Seppelliteli a casa loro

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 07 dicembre 2018
12 minuti

In Italia c’è una donna che, ogni giorno, cerca di dare un nome ai migranti morti ai confini del nostro Paese. “Dare un nome ai morti significa dare valore ai vivi e lo faccio per il mio paese” dice Giorgia Mirto che racconta la sua sfida. 

Quanta gente è morta annegata nel Mediterraneo mentre leggi queste righe? Intendo proprio in questo esatto momento. Una? Cinque? Nessuna?

In tempi in cui il soccorso in mare è di fatto vietato e illegale, quando anche la nave ‘Aquarius’ che ha salvato qualcosa come 30mila persone in mare getta la spugna e si ritira dai flutti, rispondere è sempre più difficile. Ci sono stime più o meno attendibili. Sappiamo che secondo UNHCR il tasso di mortalità non è mai stato così alto: almeno il 20% di chi si imbarca non arriva a destinazione. Sappiamo che questa estate si contavano circa otto vittime al giorno. 

Non lo sappiamo, non sapremo mai quante persone sono affogate nel mare Nostrum in questi mesi, i conteggi ufficiali dicono almeno 2mila da gennaio a ottobre 2018.

Ma se non sapremo mai quanti sono, ancora meno sappiamo e sapremo chi sono.

Già, perché del chi sono non interessa davvero a nessuno. Ci siamo abituati tutti. “Sono morti dei migranti”. 

Aylan, come nome, in tanti credo lo ricordino. Aylan era quel bambino siriano con la maglietta rossa fotografato ormai cadavere su una spiaggia, riportato a terra dal mare. Ecco, Aylan è un nome che si ricorda, il nome di un bambino. E infatti in quei giorni la sua fotografia, la sua immagine, è circolata ovunque scatenando indignazione e senso di vergogna. Quanti Aylan sono affogati da quel giorno fino ad oggi?

Come si chiamavano, come si chiamano i bambini sepolti in fondo al mare?

C’è una donna, una trentenne antropologa italiana, che a tutti i costi cerca di dare un nome alla morte. “Perché dare un nome ai morti significa dare valore ai vivi”. 

Ha senso investire risorse, tempo ed energie per trovare un’identità a chi non c’è più mentre, anche nel nostro paese, si moltiplicano storie di persone abbandonate a sé stesse, espulse dai circuiti di accoglienza e integrazione, di cui ugualmente non sappiamo nulla, non conosciamo i nomi? Ha senso occuparsi dei cadaveri e non dei vivi?

“Sì – risponde Giorgia – ha senso esattamente perché il meccanismo di rimozione collettiva è lo stesso. E ha senso soprattutto per i familiari delle vittime, per chi è rimasto vivo”.

Da quando ha iniziato questo lavoro, che assomiglia più a una missione che a una professione, Giorgia Mirto, palermitana, ha contribuito all’identificazione di centinaia di persone. Vuol dire che almeno tante famiglie hanno avuto notizia certa della morte del proprio caro. 

“I morti hanno conseguenze sui vivi – dice Giorgia – famiglie che aspettano risposte, scoprire che fine ha fatto il congiunto vuole dire sicurezza economica per i parenti. Analizzare e capire cosa accade ai morti ci racconta qualcosa sulla nostra società, ci racconta di noi. 

Se in Europa ci fosse un certificato di morte presunta, basato anche sui racconti dei sopravvissuti, così come accade spessissimo, avremmo molti più nomi di vittime e quindi anche migliori soluzioni per i vivi. Cosa che, per esempio, un cittadino italiano può tranquillamente fare in casi straordinari come un disastro aereo.

Ma questo per i migranti non accade perchè anche la loro morte è di serie B. Non certificare una morte significa che quella morte non è mai esistita. Per il marito che ha visto sparire tra le onde la propria moglie, o viceversa, significa non potersi dichiarare legalmente vedovo, i figli non possono dirsi orfani, l’eredità non viene riconosciuta e tante altre estremeconseguenze”. 

“Questi pezzi di carta contano. Weber diceva che la società occidentale è il dominio della burocrazia e che è in base a come la usiamo, questa burocrazia, che connotiamo la nostra società. Questi pezzi di carta sono quelli che mi aiutano a ricostruire una storia, un nome, un vestito indossato, un’altezza, un genere… ecco che allora quel nome, quel vestito, quell’altezza diventano un’identità, una persona. E dopo, possibilmente, anche una tomba”.

Possibile che questo lavoro di riconoscimento e identificazione sia affidato a dei volontari? 

“Lo stato italiano non ha azionato nessun meccanismo per fare in modo che i familiari riconoscano i loro parenti morti, subito dopo lo sbarco vengono allontanati o divisi e non c’è nessuna volontà di agevolare le procedure d’identificazione. La normativa italiana non prevede un dovere alla identificazione della salma, si dice che la persona debba essere identificata ‘ove sia possibile’, quindi è tutto molto soggettivo: c’è chi ci prova, c’è chi invece deve occuparsi di far sbarcare migliaia di persone e intanto sistema in qualche modo in cadaveri per pensarci dopo.. e intanto i migranti vengono spostati,ripartono, viaggiano. E i nomi si perdono”. 

