Discariche al buio

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 21 Gennaio 2019
15 minuti

Dagli anni ‘60 le grotte di Asiago sono diventate deposito di tonnellate di rifiuti di qualsiasi tipo. “Un inquinamento irreversibile, andrebbero bonificate, ma è un lavoro immenso e quasi impossibile. Uno scempio di cui dovremmo vergognarci” dice ad Ec Corrado Corradin, speleologo del Gruppo Settecomuni. In barba alle leggi che dovrebbero tutelare sia il patrimonio carsico che la speleologia, sono molte le grotte italiane usate come discariche. Non c’è solo il caso delle cavità naturali di Asiago. “Serve una legge nazionale per salvarle” dice ad Ec Francesco Maurano, responsabile dell’iniziativa Puliamo il buio.

Chi controlla? Chi ci va laggiù a vedere cosa c’è sotto? Buttiamoci tutto, tanto in una grotta non si inquina, non è mica pericoloso. Guardando le foto che Corrado Corradin, speleologo del Gruppo Settecomuni di Asiago ci mostra e che si riferiscono alle grotte censite nella zona, questo probabilmente devono aver pensato tutti quelli che dagli anni ’60 ad oggi ci hanno buttato qualcosa: la lavatrice rotta, lo pneumatico della macchina, catrame, immondizia di ogni tipo. Anche rifiuti ospedalieri. Anche ferraglie radioattive. Anche olii esausti, un mare nero che con il caldo estivo evidentemente si allenta (anche se la temperatura della grotta è costante) e scende sempre più in profondità. Non c’è quasi nessuna grotta in cui non siano stati introdotti rifiuti. Qui, come in altri luoghi d’Italia, da Nord a Sud, c’è chi ha scambiato molti dei circa 38mila abissi di buio (secondo l’ultimo censimento delle grotte) nel luogo più sicuro e conveniente per liberarsi del proprio sacco, trasformando le cavità naturali in uno scenario che oltre ad essere desolante, spesso finisce per classificarsi come pericoloso.

“I danni all’ambiente carsico e alle risorse idriche profonde sono incalcolabili – dice ad Ec Francesco Maurano, responsabile dell’iniziativa Puliamo il buio. Il fenomeno è noto da almeno 15 anni, da quando cioè abbiamo cominciato ad occuparcene con questa iniziativa, e soprattutto la dove le grotte si trovano vicine ai centri abitati. Abbiamo raccolto qualcosa come 1300 quintali di immondizia da quando abbiamo cominciato, per oltre 3milioni di ore di lavoro nelle grotte su cui ci si cala con dotazioni respiratore per non restare avvelenati da certe esalazioni. Si tratta di una piccolissima parte di quello che realmente viene depositato e che si accumula diventando spessore su spessore, e anche se questa iniziativa ha trovato eco e sensibilità da più parti, la cattiva usanza di fare di questi luoghi naturali discariche abusive c’è ancora. Ovunque. Soprattutto nelle regioni altamente carsiche, come Puglia, Sicilia, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Stiamo lavorando per una legge nazionale a tutela dell’ambiente carsico e della speleologia, il quadro normativo attuale è insufficiente come le relative sanzioni perché ogni regione fa da sé e questo non aiuta. Ci vuole non solo la collaborazione dei Comuni coinvolti, ma anche quella degli Enti preposti a gestire certi tipi di rifiuto. Pensi a quello bellico. Non si può raccogliere con leggerezza. Non si possono smaltire certi tipi di metalli come se non fossero pericolosi. Ci vuole un coordinamento dall’alto, anche perché la raccolta del materiale e quindi la sua campionatura mette in evidenza l’ovvia alterazione di quelle falde”.

Il Carso triestino con le sue cavità naturali è un esempio di meta ideale per chi voleva e vuole smaltire illecitamente rifiuti di ogni tipo, compresi quelli tossico-nocivi. La pratica risale almeno agli anni ’70. Nel 1972, dopo l’attentato di “Settembre nero” all’oleodotto di San Dorligo, il petrolio fuoriuscito e il terreno contaminato furono versati nel “Pozzo dei colombi”, vicino a Basovizza. Il problema delle cavità degradate del Friuli Venezia Giulia è stato affrontato nel 2017 con l’allestimento di tavoli tecnici organizzati dal Servizio geologico della Regione, dai quali è stato fissato un piano in quattro fasi, che prevede la raccolta dei dati, la raccolta delle campionature dei residui fangosi, l’analisi delle sostanze presenti e la scelta delle ditte specializzate nel recupero e nello smaltimento.

