Cose da pazzi

Scrivi all'autore | Pubblicato il 17 Dicembre 2018
31 minuti

La legge Basaglia ha chiuso i manicomi, ma la salute mentale è trattata ancora come una questione di “ordine pubblico”. Resistono gli abusi, le disuguaglianze dei servizi e le applicazioni distorte sulla contenzione, come dimostra la recente pubblicazione delle nuove linee guida delle Marche. La spesa sanitaria italiana per la cura mentale è tra le più basse d’Europa. E di TSO si può morire.
L’inchiesta di EstremeConseguenze

Spendiamo poco e male. Una media di 75,50 euro pro capite per l’assistenza psichiatrica, residenziale e ospedaliera. Ci sono regioni che investono molto di più, come le province autonome di Trento e Bolzano (6,3%) e la Lombardia. In Sardegna, per esempio, appena 59,40 euro a persona, dove il totale della spesa per la salute mentale nel 2016 è stato del 2,6% rispetto al budget totale della sanità. La regione che ha speso meno è la Basilicata, col 2,2%. Per legge dovrebbe essere il 5%, quindi il doppio.

I numeri dell’ultimo Rapporto sulla Salute Mentale del Ministero della salute ci dicono dunque che, la percentuale definita in un accordo fra Stato e Regioni che risale ad oltre 15 anni fa, è stata ampiamente disattesa dalla maggior parte delle Regioni italiane. Inoltre, se consideriamo quel teorico 5%, non più come percentuale della spesa per la sanità nazionale ma come percentuale del PIL, nel contesto europeo l’Italia si colloca solo poco prima dei Paesi dell’est Europa e risulta molto indietro rispetto ai Paesi del nord Europa. Il costo economico totale dei disordini psichici nei 28 Paesi europei ammonta a oltre 600 miliardi di euro, pari a più del 4% del Pil.

Una gran parte di questi costi riguarda il minor tasso di occupazione e di produttività delle persone con malattia mentale (260 mld di euro pari all’1,6% del Pil) e alle maggiori spese in programmi di sicurezza sociale (1,2% del Pil o 170 mld di euro), mentre il resto riguarda la spesa sanitaria diretta (1,3% del Pil o 190 mld di euro). L’Ocse, nel suo rapporto Health at a Glance Europe 2018, in cui affronta il tema della salute e della spesa sanitaria in Europa in generale, si è concentrata proprio sulla necessità di aumentare maggiormente gli sforzi per promuovere la salute mentale e migliorare la diagnosi precoce e il trattamento delle persone che soffrono di disagio psichico. Politiche più attente in questo senso, dice l’Ocse, migliorerebbero le vite di milioni di cittadini europei. Purtroppo l’Italia, in questo senso, detiene tristi primati: ha posizioni di bassa classifica anche se si considerano solo i letti psichiatrici, dove risulta terzultima con soli 0,09 letti per mille abitanti. Non solo. Il personale dei servizi è stato via via dimezzato. Il tasso di professionisti disponibili ogni 1500 abitanti è passato negli ultimi dieci anni da 0.8 a 0.4. La media di abitanti servita da ciascun Dipartimento di salute mentale era nel 2013 già aumentata di 240 mila persone, rispetto al 2001.

