Fake Snow

Mezzo miliardo di euro. È la stima di quanto costi innevare artificialmente le Alpi ogni inverno. Ha ancora senso?

La neve artificiale fa ormai parte del panorama montano invernale. È normale vedere piste imbiancate sopra prati ingialliti, ed è normale che migliaia di persone si mettano in coda sugli impianti di risalita per godere delle piste innevate artificialmente. Non stupisce più nessuno.

Ma andreste mai in vacanza in una spiaggia dove al posto del mare ci fosse una enorme piscina costruita sopra il fondale in secca? Magari utilizzando proprio l’acqua di quel mare ormai prosciugato? È un paradosso, certo, ma neanche tanto.

Le Alpi, molto più di altri ecosistemi, stanno sperimentando sulla loro pelle i cambiamenti climatici in atto. Sono una sentinella molto più sensibile di quanto si pensasse fino a pochi anni fa. Addirittura sembrano essere il vero termometro del riscaldamento del Meditteraneo.

http://www.fupress.net/index.php/SdT/article/viewFile/19386/18263

I ghiacciai si sciolgono inesorabilmente: dal 1850 ad oggi si è perso il 60% della superficie totale di tutti i ghiacciai alpini, pari a 1.800 km quadrati.

http://www.nimbus.it/ghiacciai/glacio.htm

Dove una volta si sciava regolarmente, anche a 1.000 metri di quota, da anni non si scia più.

Un caso emblematico è la Marmolada, un tempo ‘mecca’ dello sci estivo. Oggi in estate sulla Marmolada non si scia più.

https://www.mountainwilderness.it/impianti-di-risalita/le-piste-da-sci-minacciate-dai-cambiamenti-climatici/

Si muovono ghiacciai fermi da 7mila anni

https://www.inabottle.it/it/ambiente/ghiacciaio-piu-alto-alto-adige-si-muove

Le Alpi sono costellate di impianti in abbandono, funzionano regolarmente solo quelli artificiali. Ma il cambiamento climatico in atto mette a rischio un quarto di tutti gli impianti e delle località turistiche alpine, a seconda di quanto crescerà la temperatura media. Sull’arco alpino la temperatura negli ultimi cent’anni è aumentata il doppio rispetto alla media europea (2 gradi circa da fine Ottocento) e nel 2080 si prevede che la quota dove lo sci sarà praticabile (per circa tre mesi all’anno e non di più) si attesterà attorno ai 2.200 metri.

Un recente e accreditato studio svizzero del CRYOS Laboratory dell’École Polytechnique Fédérale, conferma: ai ritmi attuali di riscaldamento globale sulle Alpi la neve sotto i 1.500 metri sarà un ricordo lontano o un fatto puramente sporadico, ma anche gli impianti a quota maggiore subiranno notevoli conseguenze: se l’incremento medio della temperatura supererà la fatidica quota di 2 gradi centigradi, lo spessore della neve potrebbe diminuire del 40 per cento anche nelle zone oltre i 3.000 metri.

https://www.the-cryosphere.net/12/1/2018/tc-12-1-2018.pdf

Insomma, di questo passo di neve naturale sulle Alpi ne vedremo sicuramente sempre di meno. Ha senso quindi continuare a spingere un’economia basata sulla neve artificiale? Ha senso che l’industria del turismo invernale abbia al suo centro lo sci? E quanto costa?

I costi della fake snow

5 euro al metro cubo. Questa è la cifra di su cui tutti sono d’accordo, al netto di ovvie differenze e specificità e di tante variabili diverse (temperatura, morfologia dell’impianto, ubicazione dei serbatoi o dei bacini d’acqua etc). Questo significa che, prendendo come standard una pista 1km di discesa, una larghezza di 40 metri e uno spessore di mezzo metro, per innevare il solo circuito di DolomitiSuperSky (1.150 km) servono circa 110 milioni di euro. Parliamo di 22 milioni di metri cubi di neve, ovvero almeno 11 milioni di metri cubi d’acqua. Abbastanza per rifornire una città di un milione di persone per un anno.

Le piste di sci italiane sommano circa 4mila kilometri.

La ‘fake snow’ quindi ‘cuba’ circa mezzo miliardo di euro. E centinaia di milioni di metri cubi d‘acqua.

Siamo sicuri che l’acqua di sorgente in montagna sia eterna?

Questo il solo costo ‘vivo’ per produrre il manto nevoso (energia, soprattutto) cui però vanno aggiunti l’affitto dei terreni, le concessioni, i costi per le tubazioni, per la realizzazione dei bacini artificiali, le pompe idrauliche, i mezzi necessari per battere la neve (un gatto delle nevi costa dai 200 ai 400mila euro), il personale, i costi della sicurezza sempre più stringenti etc.. Non è fantascienza arrivare a un costo totale vicino al miliardo di euro per far girare tutto il circo bianco italiano.