“Molte grotte del Friuli Venezia Giulia, ha spiegato recentemente Furio Premiani, Presidente Federazione speleologica triestina, furono stipate di rifiuti che un tempo venivano bruciati mediante impianti di riscaldamento domestico a legno e a carbone. Quelle stesse caldaie, una volta sostituite, vennero spesso scaricate negli abissi. La ripulitura delle cavità ha richiesto un impegno pesantissimo agli speleologi, gli unici che hanno la capacità di scendere nelle grotte e rimuovere tutto ciò che vi è stato gettato nel corso degli anni”. Tra le criticità perduranti della zona, Premiani ha evidenziato il caso della “Fossa dei Colombi”, nei pressi di Basovizza, dove furono riversati i residui dell’incendio della Siot, il terminale triestino dell’oleodotto colpito dall’ attentato di “Settembre Nero” del 1972. “Lì – ha riferito il presidente della Federazione speleologica – vanno ancora rimossi rifiuti per uno spessore di 15 metri”. Qui un video sul pozzo del Cristo, una delle grotte carsiche utilizzate come discarica per idrocarburi e fanghi industriali. La grotta è stata completamente riempita per circa 60 metri di profondità. Sul fondo si trova ancora il residuo del lago di nafta progressivamente assorbito dalla roccia carsica. Sulle pareti strati di catrame spessi qualche centimetro. L’avvelenamento del Carso è stato oggetto sia di una interrogazione parlamentare a cui pare nessuno abbia mai dato risposta, sia di una denuncia per reato di disastro ambientale da parte di Roberto Giurastante di Greenaction transnational che ha raccolto un dossier per ricostruire l’avvelenamento del territorio triestino e carsico con apice negli anni ’80 e con “la compiacenza di tutte le istituzioni: dalla politica alla magistratura”.

A farci calare idealmente nelle cavità contaminate di Asiago è Corrado Corradin, un diploma in chimica, presidente del Gruppo speleologico dei Settecomuni di Asiago. “Fino alla metà degli anni ‘70 i comuni usavano grotte e doline come discariche. Lo segnaliamo già da allora. Ci sono persino 12 corpi, mai recuperati, della nota BGT Catanzaro (vedi foto in gallery nel Buso dello Sprunk) protagonista della battaglia dell’Isonzo, che stanno li con una targa dal 1916, sepolti da un indissolubile e devastante cordone di lattine, lavatrici, pneumatici e sacchi di immondizia nei quali passa l’acqua detta potabile. Per anni lo smaltimento è avvenuto direttamente sul e nel territorio carsico. In particolare, le grotte inquinate sono quelle comode alle strade. Ancor oggi troviamo depositi dello spessore anche di 100 metri come al Brutto Buso di Asiago che oggi misura una 15 di metri di profondità tanto è piena di rifiuti. In questo caso abbiamo il rilievo fatto dal Gruppo Grotte Asiago, sessant’anni fa, quando la grotta era ancora vergine. Basta confrontare i due disegni per capire la situazione. Bonificare queste cavità è impossibile. Molte discariche in valli o doline sono oggi ricoperte da vegetazione che ne maschera la presenza, come la voragine Valamarana (conosciuta soltanto dagli speleologi) una bella collinetta verde al cui interno il corso d’acqua filtra nel putridume di un decennio di rifiuti gettati dentro dal comune di Altavilla Vicentina. Quasi impossibile tecnicamente la pulizia a meno che non venga spianato il colle. Le grotte inquinate in Altopiano sono decine”.

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Sono oltre 5000 le grotte censite sui Lessini, l’Altopiano di Asiago, e l’ Altopiano dei Fiorentini. Al catasto Grotte del Veneto ne risultano in totale almeno 8439 e va ricordato che in queste cavità scorre l’acqua. Dall’altopiano le acque profonde dopo essersi “arricchite” degli inquinanti vanno a mescolarsi con quelle freatiche per poi uscire nelle risorgive di pianura. L’acqua, quindi, si infiltra nel terreno fruttando le morfologie superficiali modellate dall’acqua stessa, incanalandosi in fratture, inghiottitoi, pozzi e quanto altro. La domanda è : si può bere quest’acqua, è potabile?

“Diciamo di sì – spiega Corradin – non si può escludere la presenza di sostanze nocive che, a loro volta, potrebbero finire nel bacino idrico di Oliero, dopo 12 chilometri di percorso. Se dipendesse dal tipo di percorso che fa l’acqua all’interno del massiccio carsico, forse qualche problema ci sarebbe. Infatti le grotte trasportano l’acqua così velocemente che non ha il tempo di filtrarsi. Per filtrarsi, l’acqua, dovrebbe attraversare ghiaie, sabbie o altri materiali che ne rallentino la corsa.

