“Devi morire”. Una volta, nemmeno cosi tanto tempo fa, negli stadi, quando un giocatore cadeva a terra dopo un fallo di gioco partiva proprio questo coro. “Devi morire!!”. Il devi-morire stava allo stadio come una risata finta del Benny Hill Show o di Mork e Mindy allo spettatore televisivo.
Un appunto, una strofa volgare volutamente esagerata, l’anatema collettivo urlato su un canovaccio, un testo sportivo già scritto in campo. ‘Podemi’ li chiamava Pasolini. Il gioco del calcio ha un suo linguaggio in campo fatto di cross, dribbling, passaggi, gol. Il tifo calcistico anche, risponde a regole non scritte, alla psicologia di massa.
‘Devi morire’, fosse il giocatore bianco nero o giallo non fregava niente a nessuno, devi-morire e basta e solo in quel coro stava tutto il senso di ‘essere allo stadio’. Devi-morire divenne anche una simpaticissima rubrica nella trasmissione ‘Bar Sport’ di Sergio Ferrentino su Radiopopolare e quelli che sarebbero diventati, e sono oggi, la Gialappa’s. ‘Vota il tuo devimorire di oggi’. Nessuno scandalo. Antidoto alla violenza.
Io di leggere cazzate e ipocrisie sulla ‘violenza negli stadi’ ogni volta che ci scappa il morto non ne posso davvero più, una litania ridicola che rivedo da 40 anni a questa parte, ovvero da quando vado allo stadio.
Lo ‘stadium’ lo hanno inventato i greci antichi per misurare una corsa, una lunghezza. Poi noi italiani lo abbiamo fatto diventare il luogo dello sfogo della massa ‘a prescindere’ duemila anni fa, esportandolo in tutto il mondo. Gli antichi guardavano la gente morire sgozzata e godevano. Oggi ci basta un gol, colori stemmi e bandiere simulacro di eserciti e battaglie. In fondo qualche passetto in più l’umanità lo ha fatto. Ma giusto quello, per il resto lo stadio, come duemila anni fa, è violenza. Ed è inutile che ci giriamo intorno. Lo stadio è violenza.
E sapete cosa?
Ma meno male! Ma per fortuna che esiste ancora e che decine di migliaia di persone abbiano ancora voglia di vivere un rito collettivo piuttosto che stare davanti alla televisione!
Basta con le cazzate dello ‘stadio e lo sport’.
Lo sport è altro, non c’entra nulla con lo stadio. Certo, vedere coi propri occhi la giocata dell’artista, il colpo del genio o anche solo il fallo in difesa del mediocre calpestatore di chilometri è un valore aggiunto in più. Il calcio è un gioco bellissimo da vedere.
Ma il calcio in Italia non è mai stato uno sport nell’accezione anglosassone, è una guerra tra bandiere oggi come all’epoca dei Comuni. Con tutte le declinazioni del caso.
Guardate cosa è successo in Argentina per la finale della Libertadores. Alla fine hanno giocato su un campo neutro…
Lo stadio è lo specchio della società e aveva ragione Carmelo Bene: tra l’ultrà che accoltella e il signore borghese che davanti alla TV impreca e lancia i peggiori insulti razzisti l’unica differenza è l’evidenza dei fatti e la contingenza del luogo.
Di morti dentro gli stadi non ce ne sono più da decenni, gli scontri si fanno fuori, i conti si regolano altrove mentre all’interno delle curve il business è cresciuto tanto quanto quello televisivo.
Il tifo è violenza e fa comodo a tutti. Altrimenti non sarebbe ‘tifo’. Lo puoi accettare o meno, quello è.
Le disquisizioni sullo ‘sport pulito esempio di vita’ fanno ridere, lo stadio è il catino dove esplodono le contraddizioni peggiori.
Lo stadio è lo specchio fedele della società perché resta uno dei pochissimi luoghi di partecipazione della ‘massa’ ancora esistenti.
Una volta c’erano i ‘popolari’, i ‘distinti’, le ‘poltroncine’ a segnare le differenze di classe. Nei ‘popolari’, gradoni di cemento, nasce negli anni ‘70 il fenomeno degli ‘ultras’ italiani che (attenzione) è stato copiato in tutto il mondo. Perché? Spazi pubblici conquistati da persone che per il gusto di guardare insieme la squadra e la partita mano a mano si organizzavano in gruppo. Spazi riconquistati in anni dove nelle piazze e nelle strade si sparava davvero, dove la repressione era quotidiana. Spazi liberati. Dalle salamelle alle trasferte epiche su autobus scassati 30 anni fa (anzi, pure 40) allo spaccio di cocaina e la gestione dei biglietti e dei voli charter oggi.
Negli anni ‘70 lo stadio come luogo-rifugio, dove solo con la scusa della partita potevi permetterti certe cose, dove a fare la differenza era il ‘gruppo’. Poi, catino di reclutamento fascista. Dopo, macchina da soldi e criminalità organizzata. Gli ultrà che avevano delle loro regole: ‘niente lame, si fa a botte solo con le mani o al massimo mazze e bastoni’. In altri paesi gli stadi di proprietà hanno cambiato la geografia dello spettatore, spendere minimo 80 euro a partita non è da tutti, si è scremata la ‘marmaglia’ alzando i prezzi e tenendo fuori chi non poteva più permettersi certe cifre. Da noi, nei pochissimi casi di stadi di proprietà, il gioco è cambiato poco. Comandano le piccole mafie. Che quando si incazzano con i vertici delle società di calcio non le mandano a dire. Ricattano. E vincono.
