto il fallimento. Tra compravendite e nuovi assetti proprietari durati 40 anni, l’azienda si sfila non solo dal territorio su cui ha sversato veleni pericolosi e dannosi per la salute, ma dalla responsabilità della bonifica, anche se ufficialmente dichiara che presenterà un piano e adempirà agli obblighi di sicurezza. In barba alla “procura delle nebbie” com’è stata definita quella di Vicenza, che ha aperto un’inchiesta da tempo immemore giustificando il proprio immobilismo con “ci vogliono certezze e indagini epidemiologiche per procedere sia penalmente che a livello amministrativo”.

Alessandro Bratti, attuale direttore generale dell’Ispra, che Estreme Conseguenze ha incontrato in occasione del Forum sugli illeciti ambientali nel ciclo dei rifiuti e che ha presieduto la Commissione Ecomafie nel 2017, ribadisce con la stessa durezza di allora la sua posizione: “Avvelenamento di acque destinate all’alimentazione. Ci sono anche i reati di disastro ambientale e delitto colposo contro l’ambiente. Non c’è più niente da chiarire, tutti i rapporti e le indagini sono dove devono essere, sono chiari e dettagliati sulle responsabilità precedenti e attuali, ci sono omissioni, denunce, conoscenza di ciò che si produce e di ciò che quello che si sversa fa sulla salute. È solo questione di volersi muovere, di far pagare ai responsabili e bonificare. Bonificare alla svelta. Le schermaglie e i rimpalli non servono a nessuno, soprattutto ai cittadini che vanno tutelati sul versante sanitario, perché è vero che i Pfas sono ovunque in Italia e nel mondo, qui le percentuali accertate sono ben diverse. I comitati sono importanti e vanno ascoltati, sempre. Bisogna imparare a lavorare tenendo conto delle loro esigenze. Credo sia assurdo che dopo cinque anni siamo ancora qui a capire che cosa serva alla magistratura per procedere. Non dico che in cinque anni il problema avrebbe dovuto essere risolto, ma perlomeno non dovremmo essere qui a parlare di questo. Che poi queste sostanze sono state bandite pure dal regolamento Reach…”.

Bratti presiede l’attuale tavolo tecnico, teoricamente urgente, a cui partecipano anche altri istituti scientifici e di ricerca competenti in materia (CNR IRSA, ISS) e che deve prendere in esame le Linee Guida per la definizione di valori limite allo scarico per i Pfas e per altre sostanze chimiche “Ma, al di là di questi limiti su cui ci stiamo confrontando, – spiega – il punto è che ci sono misure che vanno prese subito. Capisco il tema dei costi, che sono altissimi (si parla di più di qualche milione di euro) il tema dei filtri da cambiare non è affatto indifferente. E anche questo è comprensibile. A memoria non ricordo di condanne esemplari in tema di illeciti ambientali, ma l’immunità proprio non ci sta. Non è giustificabile restare fermi difronte a valutazioni solide che ci sono da tempo”.

Per Luca Ramacci, consigliere della Corte Suprema di Cassazione terza sezione Penale (si ricordi quando nel 1998 lui, allora Sostituto procuratore della Procura di Venezia, ordinò il sequestro dello scarico SM 15 del petrolchimico di Marghera che aveva inquinato per anni la laguna di Venezia. Il sequestro fu effettuato successivamente, il 15 giugno 1998, lo scarico venne dissequestrato dopo 10 giorni a seguito della regolarizzazione dell’impianto costato alcune decine di miliardi delle vecchie lire. Il processo su questa vicenda si è concluso con la richiesta di patteggiamento della pena): “C’è uno strano meccanismo qui in Veneto, ne sono stato testimone in tanti anni di lavoro (10 anni a Venezia), per cui stranamente qui non si segnala niente, è un copione che puntualmente si ripete, e che è fatto di totale mancanza di controllo sul territorio. Rimango convinto che sia la prescrizione la vera iattura italiana in un sistema penale che ha raggiunto livelli di malfunzionamento inacettabili e non è solo una questione di lungaggini, insomma: le leggi servono a poco se vengono applicate malamente”.

