Mattarella, omicidio di un presidente

Giornalista e scrittrice

Scrivi all'autore | Pubblicato il 05 Gennaio 2019
15 minuti

Il presidente della Regione siciliana fu assassinato a Palermo il 6 gennaio del 1980. Da subito fu seguita una “pista nera” che portò a Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini accusati di essere al servizio di “centri di potere occulti”. Ma i due ex Nar furono entrambi assolti.

 

«L’ultima volta dichiarai che era molto probabile che potesse trattarsi del killer di mio marito. Adesso penso di poter dire che non solo è molto probabile, ma quasi certo, che Valerio Fioravanti possa essere l’assassino di mio marito». Negli atti del processo per l’omicidio di Piersanti Mattarella c’è anche questa drammatica testimonianza. Una pagina dattiloscritta che offre l’immagine di una donna vestita di nero, seduta davanti a chi, nonostante i suoi lucidi ricordi, assolverà l’ex capo dei Nar. Eppure Irma Chiazzese era lì, davanti all’assassino. Lo guardò in faccia. «Aveva gli occhi di ghiaccio e una smorfia sul volto… mentre sparava».

Una dichiarazione attendibile che l’Alto commissariato antimafia riprende nella sua relazione sul delitto Mattarella, 120 pagine rimaste top secret fino al 17 gennaio 2018. Nel documento, reso disponibile solo di recente, si legge: «Irma Chiazzese riscontrava nell’identikit pubblicato sul Corriere della Sera del 27 febbraio 1980 e relativo agli autori dell’omicidio di Valerio Verbano, avvenuto a Roma il 20 febbraio 1980, notevoli somiglianze con l’autore del delitto commesso ai danni del marito». Valerio Verbano era un militante di Autonomia Operaia e le indagini hanno dimostrato che stava raccogliendo un dossier sull’ambiente dell’estremismo di destra romano, il cosiddetto archivio Nar (nuclei armati rivoluzionari). Aveva 19 anni quando fu ucciso, colpito alla schiena dal proiettile di una calibro 38 esploso da uno dei tre giovani entrati nel suo appartamento, nel quartiere romano di Monte Sacro. Il commando non fu mai identificato nonostante gli identikit tracciati dai genitori, legati e imbavagliati, inermi testimoni dell’omicidio, e dai vicini di casa.

Sempre da questa relazione emerge un’altra informazione importante: «Meritevole di approfondimenti appare anche la circostanza che nei giorni  immediatamente precedenti l’omicidio Mattarella, a portarsi in Palermo fu un soggetto a nome Frigato». Che sarà stato sicuramente identificato e controllato. Perché vogliamo credere, e sperare, che questo documento, dettagliatissimo e pieno di informazioni sul delitto Mattarella, sia stato letto e riletto, esaminato e riesaminato. Così come un amico di Gilberto Cavallini che di cognome fa Frigato e che all’epoca vantava conoscenze in ambienti siciliani.

A pagina 86 c’è un altro passaggio interessante che riguarda sempre l’omicidio del giovane Valerio Verbano. Una frase che abbiamo immediatamente evidenziato e che riportiamo: «(…) assumono rilievo due ulteriori circostanze, l’uso di un revolver calibro 38 (un revolver calibro 38 fu usato anche per l’omicidio di Roberto Scialabba, militante di Lotta Continua ucciso il 28 febbraio 1978 dai Nar) e l’abbandono sul posto di una pistola 7.65 silenziata. Il revolver calibro 38 riporta all’omicidio Mattarella. La pistola 7.65 silenziata all’omicidio di Maurizio Arnesano (il poliziotto ucciso dai Nar il 6 febbraio del 1980) e all’omicidio del 17 marzo 1979 del giornalista Mino Pecorelli (…). È legittimo quindi sospettare che gli autori dell’omicidio di Valerio Verbano non siano stati individuati (o indicati) per i collegamenti da esso discendenti con altri fatti di dubbio “carattere rivoluzionario”». L’Alto commissariato quindi evidenzia la disponibilità da parte del gruppo di fuoco di Valerio Fioravanti di pistole dello stesso calibro di quella utilizzata per l’omicidio Mattarella. Oltre a una dinamica, feroce e spietata, compatibile con altre esecuzioni attribuite ai Nar e al loro capo.

Ma torniamo a quel 6 gennaio del 1980. A quell’identikit e alla testimonianza di Irma Chiazzese. Pochi minuti prima dell’agguato la moglie dell’allora presidente della Regione siciliana era sul marciapiede di via della Libertà a Palermo, sotto casa, quando incrociò lo sguardo di un «giovane poco più che ventenne, un po’ tarchiato, con un giubbotto celeste e il cappuccio calato sulla testa… aveva una strana andatura, quasi a balzi. Si infilò nel cortile del bar attiguo». Salvo ricomparire, pochi minuti dopo, accanto al finestrino anteriore della Fiat 132 guidata da Piersanti Mattarella, con in mano una pistola calibro 38. Prima cercò di aprire con forza lo sportello, senza riuscirci, poi esplose quattro colpi.