Chiedo a Giorgia come sia iniziato questo suo mestiere visto che non è un’anatomopatologa, non è un medico legale ma è una antropologa.

“Venni contattata da un professore olandese Thomas Spijkerboer che insieme al Professor Paolo Cutitta dell’Università di Palermo si chiedevano se fosse stato possibile fare un censimento di coloro che erano morti lungo i confini italiani. I dati dei censimenti precedenti come quello di Fortress Europe, per esempio, si basavano spesso su notizie di stampa, troppo incerti, poco utilizzabili tantomeno per individuare le sepolture o le identificazioni. Siamo partiti con un progetto pilota nel sud Italia, abbiamo poi ricevuto dei finanziamenti da un fondo olandese, nel 2015, viaggiando in Italia, Spagna, Grecia, Malta, Gibilterra. Il lavoro si è concluso nel 2015, i dati arrivano fino al 2013”.  

http://www.borderdeaths.org

“Nel 2015 l’attenzione sui migranti morti in mare si alzò a causa dei due grandi naufragi di quell’anno, quasi 2mila morti in due soli episodi. Il Governo Renzi si mosse per recuperare il barcone affondato in Aprile a Lampedusa e finanziò un programma di riconoscimento di quei cadaveri. Ci fu la morte di Aylan. Collaborai in quel periodo con il progetto Mediterranean Missing http://www.mediterraneanmissing.eu e successivamente nel 2016 con Boats4people http://boats4people.org.

Ora si trovano meno morti semplicemente perchè li facciamo morire più lontano, altrove, in mare o in Libia. I medici legali di Palermo che prima analizzavano i cadaveri ora analizzano i vivi e trovano le tracce delle torture e delle violenze che subiscono in Libia. Prima, le tracce o i segni di tortura, li vedevi sui cadaveri; ora li vedi sui vivi e, per quanto mi riguarda, è ancora peggio. E continuiamo a  farlo, ogni giorno. Pensare di rimandare queste persone in Libia è spaventoso. Io ormai la morte la vedo per allegorie, vedo atti di morte, vedo documenti, non vedo la sofferenza dei familiari o di chi è sopravvissuto. Ma guardare negli occhi un ragazzo che ha passato di tutto, torturato per mesi, ci vuole un a forza d’animo e un coraggio che non credo di avere più. I cadaveri vengono lasciati in mare o ributtati dalla corrente sulle spiagge libiche, ogni giorno. Anche oggi.” 

“Lo faccio per il mio paese”, continua Giorgia Mirto: “Ho chiaro il mio dovere civico, io faccio questo lavoro innanzitutto per rispetto del mio paese. Quello che stiamo facendo noi adesso, quello che producono le nostre politiche, è e sarà presto la nostra memoria collettiva. Non c’è pietismo o altro, questi sono crimini in tempo di pace, c’è una negazione collettiva di quello che succede alle nostre porte, dove i cadaveri si ammassano. E questo peserà in futuro su ciascuno di noi. Noi, un giorno, dovremo spiegare a qualcuno quello che stiamo facendo, dovremo giustificare questo nostro atteggiamento davanti a questa ecatombe. Lo faccio per il mio paese, per quello che sicuramente un giorno succederà”. 

Sepolcri

Lascio Giorgia con immagini e racconti di speranza.

“Tanti di questi migranti vengono sepolti in Sicilia. Prima nei paesi costieri poi, gradatamente, anche nell’interno. Vengono sepolti nella terra brulla, altre volte il Comune, o alcuni privati, trova per loro loculi o cellette. Ma ci sono stati anche casi di privati che hanno deciso di ospitare i migranti nelle tombe di famiglia o di collette per costruire per loro un piccolo monumento. Spesso chi frequenta un cimitero lascia dei fiori sulle tombe dei migranti. Ovviamente nessuno sa chi sono, pensavo fosse una cosa rara e invece è più frequente di quanto si pensi. E ha a che fare con il senso della morte che è ancora così forte al sud. Non si può pensare a un morto lasciato solo, abbandonato. La morte è un fatto sociale, il lutto è un momento collettivo, celebrarla in qualche modo significa farla allontanare dal nostro mondo. Se invece un morto, una tomba, viene abbandonata, in qualche modo si fa sentire più presente, più angosciante. E allora le persone vogliono celebrare anche uno sconosciuto. Un fenomenio che possiamo chiamare appropriazione del lutto.

A Siracusa un uomo cui è morto un figlio ha deciso di far costruire un secondo sepolcro per il corpo di un migrante della stessa età, giovane, a lui totalmente ignoto. Lo ha fatto per rispettare così anche la morte di suo figlio. Non ha voluto che nessuno lo sapesse, non si è fatto pubblicità. Un fatto privato tra loro. Un fatto privato di ciascuno di noi per ciascun migrante ignoto sepolto sotto il nostro mare”. 

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Giornalista

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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