I tempi per una autodepurazione biologica sono molto limitati. In compenso, durante il precipitare nelle grotte, l’acqua si sarà ossigenata  per bene. Ma se è chiaro che l’acqua viene continuamente controllata, esaminata e resa salubre, la presenza dei rifiuti si traduce in un rischio ancora attuale”. Anni fa fu condotto uno studio da alcune università. Venne immessa nell’acqua una sostanza colorante, la fluoresceina, nel torrente che attraversa Gallio ed Asiago: è stata rilevata a Oliero dopo sole 24 ore dall’emissione, raggiungendo la massima concentrazione dopo 16 giorni ed esaurendosi dopo 50 giorni. A dimostrazione di quanto sia pericolosa la dispersione nell’ambiente di inquinanti. L’acqua insomma attraversa l’Altopiano senza ostacoli mentre il lungo tempo di smaltimento indica che la diluizione avviene in grandissime masse d’acqua. E solo la diluizione in qiueste masse d’acqua ne permette l’utilizzo per usi civili.

“Gli acquiferi carsici  – conclude Corradin – sono spugne e rappresentano il 40 percento delle fonti di approvvigionamento idrico e la grotta di Oliero, con i suoi 15 metri cubi d’acqua al secondo, potrebbe far fronte al fabbisogno di buona parte del Veneto. L’appello è di rispettare le grotte al cui interno ci celano le risorse idriche che sono un bene di tutti. Abbiamo una ricchezza idrica incredibile che rischia di essere compromessa, perché accuratamente nascosta alla nostra vista. Dobbiamo mantenere queste zone di salvaguardia assoluta delle falde di buona qualità evitando inquinamenti di qualsiasi natura”.

Sul tema dello stress idrico anche nel nostro Paese va detto che Secondo il rapporto del World Resources Institute(WRI), che ha misurato la domanda e la disponibilità di acqua in 167 Stati, l’emergenza dell’acqua sarà uno dei problemi più seri che colpirà il nostro pianeta, non solo nelle zone povere ma anche nei Paesi più sviluppati. Entro il 2040 infatti saranno ben 33 gli Stati che dovranno affrontare uno stress idrico “estremo”: tra questi circa 14 si trovano nella sola area mediorientale, con gravi rischi di instabilità politica, ma la scarsità di risorse idriche, sottolineano i ricercatori, si farà sentire anche in altre parti del mondo tra cui anche in alcune zone italiane e balcaniche. Il calo delle risorse idriche – si legge nel rapporto – è stato tra i fattori che hanno costretto 1,5 milioni di persone, in maggioranza agricoltori e pastori, a lasciare le loro terre per  trasferirsi nelle aree urbane aumentando così la destabilizzazione generale del Paese.

“La città eterna è alimentata dalle sorgenti carsiche del Peschiera sul Gran Sasso ed in tutto il Sud Italia il rifornimento idrico viene dalle montagne che sono ambienti vulnerabili – dice ad Ec Bartolomeo Vigna, professore Associato presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture, Politecnico di Torino “E’ chiaro che il controllo è fondamentale e in Italia questo non è mai sufficiente, pensi alla mancanza di riciclo delle batterie esauste che provengono dai fili elettrici negli allevamenti montani, all’impatto di ricaduta che quella chimica può avere sul terreno e sulle acque. Sul fronte dello stress idrico dico che, al momento non c’è. Vero che le quantità effettivamente disponibili sono in diminuzione anche a causa dei cambiamenti climatici e della scarsità di precipitazioni diffusa quest’anno soprattutto al Nord, ma altrettanto vero è che esiste una cattiva gestione delle risorse idriche che abbiamo. Ribadisco, ci vuole più rigore nei controlli. Sprechiamo molto e se non sapremo tutelare a dovere le risorse idriche per scopi potabili per forza queste scarseggeranno ovunque”.

 

Le foto pubblicate del Buso dello Spruck e del Faganello sono del Gruppo Spelologico Barbastrji del CAI di Marostica 

 

 

 

 

 

 

 

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Mattea Guantieri, 40 anni, è entrata nella squadra di Estreme Conseguenze dopo aver coordinato testate di promozione per il Veneto. Ha collaborato al restyling del mensile di cucina A Tavola, dirigendolo per circa 18 mesi. Dopo aver collaborato con Nordesteuropa, e altre testate locali, si è dedicata alla progettazione di format editoriali per il web.

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