«Stringevo Piersanti e guardavo quell’auto sperando che il Signore li facesse andar via. E invece no: il complice, quello alla guida, ha fatto dei gestacci, proprio come se gridasse all’assassino di tornare a sparare. E lui è venuto di nuovo verso di noi. Con i suoi occhi fissi sui miei, e ha sparato ancora». Le indagini stabiliranno che la prima pistola si inceppò e che il giovane con il giubbotto celeste prese una seconda arma da chi lo aspettava a bordo di una 127 parcheggiata pochi metri più avanti. Una scena di morte che fu seguita dall’alto dalla collaboratrice domestica della famiglia,   Giovanna Saletta, rimasta affacciata alla finestra. Sergio Mattarella, fratello più giovane di Piersanti, arrivò pochi minuti dopo, e fu lui, insieme al medico Orietto Giuffré, che si trovava lì per caso, a portare, su una volante della Polizia, il presidente della Regione, al pronto soccorso di Villa Sofia. Piersanti Mattarella morì sette minuti dopo l’ingresso in quell’ospedale, senza aver mai ripreso conoscenza, colpito da sei pallottole, alla tempia, alle spalle, al petto e al fianco destro. Aveva 45 anni.

Omicidi politici

Nella relazione dell’Alto commissariato antimafia sull’omicidio dell’onorevole Piersanti Mattarella vengono riportate le testimonianze di Cristiano Fioravanti: «L’omicidio fu compiuto da mio fratello e dal Cavallini. Me ne parlò direttamente Valerio subito dopo l’omicidio di Francesco Mangiameli (dirigente siciliano di Terza Posizione ucciso dai Nar di Fioravanti un mese dopo la strage di Bologna)». Diversi i verbali in cui Cristiano punta il dito contro il fratello. Pagine con accuse nette, almeno fino al 1987. Poi, il più giovane dei fratelli Fioravanti deciderà di ritrattare avvalendosi dell’articolo 350 del codice di procedura penale che permette ai parenti stretti degli imputati di astenersi dalle deposizioni.

Giovanni Falcone era convinto che gli assassini di Mattarella fossero Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, il primo già condannato per la strage di Bologna, l’altro attualmente imputato con l’accusa di concorso nella stessa strage.

BOLOGNA, NUOVO PROCESSO AI SOLITI NAR. E DEI MANDANTI SOLTANTO L’OMBRA

Nella sua monumentale requisitoria, il giudice indicò la pista nera come quella da seguire, individuò contatti tra Valerio Fioravanti e i “maestri” della destra eversiva, Aldo Semerari e Paolo Signorelli, considerati vicini a Licio Gelli. E mentre Falcone indagava sui Nar e sulla P2, in quel 1989, vicino alla villa del giudice, all’Addaura, qualcuno lasciò un borsone con 58 candelotti di dinamite.  Erano gli anni di “Faccia da mostro” e dell’omicidio dell’agente di polizia Nino Agostino, della scomparsa dell’agente dei servizi Emanuele Piazza e delle rivelazioni di Stefano Alberto Volo, un professore di greco che spifferava  fatti e misfatti palermitani al Commissariato San Lorenzo. Erano gli anni che anticiparono le stragi.  E per Falcone quella sull’omicidio Mattarella sarà l’ultima indagine prima di saltare in aria a Capaci. All’attentatuni che lo uccise insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della scorta  partecipò anche Pietro Rampulla, “l’artificiere”, membro di Ordine Nuovo, una delle tante organizzazioni extraparlamentari di estrema destra. Fu lui a confezionare l’ordigno collocato nel tunnel sotto l’autostrada. Ma il connubio mafia-estrema destra emerge anche in altri fatti e in altri delitti fatti passare per “omicidi di coppola”. Dieci mesi prima di Piersanti Mattarella, il 9 marzo del 1979, la “mafia” uccise il segretario provinciale della Dc, Michele Reina. Anche lui vicino alla posizione di Aldo Moro, così come Mattarella. Entrambi volevano  il “compromesso storico” al Comune di Palermo. Anche Reina fu ucciso a pochi metri da casa sua, mentre era in auto con la moglie, Marina Pipitone, che riconobbe, anni dopo, nella faccia dell’ex Nar Valerio Fioravanti, l’assassino del marito:  «aveva il volto atteggiato ad un sorriso che sembrava quasi un sogghigno». Reina aveva 47 anni e tre figlie. E nessun Nar fu mai accusato del suo omicidio.