Non c’è da stupirsi se prezzi dei ‘giornalieri’ aumentino (spesso oltre i 60 euro al giorno) e se lo sci sia diventato sempre più uno sport per chi può permetterselo. E a poterselo permettere sono sempre di meno. Ma nonostante gli alti ricavi, i comprensori sciistici faticano, con queste spese, a pareggiare i bilanci. Quasi tutti sono in rosso,

Tutti soldi privati? Affatto.

“In provincia di Trento e Bolzano per L’ innevamento artificiale c’è un sostengo pubblico dell’80% – dice a EC Luigi Casanova, vicepresidente di CIPRA – nessuna impresa privata potrebbe sostenere una situazione del genere. È chiaro che il vantaggio del pubblico nell’erogare finanziamenti stia nel fatto che così si riesca a mantenere l’intera economia di un territorio. Una certa quota di investimento pubblico nel settore della neve è giustificabile, ma fino a un certo limite. Arrivare all’80% del rimborso dal pubblico al privato è scandaloso. Per non parlare del consumo di acqua pubblica. Non è vero che attingono sempre da sorgenti naturali (comunque un problema) ma anche dagli acquedotti. Per esempio per innevare i 70km della ‘Marcialonga’ si va ad attingere da acquedotto pubblico e una frazione di Moena in questi giorni è rimasta senza acqua. Succede anche a Cavalese, succede in tanti posti nelle Alpi. Paesi di montagna che rimangono senza acqua per far sciare i turisti. Siamo al paradosso. Si attinge ai torrenti quando a gennaio e febbraio la fauna, le trote ad esempio, vanno in ‘fregola’, in amore, e depongono le uova. È il momento della massima magra dei torrenti alpini. Quindi si preleva acqua da questi torrenti nel momento di maggior fragilità dell’ecosistema. Non è così vero, quindi, che il prelievo d’acqua è innocuo. Senza considerare il fatto che il disgelo della neve artificiale è diverso da quella naturale. Lo strato è molto più denso e compatto, si crea uno strato di ghiaccio più denso e spesso che si scioglie circa un mese dopo il normale disgelo governato dal cambio di stagione. Questo provoca dei cambiamenti anche nella flora di alta montagna che in teoria sarebbe anche protetta… Si rallenta il rafforzamento della cotica arborea che è fondamentale per la stabilità dei versanti anche di alta quota. Si toglie capacità alle piante di rinforzarsi, in situazioni di sempre maggior fragilità di tutto l’ecosistema montano”.

Nessuno può dire oggi quali potrebbero essere gli effetti a lungo termine di un continuo sfruttamento della montagna per fa sciare i turisti. Semplicemente manca ancora la letteratura scientifica nella materia specifica. Ma sommando gli elementi non si può stare molto tranquilli. Quello che nessuno dice è che la neve artificiale la paghiamo tutti.

Perlomeno da Cuneo a Trieste, tutti.

“Un costo complessivo dei contributi pubblici all’industria del turismo invernale è quasi impossibile, ogni regione si comporta in modo diverso, non essendo permessi contributi diretti alle società di impianti – spiega a EC Giorgio Daidola, economista all’Università di Trento – ci sono società per azioni a partecipazione pubblica che ricevono contributi con voci diverse, e questi soldi poi vengono utilizzati anche per l’acquisto di macchinari, per opere infrastrutturali, e quindi anche per la creazione di neve artificiale. I bilanci vengono separati, le voci vengono nascoste. Sono numeri artefatti, drogati. In realtà tutti i conti degli impianti sciistici sono in rosso. Il modello è redditizio solo a condizione che vi sia un aiuto pubblico. È chiaro che il sistema è fondamentale per tutto l’indotto del turismo invernale che altrimenti fallirebbe. Ma il turismo invernale dovrebbe essere gestito come quello estivo. Penso all’escursionismo, al gusto di camminare, si può prendere una funivia e poi seguire altri itinerari. Non sono certo contrario agli impianti e nemmeno contrario alle neve artificiale, ma non si può incentrare tutta l’industria sulle piste-autostrade. Ci sono anche d’inverno centinaia e centinaia di chilometri di piste battute sulla neve da fare con gli sci, con le racchette, a piedi. Ci sono in Svizzera, in Austria, in Francia. Gli stessi sciatori sono stufi di questo sci costoso, faticoso, fatto di code, di prezzi altissimi. Si tratta di proporre una montagna diversa. Oggi è mordi e fuggi, velocità, code, traffico, ripetitività . È un luna park urbano trasportato in alta quota. E gli sciatori infatti diminuiscono. È un modello superato. Lo sci non è nato sulla neve artificiale. Questi grandi impianti sono un surrogato urbano in alta montagna. Coi soldi che usiamo per i bacini artificiali, per alimentare i cannoni, utilizziamoli per ripristinare le malghe, i vecchi rifugi, i sentieri, per curare i boschi. È questo il futuro percorribile. Succede in Val Maria, in provincia di Cuneo, dove non ci sono impianti ma tanti percorsi, attività, luoghi. E la gente fa la fila per andarci. È un problema culturale, prima di tutto”.