Interviene anche Stefano Ciafani, Presidente di Legambiente, che fa una disamina precisa e puntuale sulla legge ecoreati (68/2015) e su quanto questa potrebbe cambiare – se ci fosse la volontà – il quadro probatorio sulla Miteni, sufficiente (da almeno il 2014) per ritenere dimostrato l’avvelenamento delle acque. “Sul fronte giudiziario più di così non so cosa ci voglia. Gli strumenti legislativi oggi sono più forti, ma tutto dipende da come l’inquirente imposta un’indagine. E lo sa come chiamiamo a Roma la Procura di Vicenza? Il porto delle nebbie. Nel caso Pfas non si sta applicando la legge sugli ecoreati che prevede, tra l’altro, fino a 15 anni di reclusione, la confisca dei beni degli inquinatori per equivalenza (quindi case, terreni ecc) e la responsabilità penale dell’azienda. Questo è un ecoreato, è un illecito contro la vita delle persone, un attentato proprio alla salute pubblica di tutti i cittadini. Per cui, va applicata la legge con assoluta severità”. Ma chiedo a Ciafani: come si fa ora che l’azienda è fallita con la bonifica? Resterà una chimera? “Da tempo diciamo che serve un Superfund nazionale su modello di quello americano, istituito nel 1980 e finanziato dalle industrie produttrici di rifiuti speciali e pericolosi. In Italia l’istituzione di un fondo nazionale simile per i siti orfani, quelli che sono rimasti senza padrone, sovvenzionato dal mondo dell’impresa in proporzione alla pericolosità e all’impatto ambientale causato dallo specifico settore produttivo, risolverebbe il problema del reperimento delle risorse finanziarie per la bonifica dei siti inquinati”.

 

 

Dei fondi e su come questi vengano utilizzati per bonificare bisogna ricordare anche che era il gennaio 2003 quando arrivò la bocciatura istituzionale da parte della Corte dei Conti sullo svolgimento del programma nazionale di bonifiche per “risultati del tutto modesti” ottenuti fino ad allora. La magistratura contabile evidenziava infatti che “lo svolgimento del programma non era sufficiente”. A testimoniare questo venivano elencate le 29 perimetrazioni approvate fino allora, i pochi piani di caratterizzazione e progetti di messa in sicurezza d’emergenza approvati, i soli 3 progetti definitivi approvati con tanto di decreto interministeriale (tutti riguardanti l’area industriale di Porto Marghera), di cui uno solo effettivamente concretizzato. Sono trascorsi parecchi anni da quella relazione e lo scenario, però, non è cambiato. A distanza di 15 anni dall’individuazione del sito, gli interventi per la bonifica sono incompleti.

In Veneto 781 milioni di euro sono stati usati per bonificare solo il 15% dei terreni e l’11% della falda di Porto Marghera. Un po’ poco, considerando anche che la European Environment Agency ha stimato che, se in Europa i costi per le analisi e ricerche sui siti sono generalmente ricompresi fra un minimo di 5.000 euro e un massimo di 50.000 euro, nel nostro Paese queste stesse indagini costano più di 5 milioni di euro. Marghera, poi, c’è da dire, non è stata ancora del tutto bonificata. Come si può immaginare un piano di bonifica e risanamento “rapido” della falda inquinata dai Pfas?

Ancor prima della bonifica, certamente urgente, ci sono però altre questioni aperte e urgenti tanto quanto che riguardano il caso Pfas, legate non solo all’allacciamento degli acquedotti a fonti sicure dei comuni interessati – è il caso per esempio del collettore Arica nel fiume Fratta nei pressi di Cologna Veneta che tuttora sta veicolando la diffusione delle sostanze perfluoroalchiliche in buona parte del Veneto su cui esiste un progetto, un tubo antitubo che ha lo scopo di far sì che si finisca di irrigare i campi con l’acqua inquinata del Fratta-Gorzone. Aperte sono le questioni che riguardano l’obbligatorietà dei controlli dei pozzi privati, non esiste una mappatura dei terreni. Non esiste nemmeno una mappatura di tutti i prodotti agricoli e di allevamento. Non è previsto un controllo permanente veterinario per i prodotti a rischio. Recentemente il direttore uscente di Coldiretti Cologna Veneta Dolieri avrebbe detto “Sulla zona del Colognese, purtroppo, incombono da decenni problematiche ambientali di difficile soluzione. Grazie al Leb gli agricoltori hanno potuto irrigare i campi in tutti questi anni, ma sappiamo benissimo quali reflui vengano scaricati ogni giorno dal tubo collettore. Anche l’inquinamento da Pfas, venuto alla ribalta negli ultimi tempi, ha messo in allarme il comparto, in particolare gli allevamenti. Ricordo che nel comprensorio del Colognese sono censiti 70mila bovini e alcuni milioni di avicoli. Le ultime analisi dei pozzi privati delle aziende, in ogni caso, stanno dando risultati incoraggianti, viste le basse concentrazioni di Pfas”.

