Quando i Gilets Jeaunes “saccheggiarono” la capitale

Ci avevano invitati a un colpo di stato e noi ci siamo trovati spettatori in un teatrino di Parigi

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Scrivi all'autore | Pubblicato il 09 Dicembre 2018
8 minuti

Tanto tanto fumo. Fumo e gas urticante. “Gas, gas, en arrière” e così come yo-yo alla fine del filo ci troviamo a correre, avanzare e indietreggiare al ritmo dei boati dei colpi esplosi da agenti in tenuta antisommossa. Tanti tanti tanti agenti che somigliano a tanti robocop. Deve fare dannatamente caldo e deve essere davvero pesante portare tutta quella roba. Scudi. Fucili. Caschi e poi vai a sapere bene cosa. Un equipaggiamento così pesante che ti fa paura solo a guardarlo. Intimorisce quasi quanto i mezzi blindati dai quali gli uomini e le donne in divisa scendono. Dei piccoli carri armati, uguali a quelli che di solito vedi in territori di guerra e la scritta gendarmerie sul loro fianco non li rende certo più rassicuranti. Mezzi da guerra per affrontare una guerra. Anzi evitare un colpo di stato. Lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale, il Parlamento francese. Il Presidente Macron e il suo governo non hanno usato mezzi termini. In ballo, sabato, c’era la democrazia. La democrazia francese. Liberté, egalité, fraternité. I Gilets Jeaunes attentavano alla Repubblica e la Repubblica doveva difendersi.

E sarà per le tante luci che agghindano i mezzi da assalto. E sarà per il tanto fumo e i gas che facevano lacrimare gli occhi. E sarà per tutta l’attesa che si era creata, ma nonostante i gilet “giallo catarifrangente”, quello che si è visto l’8 dicembre per le vie di Parigi era il potere costituito che si difendeva malamente da tanti piccoli Davide, la stragrande maggioranza dei quali senza neppure una fionda. Il potere difficilmente poteva dare di sé peggiore rappresentazione. La forza. La forza vera. Le armi a difendere palazzi e a proteggere le vetrine più ricche. Da una parte popolo, dall’altra l’élite e i suoi simboli. E alcuni gilet parlavano con i militari che dietro reti d’acciaio, armati, chiudevano le vie del governo. Mostravano le foto dei loro figli e chiedevano: “ma voi non avete figli?”.

Bambini a sfilare non ne abbiamo visti. Ma ragazzine e ragazzini, sì tanti. E li abbiamo visti correre terrorizzati dai colpi sparati per impedire l’arrivo in Piazza Vendôme, la piazza delle gioiellerie. Un corteo che non si è mai davvero formato. Ma secondo il buon vecchio motto “divide et impera” le persone sono state tenute sempre spezzettate. “Laissez-les passer” urlavano all’indirizzo del cordone di polizia, persone con il gilet un po’ giallo e un po’ rosso, quello della CGT (la confederazione del lavoro, il sindacato). Le loro urla erano per chiedere che gli studenti potessero unirsi ai lavoratori. Ma i gas e i piccoli carri armati non lo hanno permesso. Forse qualcuno racconterà di una guerra e di battaglie, noi abbiamo visto tafferugli.

“Il fait trop chaud” ha spesso scandito le diverse ore che sono state è impiegate per percorrere le poche centinaia di metri che separavano i gilet dall’Eliseo, per altro mai raggiunto. “Fa troppo caldo” era solo la premessa per abbandonare la manifestazione. “Fa troppo caldo” era un modo gergale per dire “ho paura”, lascio. Perché manifestare è una cosa, prendere parte o una parte in una guerriglia è un’altra. Quindi giusto abbandonare.

E a ogni assalto le persone piangendo lasciavano. I gas ti prendono occhi e gola. Gli studenti di medicina, con croci rosse dipinte nei modi più vari, si improvvisavano infermieri. Distribuivano colliri. Enormi zaini sulle spalle da cui sembrava poter uscire una sala operatoria. Ma le persone vestite normalmente, senza nulla di giallo addosso, piangevano per i gas, tossivano e lasciavano. Lasciando i gilet. I gilet sapevano dove stavano andando. E quindi anche loro contrapponevano all’armatura degli agenti, i loro strumenti di resistenza. Occhialini da piscina, maschere da sci, alcuni occhiali da aviatore degli del barone rosso. E direttamente dalle guerre chimiche sembravano arrivare certe maschere. I gilet erano pronti a resistere e hanno resistito ai gas. Hanno rilanciato indietro i bossoli dei fumogeni. Hanno tenuto botta.

Non ci siamo girati dall’altra parte quando i cretini hanno cominciato a spaccare e rompere. A staccare le tavole di legno a protezione delle vetrine e sfondare. Anche entrare e saccheggiare. Un corteo senza testa. Senza servizio d’ordine. Senza capacità di arginare i casseur. E allora a ogni vandalismo, spari di proiettili di gomma. Gente accasciata a terra. E l’arrivo dei poliziotti a bloccare e a legare i polsi con fettuccine di plastica. Nessuna protesta dal corteo.

Ma questi gilet gialli, che noi abbiamo studiato da vicino, non sono un corpo unico. Non hanno né capo né coda. Abbiamo visto falci e martello. Ci hanno dato volantini che riprendevano Karl Marx. Abbiamo letto cartelli per l’integrazione, ma al contempo bandiere francesi sventolate come vessilli nazionalisti. Abbiamo parlato con sovranisti. Ci siamo sorbiti il più classico: “non sono razzista, ma…”, che nasconde solo istanze di pancia e che in un razzismo mal dichiarato si sostanziano. Chi sono i gilet? Popolo, indistinto popolo. Un popolo che identifica il potere come il nemico, come quello che sta dalla parte dei ricchi e che non si occupa dei poveri, che smantella lo stato sociale e sconta le tasse sul patrimonio.

“Anticapitalisme”, “Macron démission” gli slogan cantati e urlati e poi solo fumo, tanto tanto fumo. Un fumo che, purtroppo, è anche targato mass media. Media che i gilet gialli vedono al soldo del potere. Una generalizzazione che a leggere i maggiori quotidiani francesi ci sembra ingiusto. Il governo, spiegavano sabato mattina nelle loro edizioni speciali i vari fogli nei loro editoriali, sta alzando il livello di scontro per non ammettere il fallimento politico. Una tesi che, per onestà, non ha trovato eco in radio e tv nazionali, dove da padrona ha fatto la paura della violenza e poi la cronaca delle violenze, solo delle violenze.

Avendo lasciato questo sabato alle spalle, possiamo dire che Parigi è salva, per la democrazia è forse presto per dirlo. Qui la chiamano crisi sociale e dicono che faccia il paio con la crisi degli organi intermedi e degli strumenti di rappresentanza. Il tassista che ci portava in albergo dall’aeroporto diceva: “i gilet gialli siamo tutti, tutti noi che diciamo basta, che non arriviamo alla fine del mese, siamo francesi, siamo tedeschi, siamo italiani, siamo dappertutto in Europa”. I gilet gialli sembrano essere un movimento europeo che, come punto sicuramente comune, ha il non volere quest’Europa. 

Parigi, 8 dicembre 2018

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Direttore

William Beccaro, 45 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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