CAMPO SANTO

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 30 Gennaio 2019
15 minuti

Sono già 8 i morti schiacciati dal proprio trattore nei primi 20 giorni del 2019. 149 quelli del 2018, quasi l’identico numero del 2017 e in aumento del 7% rispetto al dato del 2016. Un infortunio al giorno e un decesso ogni due giorni.  In Veneto, negli ultimi 4 anni, si sono registrati 188 infortuni mortali, di questi, 79 sono avvenuti in agricoltura. Anche l’Emilia Romagna è una delle regioni italiane con il numero più elevato di infortuni agricoli. Come il Molise, che segna un aumento generale di decessi sul lavoro del + 5,2%. Più della metà dovuti a macchine obsolete.  Danilo De Lellis, Responsabile Nazionale Lavoro Cia – Confederazione Italiana Agricoltori – “Una situazione disastrosa, dovuta soprattutto a mezzi vecchi e poco sicuri. Aspettiamo da quattro anni l’accordo tra Inail e Ministero dei Trasporti per sbloccare il decreto per la revisione delle macchine agricole, approvato nel 2015. Le macchine agricole immatricolate prima del 31 dicembre 1973 sono ancora senza revisione, il termine è scaduto il 31 dicembre 2017. Ma è scaduto anche il termine per quelle immatricolate nel 1990. In pratica il 90% delle trattrici è inadeguato. I mezzi obsoleti vanno messi a norma. Se vogliamo potenziare la cultura della sicurezza, dobbiamo per prima cosa rendere le macchine davvero sicure”.

FederUnacoma “L’età media delle trattrici è di trenta anni, quelle ancora più longeve sono circa 680mila. Oltre il 65% degli incidenti gravi avviene negli appezzamenti coltivati, e per il ribaltamento del mezzo”. Nel 36% degli incidenti alla guida del mezzo c’è una persona over 65, in una platea di almeno 600 mila imprese agricole, che rappresentano il settore economico più colpito da morti e infortuni.

Non si può sempre parlare di fatalità. E se anche ci si ostina a definirle morti verdi, alludendo al fatto che non c’è una mano che direttamente uccide, le morti sul lavoro in agricoltura non hanno nulla di puro e casuale. Lavorare uccide in Italia più del caso. Secondo l’Osservatorio indipendente di Bologna di Carlo Soricelli, il settore agricolo è tra i più colpiti. Nei primi 20 giorni del 2019 sono già morte 8 persone schiacciate dal trattore. Nel 2018 sono stati 149 i morti a causa dal proprio mezzo di lavoro. Una situazione drammatica che qualcuno ha definito “Spoon river dei Campi” tanti sono gli incidenti gravi e mortali che avvengono in agricoltura, con una media di circa 200 morti ogni anno. In Veneto, per esempio, negli ultimi 4 anni, si sono registrati 188 infortuni mortali, di questi, 79 sono avvenuti in agricoltura. Anche l’Emilia Romagna è una delle regioni italiane con il numero più elevato di infortuni agricoli, 123 morti, in leggero calo rispetto al 2017, quando erano stati 132. Come il Molise, che segna un aumento generale di decessi sul lavoro del + 5,2%. Casi mortali e infortuni che avvengono nel 55% dei casi a causa di macchine obsolete. Un record tutto italiano, come quello che ci pone terzi nella classifica globale (dopo Usa e Giappone) per numero di trattori (1,75milioni) che hanno più di trenta anni di vita.