Nel frattempo la televisione si è mangiata tutto. La televisione che ha deciso prima di tutto quali squadre avrebbero avuto diritto a più soldi e quali meno, la televisione che voleva lasciarli tutti a casa sul divano, i tifosi organizzati.
Ma le società di calcio no. Mai. Perché vedere le partite da casa con lo stadio vuoto mette tristezza anche all’appassionato di Singapore. Quando c’è il derby, il partitone, lo stadio ha il suo perché. Le grandi coreografie piacciono alla televisione.
E allora?
E allora come lo vuoi questo tifoso da divano? Come lo vuoi questo tifoso da curva cui paghi le coreografie e lo aiuti nelle trasferte che contano? Questo capetto cui passi biglietti per tenerti uno spicchio di spalti sempre pieno a sostenere la squadra.
Compassato come davanti a un film di Bergman o caliente come un argentino in Boca-River?
Io di questa retorica non ne posso più.
Il tifo calcistico è violento per definizione allo stadio, sul divano, nei pub, ovunque.
Il tifo non c’entra nulla con lo sport e vi dirò di più, per questo funziona.
Ha a che fare con la rappresentazione del rito, con l’isteria e la magia di una massa che si muove elettricamente all’unisono.
Per quanto mi riguarda, con il mistero della psicologia di massa. Io preferisco sempre starci dentro, non guardare da fuori. E poi il calcio è bello guardarlo dal vivo, in diretta con i tuoi occhi.
Frequento lo stadio San Siro dal 1985. Ne ho viste parecchie. Conosco bene il mondo ultrà. Da quando hanno pensato solo a far soldi per me son morti tutti, come la fossa dei leoni. Non so cosa è successo in via Novara tra fascisti interisti e napoletani vari, so che la Nord di Milano è da sempre patria di fascisti e nazisti, la sud ha resistito sulla politica ma sul traffico di soldi coca e biglietti è come la Roma, come tante altre curve.
So anche che le differenze, però, esistono. Ed è un’altra cosa che mi fa impazzire in queste ore.
Cori fascisti, ululati razzisti e altre meraviglie non sono per tutti. Ma proprio per niente. La geografia della evoluzione delle curve e del tifo organizzato in Italia la dice lunga.
A Genova certi striscioni veronesi non potrebbero capitare mai. A Terni certi cori palermitani, mai. Nella Sud di Milano un saluto romano mai visto. E avanti cosi. Ci sono decine di storie che dicono di una evoluzione sociale, ma anche di un certo modo di intendere il ‘tifo’ organizzato. Ci sono decine di ‘curve’, ogni squadra, ogni città media e piccola.
E chi non è mai andato allo stadio non può capire. Non capirà mai.
Lo stadio non è sport, è stadio.
Non sono tutti uguali, non siamo tutti uguali.
Lo stadio è la foto dei mostri che hai davanti tutti i giorni sul tram, in ufficio, al bar, a scuola, in strada.
Puoi scegliere: starne dentro o fuori.
Puoi scegliere, se sei allo stadio, se fischiare e mandare a fanculo la tua stessa curva.
Allora, siamo sinceri. Basta palle.
Non so quali interessi o screzi fossero dietro l’ultimo episodio di Milano, ma da anni ormai tutte le aggressioni accadono fuori dagli stadi. Dentro restano gli ululati razzisti e gli striscioni nazisti. Questioni di spaccio, soldi, predominanza di affari sporchi, guerre tra bande di interessi.
Schifo?
Di più!!
Ma per ogni campionato vanno allo stadio centinaia di migliaia di italiani, dalla A alla Lega Pro.
Tutti affiliati e stronzi?
Stronzi forse si, perché nessuno ha mai il coraggio di fischiare, insultare, schifare le bande di curva.
E questo è il punto vero.
Se vai allo stadio accetti una certa logica, ma fino a un certo punto.
Io il ‘devi morire’ lo cantavo e mi divertivo. Non ho mai sentito un coro razzista o fascista, scattava una molla che isolava immediatamente chi si rendeva protagonista del peggio.
La polizia dentro gli stadi non serve a nulla, anzi è peggio. Tantomeno servono gli steward pagati dalle società di calcio.
I soli protagonisti che possono cambiare faccia al rito collettivo sono solo gli spettatori stessi. Il tifo può essere tale, liberatorio e divertente, solo nella misura in cui ciascuno lo vive come tale.
Serve che chi va allo stadio, se vuole esserci, si alzi e se ne vada a casa.
Alziamoci e andiamo a casa.
Lasciamoli soli.
Non serve chiudere gli stadi, serve lasciare gli imbecilli e i criminali in uno stadio vuoto.
I violenti siamo noi che accettiamo il degrado, la mafia fascista, il boss di quartiere che fa lo spavaldo.
Alzarsi e andarsene, fischiarli, contestarli.
Riprendersi il gusto della partita ‘Insieme’ e del tifo del calcio.
Cosi poi con mio figlio ci torniamo volentieri a cantare ‘devi morire’.

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Giornalista

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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