 

Le segnalazioni su questo delicatissimo aspetto ci sono, inutile negarlo e usare due pesi e due misure come è stato fatto per anni sulle interferenze delle sostanze nel sistema ormonale, in barba ai tanti seri professionisti della salute che per anni hanno presentato ricerche sui rischi in salute, non si può proprio più accettare. Qui uno dei tanti rapporti del gentile dottor Vincenzo Cordiano, medico Isde, specialista nel campo dei tumori del sangue, presidente per il Veneto dell’associazione “Medici per l’ambiente – Isde Italia” e responsabile degli ambulatori di Ematologia generale e oncoematologia dell’ospedale di Valdagno, nel Vicentino. Fu lui, tra i primi, a rendersi conto dell’incidenza di alcune patologie fra i cittadini delle aree compromesse dai pfas. E indagine dopo indagine ha lanciato grida d’allarme che solo oggi trovano un pacato consenso da parte delle istituzioni. “Siamo in un territorio a forte vocazione agricola, l’ingresso di queste sostanze nella catena alimentare c’è – ci dice Cordiano – non solo per l’uso dell’acqua, ma anche per i fanghi di depurazione impiegati per fertilizzare il terreno”.

Si attendono i nuovi limiti proposti dall’Efsa (che non arriveranno mai ci dice Cordiano), ma nel frattempo non si applica alcun principio di precauzione. I cittadini abitanti nelle zone arancione chiedono, inascoltati, l’estensione dei monitoraggi sanitari, attualmente riservati solo agli abitanti della zona rossa. E se anche l’impatto relativo alle varie tipologie di alimento non sono state ancora completamente chiarite, non c’è dubbio che la dieta sia la principale fonte di esposizione ai Pfas.

Su questo, illuminante, il recentissimo parere Us Epa che si è espresso con una valutazione tossicologica sul GenX (che è sempre Pfas ma a catena corta) di fatto sottolineando una rilevanza tossica nei corpi idrici in crescita, negli alimenti di origine vegetale e in questo si affianca a quanto già fatto dall’Istituto olandese per la salute e l’ambiente Rivm pochi mesi fa. Us Epa aprendo il suo documento all’opinione pubblica, prima di ratificarlo in via definitiva, intraprende una strada che al momento Efsa non segue, con tante, tante domande in merito all’annunciata, anticipata, ma ancora non pubblicata opinione sul rischio alimentare per Pfos e Pfoa che il gruppo di lavoro Efsa ha terminato a fine febbraio 2018. Il lavoro pubblicato sulla rivista internazionale Environmental International  con co-autori della sanità regionale, associa nei gruppi esposti i livelli elevati di PFAS a corta e lunga catena nel sangue anche con abitudini alimentari legate alla fruizione di vino locale, selvaggina, prodotti dell’orto e di animali da cortile.

Per ulteriori chiarimenti su questo tema rimandiamo a http://www.sivempveneto.it/produzione-utilizzo-rilascio-ambientale-e-valutazione-di-rischio-per-la-salute-umana-per-il-genx-nella-opinione-di-us-epa-aperta-alla-pubblica-discussione/

 

IL MINISTRO COSTA SUL CASO PFAS

“IL MINISTERO E’ AL FIANCO DELLA REGIONE, C’E’ BISOGNO DI UN NUOVO APPROVVIGIONAMENTO D’ACQUA DA FALDE NON CONTAMINATE, A GENNAIO UNA LEGGE SULLE BONIFICHE DI SITI ORFANI 

Ministro Costa, avremo una legge nazionale sugli PFAS dal momento che secondo il regolamento REACH sono già da bandire?

“Stiamo lavorando in questo senso per intervenire sui limiti nazionali, e abbiamo avuto un tavolo tecnico presso il Ministero per ascoltare tutte le Regioni, non  solo la Regione Veneto, e gli enti scientifici che possono fornirci una loro valutazione sul tema. Sono persuaso che abbiamo iniziato un cammino nuovo e che, terminata questa fase di consultazione, potremo intervenire nel modo migliore a tutela dell’ambiente, e delle falde idriche, da queste sostanze chimiche pericolose”. 

Come giudica le azioni della Regione Veneto?

“C’è un dialogo aperto con il presidente Luca Zaia. La Regione è intervenuta finora finanziando dei filtri che fino ad ora non hanno rappresentato la soluzione definitiva del problema. C’è bisogno di un nuovo approvvigionamento d’acqua da falde non contaminate, la spesa è ingente ma il Ministero è al fianco della Regione e delle comunità colpite dall’inquinamento da Pfas per questa grande opera che consentirà alle mamme di dare finalmente acqua sicura ai propri figli e di non dover acquistare acqua minerale per cucinare”. 

