OMICIDIO PECORELLI: ORA SI FACCIA QUELLA PERIZIA.

Giornalista e scrittrice

Scrivi all'autore | Pubblicato il 05 dicembre 2018
11 minuti

Un verbale perso, una pistola dimenticata e un omicidio irrisolto. Il verbale è del 27 marzo 1992, la pistola è una calibro 7.65 e l’omicidio è quello del giornalista Mino Pecorelli.

“Il Tilgher mi disse che Magnetta si stava comportando male in quanto gli aveva fatto sapere che o veniva aiutato ad uscire dal carcere o lui avrebbe consegnato le armi in suo possesso fra cui la pistola che era stata utilizzata per uccidere il giornalista Mino Pecorelli…”. La frase spunta per caso da un verbale d’interrogatorio infilato in una carpetta intestata al sequestro e all’omicidio dell’onorevole Aldo Moro. In calce le firme di Guido Salvini, giudice istruttore negli anni di piombo e di Vincenzo Vinciguerra, neofascista di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.

“Ricordo molto bene questo verbale”, ci dice il magistrato Guido Salvini. “L’interrogatorio avvenne nel carcere di Parma dove era allora detenuto Vinciguerra. Lui raccontava segmenti della sua esperienza che potevano spiegare alcuni meccanismi di Stato. Di coperture. E ricordo questa vicenda di Pecorelli. Vinciguerra fa riferimento a due avanguardisti con cui parla in carcere. Da loro viene a sapere che Domenico Magnetta, sempre di Avanguardia Nazionale, ha l’arma usata per uccidere il giornalista Mino Pecorelli. Un’arma che ovviamente ha un potere di pressione, magari di ricatto, sugli altri: guardate che se non vengo aiutato c’è quest’arma che può saltare fuori… Vinciguerra raccontò questo episodio con calma, con decisione. Come un fatto che riteneva fosse utile sapere, perché l’omicidio Pecorelli è uno dei misteri insoluti della nostra storia”.[/vc_column_text]

Dopo questo verbale, e davanti a questa dichiarazione così importante che riguardava l’omicidio Pecorelli – ancora irrisolto e probabilmente legato alla morte di Aldo Moro – lei cosa ha fatto?

“All’epoca eravamo sette o otto magistrati, giudici istruttori e procuratori, ad occuparci di vicende di stragi e di terrorismo… e subito, quando c’era un interrogatorio con un minimo di interesse, lo mandavo a tutti i colleghi. Facevo sette o otto copie e le inoltravo via fax… in quegli anni non c’erano mezzi particolarmente evoluti. So di averlo mandato alla procura di Roma”.

Ma facciamo un passo indietro per spiegare chi sono i protagonisti di questa vicenda. Mino Pecorelli era un giornalista dal fiuto infallibile. Per i suoi rapporti con strani personaggi e con fonti che andò a cercarsi fra i criminali della Magliana, venne a conoscenza di importanti segreti di Stato. Scrisse del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro con sorprendenti intuizioni e agghiaccianti premonizioni arrivando ad anticiparne addirittura la fine. Profetizzò anche la morte di Carlo Alberto Dalla Chiesa, il generale che trovò le carte di Moro nel covo di via Montenevoso a Milano. Fu ucciso il 20 marzo 1979 con quattro colpi di pistola calibro 7.65, tre alla schiena e uno in faccia. I proiettili usati erano di marca Gevelot, assai rari da trovare sul mercato, anche su quello clandestino. Proiettili dello stesso tipo furono sequestrati nell’arsenale della Banda della Magliana, quello nascosto nei sotterranei del Ministero della Sanità. Una prima indagine coinvolse Massimo Carminati, esponente dei Nuclei Armati Rivoluzionari e della Banda della Magliana, ma anche Licio Gelli e i fratelli Cristiano e Valerio Fioravanti. Tutti furono prosciolti nel 1991.

Due anni dopo, nel ’93, il pentito Tommaso Buscetta, interrogato dai magistrati di Palermo, accusò Giulio Andreotti. Nell’inchiesta entrarono anche i boss mafiosi Gaetano Badalamenti e Pippo Calò. Nell’agosto dello stesso anno le dichiarazioni dei pentiti della Banda della Magliana e di Chiara Zossolo, vedova del falsario Antonio Chichiarelli, coinvolsero l’allora magistrato romano Claudio Vitalone. Il processo di primo grado si concluse il 24 settembre 1999 con l’assoluzione di tutti gli imputati. Ma il 17 novembre 2002 la corte d’Appello di Perugia condannò a ventiquattro anni di reclusione il senatore a vita Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti, confermando l’assoluzione per Massimo Carminati. Nel 2003 furono assolti definitivamente anche Andreotti e l’ex capomafia. Il delitto Pecorelli è rimasto senza un colpevole. E la pistola usata per il suo omicidio non è stata mai ritrovata. Di questa pistola parla Vincenzo Vinciguerra al giudice Guido Salvini.