Danilo De Lellis, Responsabile Nazionale Lavoro Cia – Confederazione Italiana Agricoltori – spiega ad Estreme Conseguenze quali e quante sono le questioni aperte per il settore agricolo: “Il nostro settore paga da sempre un prezzo troppo alto in termini di vite umane. Serve un nuovo patto sociale del welfare agricolo, e serve risolvere una marea di contraddizioni e criticità che vanno avanti da anni. Tra le prime, quella che riguarda il lavoro statistico dell’Inail che dovrebbe  distinguere nei suoi indici tra agricoltori e presunti tali – liberi professionisti – che si mettono sul trattore la domenica e che appunto ricadono incidentalmente nelle percentuali che riguardano infortuni e morti nel nostro settore. Ma uno dei problemi più urgenti è quello che riguarda il decreto per la revisione delle macchine agricole. Ci sarà stato pure il cambio di governo, ma siamo a gennaio 2019, che cosa aspetta l’Inail a trovare un accordo con il Ministero dei Trasporti per sbloccarlo? Approvato nel 2015, è ancora oggetto di rimpalli da una stanza all’altra. Le macchine agricole immatricolate prima del 31 dicembre 1973 sono tutte senza revisione, il termine è scaduto il 31 dicembre 2017. Ma sono senza revisione anche quelle immatricolate nel 1990, il cui termine è scaduto a dicembre 2018. Il 90% delle trattrici è inadeguato, non è a norma. Come si fa a potenziare e ad imprimere con forza la cultura della sicurezza, se per primi sono i mezzi a non essere sicuri? Aperta è anche la questione di come fare queste revisioni sul territorio, perché spostarle non è così semplice, tanto che abbiamo proposto delle officine mobili, ma rimane che il Ministero dell’Agricoltura, insieme a quello dei Trasporti, della Salute e all’Inail devono lavorare insieme sul territorio per fare in modo che queste necessarie verificare sui requisiti minimi per la circolazione dei mezzi (presenza di luci e segnaletica, freni e sterzo funzionanti, etc.) e per la sicurezza dell’operatore (innanzitutto cinture di sicurezza e roll bar) vengano fatte senza aspettare oltre”.

Sulla stessa linea anche Alessandro Malavolti, presidente di FederUnacoma, Federazione Nazionale Costruttori Macchine. “L’età media delle trattrici è di trenta anni, mentre quelle ancora più longeve sono circa 680mila. Chi di noi andrebbe in giro con una automobile così vecchia?”. Non a caso, secondo i dati dell’Osservatorio Asaps, oltre il 65% degli incidenti gravi avviene negli appezzamenti coltivati, e per il ribaltamento del mezzo. Nel 36% degli incidenti alla guida del mezzo c’è una persona over 65, in una platea di almeno 600 mila imprese agricole, il 51% delle quali risulta non in regola dal punto di vista delle norme per la sicurezza. Un parco macchine enorme e vecchio, sommato ad un basso turnover (solo 19mila trattori immatricolati nel 2017) rendono la revisione necessaria. il problema dell’invecchiamento delle macchine è stato segnalato anche dall’Ucimu, l’associazione dei costruttori di macchinari, ancora nel 2016 alla Camera dei Deputati, con un report sull’età degli impianti installati nelle aziende italiane. Il report avvertiva: “Il parco macchine è molto più vecchio di quello di dieci anni fa e l’età media è la più alta mai registrata da 40 anni a questa parte”. “La coltivazione della terra è il comparto che continua a mietere il numero maggiore di vittime. Un triste primato che supera anche i cantieri edili”, dice l’assessore all’agricoltura della Regione Veneto, Giuseppe Pan, commentando gli ultimi dati del Report Inail. “La casistica conferma come ci sia ancora tanta strada da fare per garantire sicurezza e salute sui campi. Ritengo che tra le strategie più efficaci ci sia l’innovazione, nelle aziende, nella strumentazione, nei metodi di lavoro. Per questo il Programma di sviluppo rurale adottato dalla Regione Veneto per il periodo 2014-2020 ha destinato il 26 per cento del budget complessivo (1184 milioni) al sostegno dell’innovazione nelle aziende agricole, finanziando bandi per 300 milioni per investimenti nelle attrezzature agricole e dedicando altri 17 milioni a contributi per l’acquisto di attrezzature forestali”. Il Psr Veneto 2014-2020, infatti, ha un “portafoglio” di spesa di 1.169 milioni, di cui 504 derivanti dai fondi strutturali dell’Unione Europea, il 35% di fonte statale e il restante di cofinanziamento regionale. Tra le regioni italiane è la quinta regione, dopo Sicilia, Campania, Puglia, Sardegna ed Emilia Romagna per consistenza finanziaria del programma di sviluppo rurale. Programma che, almeno in Sicilia, desta preoccupazione. E’ di pochi giorni fa l’allarme di Antonino Cossentino, presidente della Cia Sicilia Occidentale, relativo all’assenza di bandi a sostegno del biologico e degli allevatori “Siamo fortemente preoccupati perché non abbiamo notizia di nuovi bandi per queste due misure. Ci chiediamo che fine stiano facendo i 2,2 miliardi di euro destinati dall’Europa all’agricoltura siciliana. La Sicilia è la regione d’Italia che ha avuto dall’Europa il maggior sostegno, è un’opportunità che in gran parte stiamo sprecando a discapito dei piccoli e medi imprenditori. Abbiamo il diritto di sapere e per questo chiediamo al governo regionale una rendicontazione fino a questo momento del Psr 2014-2020. La Sicilia è la regione italiana con il maggior numero di aziende agricole biologiche. Secondo i dati delle Camere di Commercio di tutta Italia, le aziende biologiche sono 59.461 su tutto il territorio nazionale. Tra queste il 55,8%, hanno sede nel Mezzogiorno e ben 9.444 in Sicilia. Su come vengono destinate risorse a sostegno dell’agricoltura Danilo De Lellis aggiunge “siamo una risorsa per il paese, il settore che registra più di altri un aumento costante dell’occupazione. Eppure, permane una certa inadeguatezza in termini di politiche agricole. Il settore è carico di costi burocratici che non consentono alle imprese di attuare una vera riorganizzazione del lavoro e di far evolvere l’impresa agricola. Penso agli incentivi Isi Inail teoricamente a sostegno delle imprese che investono in sicurezza sul lavoro. Uno strumento importante di aiuto che per il settore agricolo è penalizzato dall’applicazione del regime “de minimis” e questo influisce negativamente sul come e quanto le aziende possono investire per migliorare la produttività e la sicurezza”.