“Il problema non sono i posti letto, ma i percorsi di cura totalmente o quasi inesistenti. Non c’è una linea di indirizzo omogenea, un Piano Nazionale – a dirlo ad Estreme Conseguenze è Gisella Trincas, presidente nazionale dell’UNASAM (Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale) che prosegue – il Piano è fermo a 18 anni fa, quando di fatto stavamo chiudendo i manicomi. Denunciamo da almeno il 2013, se non prima il tentativo di restaurare la logica manicomiale, anche attraverso la Commissione d’Inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale (2013) abbiamo segnalato in modo chiaro le criticità del sistema della salute mentale in Italia. Di fatto ci sono enormi differenze tra curare una sofferenza mentale a Trieste o a Reggio Calabria e questo è determinato solo dalla capacità della politica e delle amministrazioni regionali di tenere fede alla legge 180 che presta grande attenzione alla medicina territoriale, ossia alla capacità del territorio di offrire da vicino, con soggettività e regolarità, l’assistenza al paziente evitando proprio quegli episodi acuti trattati nei reparti psichiatrici degli ospedali che sono perlopiù sintomo di abbandono del rapporto paziente-psichiatra-operatore-servizio. Invece accade che i CSM (Centri di Salute Mentale) – il primo servizio di riferimento per persone con disagio psichico dove dovrebbero operare tutte le varie figure necessarie alla riabilitazione – sono aperti per fasce orarie ridotte, spesso solo di giorno e per 5 giorni alla settimana; i Dipartimenti di Salute mentale presenti sul territorio vanno diminuendo di numero, vengono accorpati, o devono rispondere a bacini di utenza sempre più ampi a seguito di spending review molto rigide. Ma non è solo una questione economica. Ancora la cultura farmacologica e la natura biologica del malessere mentale vanno per la maggiore, nonostante Oms e comitato di bioetica abbiano fatto chiarezza su questo aspetto. Questo implica un eccessivo uso dei neurolettici, un’idea di ricovero coatto accompagnato dalla necessità della contenzione a lungo termine, in un numero crescente di strutture (almeno 30mila) che sono totalmente prive di controllo e che costano moltissimo in termini di spesa, ma non garantiscono per questo un servizio alla persona malata. Si arriva a spendere tra i 140/180 euro per un adulto e 240 euro per un minore, ma questo non significa che poi si fa bene”.

Sul concetto di ricovero coatto e di contenzione va detto che la situazione italiana – che di fatto rappresenterebbe un’eccellenza se applicasse ovunque la legge Basaglia così com’è stata strutturata – appare non solo difforme, ma anche più incentrata a ridurre un comportamento considerato deviante attraverso il farmaco giusto, piuttosto che garantire la continuità di un percorso di guarigione. Basti pensare che il Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale (Spdc), per esempio, dove avvengono i TSO e i ricoveri forzati, è praticamente l’unico servizio del territorio che risponde nell’arco di 24 ore. L’Spdc, in 8 casi su 10, è un luogo chiuso per i ricoverati e per le famiglie dei ricoverati che fa pensare ai reparti dalle porte blindate, alla privazione degli effetti personali. Nel 60% dei casi le strutture Spdc fanno ricorso a pratiche di contenzione meccanica: ossia la legatura di polsi e caviglie del paziente. Ma anche a quella dell’elettroshock che non è ancora stato bandito, anzi, è stato ribattezzato con il termine Tec ed è utilizzato almeno in 6 strutture italiane, ma, si dice “è meno traumatizzante sul piano emotivo”. Nel mondo si stima siano 2 milioni le persone sottoposte a Tec e solo negli Usa 300 mila. Quanti siano esattamente in Italia non si sa. Gli unici dati ufficiali furono raccolti nel 2012 dall’allora ministro della Salute Renato Balduzzi e si parlava di 1.406 pazienti tra il 2008 e il 2010 (521 nel 2008, 480 nel 2009 e 405 nel 2010). Dopo di allora solo stime parziali. “La legge Basaglia oggi è necessaria più che mai – ci dice ancora Trincas – ed è più che attuale, ma va riconosciuta da tutte le professionalità in gioco. Invece, assisto ad un ricorso routinario al Trattamento Sanitario Obbligatorio, ad un eccessivo uso degli Accertamenti Sanitari Obbligatori, che rappresentano una «via breve» per mettere in atto il controllo senza lasciare traccia”.

Una traccia importante l’ha lasciata, ad esempio, la Corte di Cassazione sulle motivazioni della sentenza per la morte di Franco Mastrogiovanni, insegnante elementare di 58 anni che, una mattina d’estate in provincia di Salerno, viene fermato dai vigili e costretto in un letto d’ospedale, costretto ad un Tso. Viene legato mani e piedi senza motivo e tenuto per 82 ore senza essere neppure idratato. Finché muore. Secondo la Corte, la contenzione meccanica non è mai un atto terapeutico. Il medico non può giustificarla con la libertà di cura, costituzionalmente tutelata. Ebbene, nonostante sia caduto l’ultimo baluardo «legale» della contenzione meccanica, il regolamento del 1909 sui manicomi, con la Cassazione che ha chiarito decisamente di non ritenere più in vigore quel regolamento, è di questi giorni la pubblicazione delle linee guida sulla contenzione elaborate dalla Regione Marche che definisce “un particolare atto sanitario-assistenziale effettuato attraverso mezzi chimici-fisici-ambientali utilizzati direttamente sull’individuo o applicati al suo spazio circostante per limitarne i movimenti a tutela dell’incolumità dello stesso e di chi gli sta vicino”.