Giriamo subito la questione alla Presidente di ANEF (Associazione Nazionale Eserecenti Funiviari) Valeria Ghezzi.

“Il tema dell’innevamento è essenziale ma non solo per la stagione invernale – afferma Ghezzi a EC – costituisce anche una riserva d’acqua per la montagna. Sarà una goccia nel mare, ma grazie ai nostri bacini preserviamo acqua che arriva a primavera e che noi conserviamo. Se noi oggi guardiamo all’economia della montagna quello che garantisce lo sci non lo garantisce nessuno. Solo lo sci permette di arrivare a certi numeri, a parametri economici che permettono la vita di tante valli montane: l’unica soluzione, economicamente parlando, è lo sci. Tutto il resto è interessante, ci sono tante strade diverse da praticare, bisogna ampliare l’offerta e lo si sta facendo ma pensare di rinunciare allo sci oggi non è plausibile. Come rinunciare alla neve artificiale?  Non è sostenibile economicamente. Lo zoccolo duro del fatturato degli alberghi, dei ristoranti, dei rifugi, di tutto l’indotto del turismo invernale è lo sci. Anche quando c’è la neve naturale, noi inneviamo artificialmente, perché lo sciatore chiede una neve perfetta. Per non parlare delle gare sportive dove è obbligatoria. Dire ‘non nevica più’ non è scientificamente dimostrato. Anche questo inverno, lo vediamo: sul nostro versante alpino zero neve, in Austria e Germania hanno il problema opposto, chiudono per troppa neve. E allora? Aggiungo che si investe sempre più sull’estate, questo lo stiamo facendo da diversi anni. Si investe sulle passeggiate, sul trekking, lo stiamo facendo e funziona sempre di più. Ma non possiamo prescindere dallo sci in inverno, solo lo sci garantisce certi introiti. Non si può partire dall’approccio ‘non nevicherà più’. Sarebbe arrogante farlo. Parliamo di milioni di passaggi ogni stagione. Non ci sono alternative valide, in termini di volumi turistici. Oggi la neve artificiale è inevitabile”.

Ghezzi ha ragione su un punto fondamentale: la scelta sta ai paesi di montagn. È vero, oggi d’inverno senza la pratica dello sci sarebbero economicamente morti.

Su questo modello di sviluppo che risale agli anni ‘50.

Contattiamo Luca Mercalli, climatologo e presidente della Società Metereologica Italiana, divulgatore scientifico, fondatore della rivista scientifica Nimbus: “Non c’è nulla di inevitabile nelle decisioni umane, mentre in natura è tutto inevitabile. Le leggi della termodinamica quelle sì sono inevitabili. Che il clima in montagna sia cambiato e stia cambiando non sono opinioni, sono fatti. Dati, numeri, elementi concreti, scientifici, oggettivi. È vero che quest’anno c’è neve sul versante austriaco e zero in Italia ma se guardiamo gli ultimi dati storici sulla quantità complessiva di neve sulle Alpi si scopre che anche in Austria ce n’è sempre di meno. Il trend ci dice: temperature in aumento, innalzamento della quota neve da mille metri verso quota 2mila e stagioni di innevamento più frammentate e limitate. Le Alpi stanno diventando come l’Appennino. Dove puoi avere anche annate con tantissima neve, ma quella stessa neve dura meno. Non c’è più quell’innevamento costante che permetteva di sciare sulle Alpi dal primo dicembre a fine aprile. E lo vediamo dai numeri, dai dati. È dimostrato, é inutile dire il contrario. Dal 1994 esistono questi studi (Università di Ginevra https://www.persee.fr/doc/rga_0035-1121_1994_num_82_4_4444).

Perché l’industria della neve non vuole ascoltare gli scienziati, dare retta ai numeri, e lavorare insieme per trovare soluzioni?

La scienza della montagna lo dice da 25 anni. Abbiamo ancora un decennio per pensare a un modello diverso.