Ma chi è Vincenzo Vinciguerra?

“Sta scontando l’ergastolo per la strage di Peteano – ricorda Guido Salvini – Ha scelto di testimoniare, non di collaborare, per rivendicare la sua posizione politica e per attaccare e criticare gli uomini di estrema destra passati al servizio del potere… non ha presentato appello contro l’ergastolo, non ha chiesto premi o sconti di pena ma ha fatto una scelta completamente gratuita. Questo ovviamente dà credibilità a quello che dice perché non lo dice per ottenere qualcosa”.

Ora torniamo al verbale. Guido Salvini incontra Vincenzo Vinciguerra nel carcere di Parma il 27 marzo 1992. Durante l’interrogatorio Vinciguerra parla della pistola che uccise Pecorelli e dice che era nelle mani di Domenico Magnetta, avanguardista vicino a Massimo Carminati, l’ex Nar processato e assolto per l’omicidio del giornalista.

Forse sono ancora amici, Carminati e Magnetta, di certo lo erano quando l’ex Nar boss di Mafia Capitale fu arrestato il 20 aprile 1981. Erano insieme quando furono fermati al valico del Gaggiolo mentre cercavano di fuggire in Svizzera con Alfredo Graniti, un altro camerata. Durante l’arresto Carminati fu ferito gravemente, tanto da perdere l’occhio sinistro.

Nel verbale di Vinciguerra leggiamo: “… tra il 10 e il 20 novembre del 1982 mi trovai appunto per pochi giorni nel carcere di Rebibbia, reparto G11, in quanto era fissato a Roma, in Pretura, per rispondere di reticenza per una deposizione al dottor Casson avvenuto nell’aprile di quello stesso anno. Questo piccolo processo venne poi rinviato. In quei giorni fui messo in cella con Adriano Tilgher e Silvano Falabella di Avanguardia Nazionale. Nel corso di una conversazione riguardante l’episodio dell’arresto di Domenico Magnetta, avvenuto nel 1981, il Tilgher mi disse che Magnetta si stava comportando male in quanto gli aveva fatto sapere che o veniva aiutato ad uscire dal carcere o lui avrebbe consegnato le armi in suo possesso fra cui la pistola che era stata utilizzata per uccidere il giornalista Pecorelli.”.

Cercando nel curriculum di Domenico Magnetta, fra arresti, interrogatori e sentenze, troviamo un verbale di sequestro di armi redatto in data 4 aprile 1995: “(…) carabina semiautomatica tipo kalashnikov calibro 5.56, una pistola semiautomatica calibro 7.65 Beretta con matricola parzialmente punzonata, una pistola semiautomatica calibro 9, numerosi caricatori per le armi, una canna per pistola calibro 7.65 priva di numero di matricola, 4 silenziatori di fabbricazione artigianale, numerosissime munizioni di calibri diversi, tre spezzoni di miccia a lunga combustione, 2 detonatori esplosivi…”. Un arsenale occultato nel bagagliaio di un’auto. Nel verbale si legge ancora: “Per procedere alla perquisizione si rendeva necessaria la forzatura della serratura della portiera sinistra e la forzatura del pianale in lamiera del bagagliaio al cui interno era stato ricavato un doppiofondo in cui erano occultate armi e munizioni”.

Una calibro 7.65 con silenziatore fu usata per uccidere Pecorelli. E a Magnetta è stata sequestrata un’arma dello stesso calibro. Non facciamo ipotesi ma domande: è stata fatta una comparazione per capire se può trattarsi della stessa pistola? Quella indicata da Vinciguerra nel suo verbale?  

“Non sapevo del sequestro di quest’arma – precisa ancora Guido Salvini – se fosse stata fatta una perizia lo saprei. Se non è stata fatta sarebbe interessante farla perché certamente c’è una corrispondenza: dichiarazioni di Vinciguerra, Magnetta, epoca e un’arma singola, una 7.65, stesso calibro di quella usata per uccidere Pecorelli e anche dei silenziatori, uno dei quali potrebbe essere stato usato sicuramente per l’omicidio… davanti a questi elementi una perizia – che poi non costa tanto – la farei, anche perché l’omicidio Pecorelli è uno dei grandi casi della storia criminale e giudiziaria italiana. Probabilmente il giornalista sapeva qualcosa di molto imbarazzante e pericoloso per lo Stato, penso legato alla vicenda Moro quindi qualsiasi passo avanti verso la verità è assolutamente doveroso”.

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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