Malgrado un’ampia premessa apologetica in cui si afferma che la contenzione è “un grave atto di privazione della libertà personale”, il documento prosegue fornendo delle indicazioni su come effettuarla e con l’affermazione secondo cui in alcuni casi tale pratica può essere considerata come “un atto inevitabile al fine di garantire la sicurezza del paziente”. Giovanna Del Giudice, portavoce della campagna nazionale E tu slegalo subito dice “Riteniamo che un atto come la pubblicazione di queste linee guida sia estremamente dannoso perché di fatto – pur tra mille cautele – giustifica il ricorso ad una pratica che è da considerare invece inammissibile in ogni caso, nemmeno come extrema ratio. Noi riteniamo, al contrario, che la contenzione sia assolutamente da evitare e anche evitabile, come dimostra d’altronde l’esperienza del Club SPDC No Restraint, ovvero l’associazione degli Spdc che dichiarano di non praticare la contenzione. Già nel 2015, inoltre, il Comitato Nazionale per la Bioetica si era espresso con decisione a favore del superamento della pratica della contenzione. Le organizzazioni professionali dovrebbero sostenere tali indirizzi che non mettono in discussione alcuna l’autonomia e la libertà di cura. Anzi: ciascun professionista, essendo la contenzione meccanica un atto non terapeutico e potenzialmente lesivo per la salute, dovrebbe sentirsi deontologicamente obbligato a vigilare affinché non si determini nessun abuso o utilizzo routinario”.

Una disattenzione profonda quella delle Marche, derivante da un pensiero, mai superato, secondo il quale l’essere umano nel momento della sofferenza mentale non è più titolare di integrità e di dignità e, conseguentemente, di diritti. Come se la malattia mentale rendesse incapaci di intendere, di volere e perfino di percepire la sofferenza aggiuntiva provocata dalle pratiche contenitive. Una convinzione errata che si esprime dichiarando una sorta di “inevitabilità del male” alla quale si può rispondere, necessariamente, solo attraverso l‘isolamento e l’annullamento della persona.

Sarà una coincidenza, ma nelle Marche il ricorso al TSO supera la media del Paese del 12%. Si stima che nei reparti psichiatrici per acuti, avvengano in media 20 contenzioni ogni 100 ricoveri. Stime, non dati certi. Di certo c’è che, ancora nel 2004, quindi più di dieci anni fa, la White Paper of the Council of Europe riportava: “L’uso di brevi periodi di contenzione fisica (blocco fisico non prolungato) dovrebbe tener conto del rapporto rischi/benefici e la contenzione meccanica dovrebbe essere utilizzata solo come ultima risorsa e solo in casi eccezionali per periodi prolungati”. E si leggeva ancora “La contenzione meccanica, oltre a essere illecita, è anche segnale dell’inadeguatezza tecnica e organizzativa della struttura sanitaria ove sia praticata […] ancor più ingiustificata quando abbia luogo presso strutture quali i centri di diagnosi e cura, istituite proprio allo scopo di far fronte a situazioni di crisi”.

Dalle parole dei nostri interlocutori, ci sembra che l’inadeguatezza sia all’ordine del giorno.

Le differenze in termini statistici tra le regioni sono impressionanti. Record in Sicilia, quasi 30 TSO ogni 100mila abitanti, a fronte di una media nazionale di 16 x100mila. Ma sopra la media sono anche Puglia, Sardegna, Calabria e, con una certa sorpresa, anche Emilia-Romagna. 

Numeri ancora più significativi se pensiamo che nella sola città di Milano si effettuano circa 800 TSO l’anno, più di quanto se ne facciano in tutto il Friuli Venezia Giulia (circa 600). Perché queste differenze?

Fabrizio Starace, presidente Società Italiana Epidemiologia Psichiatrica:
“Prima di tutto dobbiamo pensare che questi numeri, che rappresentano comunque un buon dato in termini assoluti perché l’Italia si posiziona ai primissimi posti tra i paesi Occidentali (rispetto ad altri paesi ne facciamo molti di meno e tuteliamo meglio i pazienti) sono comunque parziali. Ci sono molti casi in cui si entra per un TSO e poi si firma per il ricovero ordinario, e sono molti. Questi casi vengono poi derubricati come ricoveri volontari e quindi sfuggono alle statistiche. Molti piccoli comuni, poi, non forniscono i loro dati che quindi vengono ripresi solo a livello macro- regionale.”