Il processo per i delitti di Michele Reina e di Piersanti Mattarella, di Pio La Torre e del suo autista Rosario Di Salvo, si aprì davanti alla prima sezione della Corte D’Assise del tribunale di Palermo il 22 aprile del 1992, dodici anni dopo quella sanguinosa Epifania, e si concluse nell’aprile del 1995 con la condanna dell’intera cupola mafiosa e l’assoluzione di Fioravanti e Cavallini chiesta dallo stesso pm, Giuseppe Pignatone.

Un silenzio durato trent’anni

Con l’elezione di Sergio Mattarella a capo dello Stato tutti tornano a parlare di quel 6 gennaio 1980. Di due presunti sicari assolti e di un delitto rimasto misterioso. Nei primi giorni di marzo del 2015, poche settimane dopo l’elezione del dodicesimo presidente della Repubblica, incontriamo a Palermo l’avvocato Francesco Crescimanno, il legale storico della famiglia Mattarella: «Dopo l’omicidio di Piersanti la Democrazia Cristiana capovolse la linea del compromesso storico col Pci e aprì all’alleanza con i socialisti di Bettino Craxi. Piersanti era un democristiano che sognava “una Sicilia con le carte in regola” e proprio come Moro, di cui era ritenuto il naturale successore voleva nell’isola l’allargamento della sua maggioranza di governo al Partito Comunista». L’avvocato, ormai anziano e in pensione, ci dice che i mandanti e i killer dell’omicidio Mattarella sono da ricercarsi fuori dalla Sicilia. A Roma. Dove il presidente della Regione era andato in tutta fretta il 17 ottobre del 1979, pochi mesi prima di essere ucciso. Per un incontro che Maria Grazia Trizzino, la sua segretaria personale, ricorda perfettamente. «È passato tanto tempo eppure mi sembra ancora di sentire la stessa tensione. Di rivivere la stessa preoccupazione di allora… Era appena tornato da Roma, e mi convocò con urgenza nel suo ufficio. Parlava a voce bassa, era pallido. Mi sembrò tutto molto strano. Il presidente non sarebbe ma rientrato direttamente in Regione senza passare da casa, e poi non amava  parlare, confidarsi. Era un uomo schivo. Mi rivelò di un colloquio che aveva avuto a Roma con il ministro dell’interno Virginio Rognoni… “se dovesse succedermi qualcosa mi disse  si ricordi di questo mio incontro con il ministro… a questo incontro è da ricollegare quanto di grave mi potrà accadere”». Due mesi dopo, il 6 gennaio del 1980, Piersanti Mattarella fu ucciso. «Quel colloquio lo avevo seppellito in un angolo del cervello, lo avevo dimenticato. Poi, mentre rientravo da Castellammare, dove c’erano stati i funerali del presidente, mi tornò in mente. Lui diceva solo le cose che voleva che gli altri sapessero. E se mi aveva fatto quella confidenza, così insolita per lui, significava che avrei dovuto parlarne con i magistrati. Rivelai l’accaduto a un funzionario di polizia e poi a un giudice. Parlai anche di altro. Che però, nei verbali, non fu mai riportato. Anni dopo mi interrogò il giudice Rocco Chinnici. E lui si meravigliò perché di quelle mie dichiarazioni non c’era traccia».  Inquietanti omissioni e minacce che Maria Grazia Trizzino, durante il nostro incontro, confessa di aver ricevuto e di non aver mai denunciato: «Ho temuto per la mia vita perché questa gente poteva sospettare che fossi depositaria di chissà quali segreti. Sono stata minacciata, ma ho taciuto. Non ho detto niente a nessuno».

Gli inquirenti bolognesi che stanno processando Gilberto Cavallini, su sollecitazione delle parti civili, cercano una possibile matrice comune alla strage di Bologna e all’omicidio Mattarella: una matrice piduista. Cercano i mandanti di una strage che ad oggi ha solo la condanna di tre esecutori che continuano a proclamarsi innocenti. E di questa presunta innocenza di Valerio Fioravanti troviamo traccia nella relazione dell’Alto commissariato antimafia. Si tratta di un verbale del fratello, Cristiano Fioravanti: «…Io so che Valerio è coinvolto nell’omicidio Mattarella. Se lo ammetterà, continuando a negare però la partecipazione alla strage di Bologna, ne dedurrò che di quest’ultima è innocente. Se negherà invece anche l’omicidio Mattarella ne dedurrò che è possibile un suo effettivo coinvolgimento nella strage di Bologna». Il verbale porta la data del 29 marzo 1986.

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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