Lo dicono tutte le università alpine, Grenoble, Alta Savoia, Innsbruck, Ginevra, Zurigo… nevica di meno i ghiacciai se ne vanno. Cosa aspettiamo ancora? Perché non manca solo la neve, manca anche il freddo ormai, senza il quale non puoi fare la neve artificiale. E il freddo sarà sempre meno intenso. Sul fatto poi che trasformino la neve in stato solido e non consumino acqua anche questo è falso: la produzione di neve artificiale comporta consumo di energia, di C02 che quindi contribuisce a peggiorare gli effetti dannosi sul clima. E lo dice Luca Mercalli sciatore, che scia da quando aveva 6 anni e che ama lo sci. Ma la cultura si cambia! Adoro la neve, vivo in montagna. Non dobbiamo dire ‘non andiamo più a sciare’ ma dobbiamo dire ‘cambiamo il modo di sciare’. Trovare soluzioni per impianti che siano gestibili in modo più irregolare e con una economia di montagna che deve sempre più affrancarsi dal modello dell’industria dello sci veloce, ovunque e comunque. Abbiamo creato noi questo modello, noi dobbiamo modificarlo. Vai in montagna d’inverno, se c’è neve bene, se non c’è devi inventarti altro, devi offrire altre soluzioni. Se lo sci oggi come lo vediamo non è più economicamente sostenibile, che finisca, come tante industrie sono finite in questi anni. Gli impianti da sci esistono da 50 anni, sono un fenomeno recente, un modello di sviluppo ormai vecchio e superato” conclude Mercalli.

Chi per primo deve cambiare prospettiva è probabilmente proprio la gente di montagna, appesa come è in inverno alle bizze di un clima sempre più impazzito e imprevedibile.

Paola Favero è una forestale, scrittrice, sci-alpinista, montanara, responsabile delle riserve naturali biogenetiche di Somadida e del Cansiglio. Poche donne come lei in Italia amano senza condizioni la montagna e la vivono intimamente ogni giorno sulla propria pelle. “Vaia (il tifone che ha colpito l’arco alpino orientale tra il 29 e il 30 ottobre 2018 abbattendo 8 milioni di metri cubi di legname) ha cambiato la percezione. Adesso tutti hanno visto che il cambiamento climatico è in atto, molto più velocemente di quanto pensassimo, e sulle Alpi è più evidente. Chi vive in città non se ne accorge – dice a EC – ma noi che viviamo la montagna tutti i giorni lo vediamo eccome. Il limite della neve si è alzato, oltre i 1.500 metri, e nevica in maniera diversa: nevica più tardi e la neve è più bagnata, più pesante. Abbiamo sempre più vento e con Vaia abbiamo avuto raffiche mai registrate prima, gli anemometri son saltati e quelli rimasti hanno registrato punte oltre i 190km orari. Cose mai viste a memoria d’uomo. E il vento forte c’è stato tutto l’inverno, tanto forte sa fermare per molti giorni gli impianti di risalita. Ripensare a tutto il modello di sviluppo non è una idea come altre, è ormai un obbligo urgente. È un imperativo. È follia pensare a nuove piste, a investire sulla neve artificiale quando la neve anche in alto è sempre meno e sempre diversa, con cumuli creati dal vento che sono molto pericolosi. In basso non c’è più neve, in alto c’è il vento: due fattori che giocano contro lo sfruttamento intensivo delle piste. È tutto il modello che va ripensato per salvare la montagna. E salvarla così come la conosciamo oggi, cioè già cambiata. Perché è già cambiata tanto. Dobbiamo fermarci qui e valutare quello che abbiamo, puntando a un modello diverso. Camminate, sci di fondo, ciaspole, recupero dei boschi, delle malghe, dei sentieri. In Carinzia hanno fatto così: la neve è sparita, hanno smantellato le piste e creato percorsi alternativi, un turismo più leggero e più rispettoso. E ora hanno un ritorno economico. In tutto il mondo sparisce la neve e spariscono le autostrade dello sci. Cosa aspettiamo a ripensare la montagna in inverno? Se non c’è neve, la si vive in modo diverso. Non ci si ostina a creare neve artificiale se non proprio in poche situazioni che rendono ragionevole l’investimento, il consumo d’acqua, il consumo di suolo. Chi vive in montagna se ne sta accorgendo, chi ha visto gli uccellini schiantati sui muri di casa da raffiche di vento che facevano paura, sta aprendo gli occhi. Il mondo è già cambiato, il modo di vivere la montagna come lo conoscevamo solo 20 anni fa è già sparito. Non abbiamo più tempo, dobbiamo fermarci tutti e salvare quello che ancora possiamo salvare. Continuiamo a ragionare sul breve termine, sul guadagno dell’anno prossimo. Dobbiamo guardare al lungo, lunghissimo termine. Non ha più senso immaginare la montagna come abbiamo fatto negli ultimi decenni, dobbiamo cambiare prospettiva”.

Per saperne di più:

https://www.mountainwilderness.it

http://www.dislivelli.eu/blog/

https://www.cipra.org/it

http://www.unimontagna.it/web/uploads/2015/10/Pedrazzoli_Ambra_Elaborato_finale.pdf

Il paradosso del Tirolo: come aumentare i turisti (e il Pil) diminuendo gli investimenti in infrastrutture sciistiche

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Daniele De Luca :Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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