C’è un abuso di TSO nel nostro paese?
“È uno strumento che va maneggiato con estrema cura. Ci sono alcune regioni che registrano anche 5 volte più TSO di altre. Ricordando che la legge Basaglia ci pone comunque all’avanguardia nel mondo, abbiamo ancora molte zone d’ombra. Ci sono zone, come per esempio qui a Modena, dove si fanno corsi di formazione, dove l’attenzione sulle modalità e sulle competenze sono altissime. Non posso dire che sia la stessa cosa in tutta Italia. Non tutti i comuni hanno un servizio di polizia municipale attivo 24 su 24 e non tutti i comuni hanno uffici con personale preparato. Ecco che in quei casi il TSO può diventare qualcosa di altro. Non a caso l’ANCI sta lavorando molto sul pregiudizio legato alla salute mentale. Voglio ricordare che la legge prevede la notifica del provvedimento di trattamento obbligatorio al soggetto interessato; spesso questo non viene fatto. Là dove il sistema di cura è sgangherato, là dove non ci sono possibilità di cure alternative e di servizi sul territorio, si ricorre molto più facilmente al TSO, al ricovero coatto in una corsia d’ospedale. Questo è uno dei grossi problemi del nostro paese… così non dev’essere, la norma prevede esattamente il contrario: ovvero che che la persona sia portata in luoghi idonei e cercare sempre una condivisione del provvedimento, non un’imposizione”.
Le cronache spesso ci raccontano il contrario: spesso il TSO diventa un provvedimento di ordine pubblico, non un provvedimento sanitario.

Il TSO resta uno stigma. La persona ricoverata contro la sua volontà subisce pesantissime ricadute sociali, specialmente nei piccoli centri urbani ma anche nel suo quartiere. Un marchio che rischia di rimanere tutta la vita. È sempre inevitabile o spesso basterebbe un intervento diverso, seguire la persona più da vicino, accompagnarla in un percorso domiciliare piuttosto che legarla a un letto di ospedale? E una volta legata in quel letto, quanti psicofarmaci le vengono inoculati senza che ne sappia nulla? In che dosi, con quali principi attivi? Quanto tempo impiega una persona a riprendersi dagli effetti di questi psicofarmaci, usati massicciamente e sempre di più, dove lo scopo è semplicemente quello di sedare, controllare, annullare? Come si può ritrovare il bandolo del proprio io perso magari solo per qualche ora quando il problema dei sanitari è, invece, quello di ridurre il problema portando ai ai minimi termini i parametri vitali, o peggio cerebrali, di una persona?

Detto in modo ancora più crudo: quanti matti lo sono davvero e quanti lo diventano dopo un TSO ordinato per mille motivi diversi? Difficilmente troverete tra le mani dei vigili urbani un colletto bianco in crisi depressiva perché ha appena perso qualche centinaia di migliaia di euro in banca. Più facilmente sono giovani disoccupati, casalinghe, pensionati, persone già ai limiti della società che per uno scatto, una sinapsi saltata finiscono per perdere il contatto con la realtà. Nessuno sceglie di impazzire, posto che la realtà in cui viviamo possa essere considerata in alcun modo normale.

Quanti abusi a danno di persone deboli? In Italia si fanno oltre 10mila TSO all’anno, anche solo un ottimistico 1% di abusi sarebbe troppo.
E di TSO, o di ricovero, in Italia si può anche morire. Andrea Soldi, Massimiliano Malzone, Mauro Guerra, Giuseppe Casu, Luigi Salvi, Edmud Hiden, Roberto Melino, Renata Laghi, Stefano Biondi, Claudia Bordoni… solo per citarne alcuni.

Un ottimo e certosino lavoro sulle vittime della violenza psichiatrica è stato fatto dal Collettivo Antipsichiatrico di Rovereto, (lavoro ripreso anche dal Collettivo AntiPsichiatrico Camuno) animato e aggiornato da Matteo che abbiamo raggiunto al telefono.