E va detto che moltissimi rischiano di rimanere delusi tenuto conto dell’insufficienza delle risorse disponibili rispetto alle domande che normalmente vengono presentate. Essendoci una graduatoria unica per tutti i settori produttivi, basta che le prime domande pervenute siano di aziende con regime de minimis di 200 mila euro per esaurire i fondi in pochi attimi.

“E poi – prosegue De Lellis – c’è la questione caporalato, crimine aggiunto nel codice penale nel 2011, e che rimane insufficiente a combattere il fenomeno dello sfruttamento. Che non è solo in agricoltura, ricordiamolo. L’interpretazione da parte degli ispettori porta a sanzioni anche per chi non è definibile come caporale, e non si può trattare con lo stesso rigore punitivo chi sfrutta i lavoratori e li sottopone a trattamenti degradanti e disumani e chi assume e assicura regolarmente i propri dipendenti, ma occasionalmente incorre in mere violazioni amministrative. Come associazione ciò che notiamo in generale è che i controlli sono poco coordinati, nonostante la nascita dell’INL, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, nato per accentrare le funzioni ispettive. Ci sono aziende che vengono controllate tre volte la settimana e altre che non subiscono controlli.  Ci sono solo 3500 ispettori per più di 4 milioni di imprese in Italia, il che fa pensare che la probabilità di un controllo sia del tutto remota”.

Il “Patto Stato Regioni” in merito, ha fissato al 5% la soglia minima delle aziende da ispezionare. Tale obiettivo pare sia stato raggiunto soltanto in 14 regioni, con una percentuale media dell’intero Paese che si attesta al 6,6%. Una sproporzione che diventa ancora più evidente in determinati settori, come l’agricoltura: la percentuale di aziende agricole ispezionate, ad esempio, è di appena lo 0,37%, con la punta massima in Lombardia del 2,67%. E secondo l’ultimo rapporto su Agromafie e caporalato il tasso di irregolarità dei rapporti di lavoro in agricoltura è pari al 39%. Solo il 25% del totale delle aziende del territorio nazionale impiegano manodopera dipendente. 430.000 sono i lavoratori agricoli esposti al rischio di un ingaggio irregolare. Più di 300 mila lavoratori agricoli, quasi tre su dieci, lavorano meno di 50 giornate l’anno. Nel primo semestre del 2018, l’Ispettorato nazionale del lavoro ha riscontrato nella sua attività di vigilanza 5.875 rapporti di lavoro irregolari, 2.311 delle quali completamente in nero.

Ultimo tassello è il tema formazione: Rocco Vitale, presidente dell’Associazione formatori per la sicurezza sul lavoro, dice ad EC “Una delle problematiche relative al settore agricolo che come Associazione abbiamo sollevato anche quest’anno, a fronte di numeri che rimangono costanti, è stata la continua proroga dell’obbligo della formazione: a seconda delle casistiche e dell’esperienza pregressa, i lavoratori del settore agricolo hanno visto posticipata, fino al dicembre 2019 e rispetto a tutti gli altri, la scadenza dell’obbligo di formazione e del relativo aggiornamento”.

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Mattea Guantieri, 40 anni, è entrata nella squadra di Estreme Conseguenze dopo aver coordinato testate di promozione per il Veneto. Ha collaborato al restyling del mensile di cucina A Tavola, dirigendolo per circa 18 mesi. Dopo aver collaborato con Nordesteuropa, e altre testate locali, si è dedicata alla progettazione di format editoriali per il web.

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