Come giudica l’assenza di un’azione giudiziaria?

“Non posso entrare nel merito, perché esiste la separazione dei poteri e credo che sia importante che ognuno faccia la propria parte. Quando facevo il generale dei Carabinieri non mi permettevo di commentare le leggi, le facevo applicare. Da ministro ora propongo le leggi, ma anche in questo ruolo non giudico l’attività giudiziaria”. 

Negli USA esiste un fondo speciale per bonifiche di siti orfani, che ne pensa?

“L’Italia sta soffrendo per quelli che sono i cosiddetti “siti orfani”, cioè le discariche abusive di cui non si conoscono i responsabili, ma dove nel frattempo c’è il problema. Stiamo intervenendo su questi siti orfani, inserendo una norma specifica in Finanziaria per definirli, perché finora una definizione non esiste e successivamente con la legge Terramia, che è in fase di scrittura e sarà presentata al Consiglio dei Ministri a gennaio, vogliamo prevederne la bonifica. I primi fondi li stanzierà lo Stato poi, d’accordo con il Ministero dell’Economia, attiveremo la procedura dei fondi di rotazione, bisogna far pagare chi ha inquinato”. 

 

DA SAPERE

Negli ultimi anni una serie di prodotti alimentari sono stati oggetto di indagini in diversi Paesi al fine di stabilire l’eventuale presenza di composti perfluoroalchilici. Anche il Veneto fece un  primo monitoraggio, il più attendibile secondo chi abbiamo interpellato. In uno studio complessivo sulla dieta effettuato nel Regno Unito sono stati ritrovati PFOS e PFOA solo in alcuni campioni e più nello specifico in alimenti contenenti patate, e la loro assunzione media giornaliera stimata è stata rispettivamente di 0,100 ?g/Kg di peso corporeo per il primo e di 0,070 ?g/Kg di peso corporeo per il secondo (UK Food Standard Agency, 2006).

Tra tutti i contaminanti perfluoroalchilici il PFOS è quello più comunemente ritrovato negli alimenti e alle più alte concentrazioni, ma rimane il fatto che risulta difficile riuscire a definire dei valori univoci e rappresentativi di esposizione globale ai PFAS mediante la dieta. Questo è legato all’estrema variabilità dei risultati presenti in letteratura, e dunque ai diversi siti di monitoraggio così come alle prestazioni dei metodi d’analisi utilizzati. Se a questo aggiungiamo che, la dieta è già di per se una variabile a seconda del Paese e della regione considerate, si deduce quanto sia complicato riuscire ad identificare il contributo dei vari alimenti all’assunzione dei vari contaminanti. Latte e latticini sono componenti importanti della dieta sia per gli adulti che per i bambini, mentre il latte materno costituisce l’unica fonte di nutrimento per i neonati.

In vari studi è stata evidenziata la presenza di PFAS in latte e derivati (Wang et al., 2010; Ericson et al., 2008; Tittlemier et al., 2006), e del PFOS come il contaminante con la più alta affinità per albumina. Anche se i dati disponibili sul latte scarseggiano, sembrerebbe comunque che questo alimento possa essere una possibile fonte di esposizione per l’uomo, e considerando che il suo consumo, in particolare durante l’infanzia, risulta importante la valutazione del rischio di esposizione nei neonati allattati al seno, per i quali il latte materno può rappresentare la maggiore fonte di PFAS (Haug et al., 2011).

Mentre scrivo ritrovo gli appunti sulla vicenda di G. che abita a Lonigo, comune della zona rossa A. che ha un pozzo privato gravemente inquinato da pfas. Coltiva kiwi, ha aderito al monitoraggio, i valori dei suoi figli sono alle stelle, ma se gli parli della plasmaferesi gli ribolle il sangue – pulito – perché non ha i valori dei figli. Ma si chiede come queste analisi siano state fatte, ha pagato per avere analisi private anche sui suoi prodotti: immangiabili. Insomma ci pare, ancora una volta, che qui sia tutto certo, la giustizia pare ancora no.

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Mattea Guantieri, 40 anni, è entrata nella squadra di Estreme Conseguenze dopo aver coordinato testate di promozione per il Veneto. Ha collaborato al restyling del mensile di cucina A Tavola, dirigendolo per circa 18 mesi. Dopo aver collaborato con Nordesteuropa, e altre testate locali, si è dedicata alla progettazione di format editoriali per il web.

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