“C’è molto da lavorare anche in una regione avanzata come il Trentino. Se Basaglia tornasse in vita vedrebbe come qui le sue parole sono cadute nel vuoto. Qui come in tante altre parti d’Italia. La psichiatria è l’unico ramo della medicina che si basa esclusivamente sul giudizio di un medico, non ha dati oggettivi. Uno scienziato può dare un giudizio e un suo pari smentirlo in maniera assoluta, senza che nulla accade. Lo dice Raspadori, psichiatra di Trento. Possono scrivere quello che gli pare. Com’è capitato a me e ad altri: se rompi le scatole possono farti un TSO per costrizione. Uno psichiatra può mettere dentro chi vuole. Non puoi fare esami di laboratorio. La psichiatria è una pseudo scienza, e non lo dico io. Abbiamo casi di persone messe in contenzione meccanica per giorni. Abbiamo la responsabile di psichiatria a Rovereto che ha fatto queste cose e che oggi è diventata primario. Vengono usati psicofarmaci che contengono acido lattico, fatti apposta per farti venire dei crampi, in modo da metterti fuori combattimento, da procurarti dolore e quindi renderti inoffensivo. Gli abusi ci sono tutti i giorni. Anche qui, nel Trentino delle mele.

C’è una proposta nostra che abbiamo portato anche al garante dei detenuti e delle persone private della libertà a Trento, prendendo a esempio quello che viene fatto per i detenuti. C’è un corso di diritto per detenuti. Questo vuole dire che i carcerati possono imparare i rudimenti del diritto. Quello che chiediamo è che questi corsi si facciano anche per gli psichiatrizzati. Tanti non sanno quali sono i loro diritti, e invece dovrebbero saperlo in modo da potersi difendere. La miglior medicina è sempre la cultura. Qui parliamo di persone, persone che non vanno abbandonate agli psicofarmaci. Così come sei in regime carcerario sei anche in regime di TSO. La similitudine tra le due definizioni dovrebbe fare pensare… con troppa facilità gli psichiatri ti affibbiano una patologia, ti schedano. Una cosa che ti resta tutta la vita. Qui ci sono persone che si sono sucidate perché segnate per la vita da una psichiatra come Emanuela Di Lernia, che nel 2009 ha ordinato ai miei danni un TSO totalmente immotivato. Così efficace che oggi è diventata primario provvisorio qui a Rovereto. La Di Lernia aveva anche in cura Luca Soricelli che si è impiccato in carcere. Se assumi psicofarmaci hai difficoltà con il rinnovo della patente, puoi avere difficoltà a trovare lavoro. Rimani stritolato nelle maglie delle commissioni esaminatrici, per anni” conclude Matteo.

“È peggio essere psichiatrizzato che carcerato – ci dice Alberto del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa – perché chi va sotto processo almeno ha diritto a un avvocato, può sperare in tre gradi di giudizio. Lo psichiatrizzato no. È sotto il giudizio unico di uno psichiatra che decide tutto per lui. Il nostro collettivo riceve quotidianamente segnalazioni di abusi. Tanti casi di TSO o di richiesta psichiatrica nascono per esempio da conflitti familiari, la moglie che accusa il marito di essere pazzo o viceversa. Assistiamo a un aumento vertiginoso di casi psichiatrici nelle scuole, perché ogni comportamento deviato diventa automaticamente una patologia mentale. Una volta che si entra nel giro della psichiatria è difficile uscirne. Denunciare uno psichiatra è molto difficile e generalmente il paziente parte da una posizione di svantaggio. Si parla al massimo di malasanità ma qui abbiamo vicende di sequestro di persona, di vite segnate per sempre, con un marchio di matto che ti resta per tutta la vita. È vero, l’Italia ha la legge Basaglia che è un’eccellenza mondiale. Ma l’Italia ha ancora 320 reparti psichiatrici dove molto spesso Basaglia entra ben poco, dove a farla da padrone sono gli psicofarmaci. Ci sono più di 3mila residenze pubbliche e private convenzionate dove spesso la differenza con i vecchi manicomi è minima. Ci sono più di mille persone all’anno che subiscono cosiddette cure con l’elettroshock…”

Altri dati fornitici dal C.A.R aprono scenari inquietanti su quanto può accadere in una provincia italiana, nel profondo nord dove la disoccupazione è ai minimi e i servizi sociali e sanitari, in teoria, ai massimi. In un recente caso salito all’onore delle cronache, un ragazzo trentino è stato erroneamente diagnosticato con una gravissima malattia mentale e sottoposto a ben tre TSO. Quando un noto psichiatra di Firenze ha dichiarato senza mezzi termini che non aveva “nessun disturbo psichiatrico”, il ragazzo è dovuto fuggire in Toscana dove un programma realmente condiviso e rispettoso della dignità umana sta lentamente risanando i danni provocati dalle “cure” psichiatriche obbligatorie imposte dalla psichiatria trentina. Sfortunatamente questo caso non è un’eccezione. Intervenne anche un consigliere provinciale trentino, Mauro Delladio, con un’interrogazione: “Purtroppo, nonostante le intenzioni garantiste del legislatore, ci pervengono segnalazioni di eventuali abusi e violazioni dei diritti fondamentali della persona per quanto concerne la libertà personale e di scelta terapeutica.

Diagnosi sbagliate, assunzione forzata di psicofarmaci, mancanza di un consenso informato, mancanza di terapie alternative, TSO immotivati. Solo in una zona così circoscritta come quella di Rovereto, più di 300 persone devono sottoporsi periodicamente a iniezioni di psicofarmaci a rilascio graduale (su cui effetti nocivi esiste un’ampia letteratura) o somministrazione forzata di psicofarmaci. Non si può dire no altrimenti si rischia di tornare nel circolo vizioso che può portare a un nuovo trattamento sanitario obbligatorio.

Certo, generalizzare sarebbe sbagliato. “Ci sono casi – ci dice FD, psichiatra al Fatebenefratelli di Milano – in cui il TSO è davvero l’unica modalità possibile di intervento. Casi in cui il TSO anzi difende e tutela la persona, per esempio evitando che commetta sciocchezze che poi pagherebbe per tutta la vita. Non è raro che un paziente esca dal reparto e ci ringrazi per quanto abbiamo fatto. E dobbiamo ricordare che per chi lavora in un ospedale poter rimandare a casa una persona è una scommessa vinta, nessuno qui vuole trattenere le persone, anzi. Il nostro problema è proprio riuscire a rimandarli a casa. Anche sull’uso degli psicofarmaci è meglio non generalizzare. Ci sono persone per cui l’assunzione di alcuni farmaci è fondamentale nel percorso di cura. Info, sulla contenzione: ci sono molti altri pazienti, penso a quelli con seri problemi neurologici, che devono essere in qualche modo contenuti, a loro tutela. Insomma, ci sono molte zone grigie, evitiamo le divisioni nette”.

 

“C’è un problema di esecuzioni distorte e inappropriate. Ci sono dei problemi nei dispositivi territoriali. Il TSO nella migliore applicazione il servizio è obbligato alla negoziazione, non deve obbligare il cittadino, deve obbligare il servizio a prendersi cura di quella persona, ma non a catturarla”. A dirlo e Peppe Dell’Acqua, braccio destro di Franco Basaglia, in queste settimane in giro per l’Italia con lo spettacolo “Progetto Basaglia” insieme allo psicologo, autore e conduttore radiofonico, Massimo Cirri.
“Dovrebbe essere l’ultima spiaggia – continua Dell’Acqua – dovrebbe anzi essere il momento in cui il servizio di salute mentale dimostra di preoccuparsi di una persona, non di dargli un farmaco e legarlo a un letto. Si deve fare solo in casi estremi. Quello che succede invece è che la polizia municipale prende una persona e poi la porta nel reparto di diagnosi e cura, che solo dal quel momento si occupa di quella persona. È esattamente l’opposto di quanto invece dovrebbe accadere: il servizio di salute mentale prima si occupa della persona e poi, solo come estremaconseguenza, eventualmente, si rivolge alla polizia municipale per coordinare un ricovero. L’attenzione sulla persona è spostata in maniera drammatica, è esattamente il contrario di quanto prevedeva Basaglia”.

Autori:

Andrea CinerariAndrea Cinerari

Nato nell ‘82 dove soffia la Bora. Il mio lavoro e le mie passioni, la vela e la montagna, mi hanno fatto girare il mondo tra Europa, nord Africa, Medio Oriente e Stati Uniti, vivendo a seconda dei periodi tra Milano, Malta e Verona.

Daniele De LucaDaniele De Luca

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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La redazione di Estreme Conseguenze.

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