“I segreti di mio marito”. Parla la moglie di Raffaele Cutolo

Giornalista e scrittrice

Scrivi all'autore | Pubblicato il 04 Febbraio 2019
15 minuti

E’ criature non si toccano,  lo diceva alla persona di fronte a lui, nella sala colloqui del carcere di Ascoli Piceno mentre Giovanni, mio fratello, continuava a parlare… ma io non lo ascoltavo più”. Immacolata Iacone racconta con voce bassa, dolce, il suo primo incontro con Raffaele Cutolo, il “professore di Ottaviano”.

“Parlava del rapimento della piccola Raffaella Esposito e disse che al responsabile dovevano mozzare la testa. Commentai affermando che chi aveva preso quella bambina era sicuramente un malato. Che andava curato, non ucciso. Mamma mi afferrò per il braccio e quasi mi gridò di stare zitta. Lei sapeva chi era quell’uomo”. Era il 15 gennaio del 1981 e di fronte a Immacolata Iacone c’era il fondatore e capo della Nuova Camorra organizzata. “Pochi giorni prima, all’uscita di una scuola elementare di Ottaviano, avevano rapito una bambina che ritrovarono morta due mesi dopo”.

L’orco aveva ignorato l’appello di papa Woytila e pure quello degli uomini di Cutolo che ne avevano chiesto la liberazione. Aveva ignorato anche la ricompensa di 10 milioni di lire messa a disposizione dal boss detenuto. Un’offesa per Cutolo. E un dolore per i genitori di Raffaella Esposito che fu recuperata in fondo a un pozzo, strangolata con la cintura del suo cappottino azzurro. La polizia individuò il presunto responsabile del rapimento ma non c’erano prove, solo indizi. Inutili per un processo ma sufficienti per eseguire una condanna a morte deliberata in una fredda mattina di gennaio del 1981.

“A Napoli piovigginava e c’era vento quando partii con mamma per raggiungere Ascoli Piceno. Ero molto legata a mio fratello. Era in carcere da tanto. E da solo. Papà non voleva più averci a che fare dopo che l’avevano arrestato. A casa mia –  diceva –  non ci sono mai entrati sbirri. E nessuno se n’è mai uscito con le manette. Era una famiglia perbene, la nostra. Prima degli errori di mio fratello”. Prima di una guerra che travolse l’intera area vesuviana con la Nco di Cutolo in prima linea. Non c’era giorno in cui non si contavano i morti. “Per questo amore m’è toccato piangere mio padre, mio zio e mio fratello Luigi… me l’hanno ammazzato che aveva solo 27 anni. Due bambine sono rimaste orfane per una vendetta che non ci riguardava. Se solo avessi saputo, fra l’amore e la vita, avrei scelto la vita. La vita di tutti gli innocenti assassinati a causa mia”.

Il suocero del Professore, Salvatore Iacone, era seduto sulla poltrona di un barbiere quando fu ucciso, nel giorno di San Francesco del 1988, perché Francesco si chiamava il fratello del boss vesuviano Mario Fabbrocino, uno dei più temuti nemici di don Raffaele. Ciccio Fabbrocino fu ammazzato dai cutoliani e vendicato col sangue di un padre normale. Come normale era Luigi. Anche a lui fu riservata una morte da padrino, fu falciato all’interno di un locale pubblico, in un bar nel centro di Ottaviano, da un killer del clan di Biagio Cava.

“Sangue chiama sangue. Ed è per questo, per fermarlo, che non ho mai cercato vendetta”. Ma potrebbe cercarla qualcun altro. Per questo, forse, dove abita la famiglia Cutolo, ad Ottaviano, ci sono telecamere ovunque.  Un fortino camuffato da casa, con infissi in anticorodal e tendine bianche sul vetro blindato. “Nell’appartamento di fronte c’è Pasquale, il fratello più grande di Raffaele, alle spalle vive mia cognata Rosetta”. Al centro, quasi a proteggerle, Immacolata e Denise, moglie e figlia del boss.

“E’ stato detto e scritto tanto di Raffaele. Anche che uccise, la prima volta, per tutelare l’onore della sorella. Quel giovane aveva fatto pesanti apprezzamenti su Rosetta. Ma non so dirle esattamente cosa accadde”.

Avremmo voluto chiederlo direttamente a donna Rosetta. Ma l’anziana depositaria di tutti i segreti del clan, anche quelli sul caso Cirillo, non ha accettato domande. “I giornalisti capiscono e scrivono quello che vogliono”, ha sentenziato davanti a una pastiera napoletana passata rapidamente dalle mani della cognata al tavolo della cucina. Poi, con gli occhi azzurri e fermi, puntati addosso a chi scrive, e a una serie di suoi monologhi sul tempo, su “quant’è bell’a nipote mia, è la copia di Raffaele”, su “Tina e Raffaele sè vonn assai bene”, e sul numero di piante distrutte dal barboncino bianco di Denise “se sape, i caciuttiell sò fasterius”, donna Rosetta ha accompagnato tutti alla porta. Con le parole e con educazione.

Secondo Vincenzo Vinciguerra, neofascista di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, a proteggere sua cognata, Rosetta Cutolo, e quindi, immaginiamo, l’intera famiglia, ci sarebbero le cosche della ‘ndrangheta. 

“Non conosco Vincenzo Vinciguerra e non ho mai incontrato persone legate alla ‘ndrangheta. In questi anni sono passati a salutarmi solo gli amici di Raffaele”.

Vinciguerra, davanti alle telecamere di Estreme Conseguenze ha detto anche che suo marito sa dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli…

“Raffaele sa tante cose… è al corrente di tutti i misteri avvenuti in Italia negli anni ’70-80 ma non si è mai pentito. Mai ha accusato qualcuno per ottenere benefici. Sta pagando in silenzio per i suoi errori e per quelli commessi da altri… mio marito ha aiutato lo Stato a riportare a casa Ciro Cirillo, il politico sequestrato dalla brigate rosse. E sia chiaro che in cambio non aveva chiesto soldi, anche perché non ne aveva bisogno”.

Durante il processo per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, nell’udienza del 9 ottobre del 1998, a Perugia, suo marito ricorda spesso di essere in carcere da tanti anni, e da troppi in isolamento…

“Dopo la liberazione di Ciro Cirillo, per ringraziarlo fu trasferito da Ascoli Piceno al carcere di massima sicurezza dell’Asinara. Anni dopo lo chiamarono a testimoniare al processo per la morte del giornalista… Raffaele non ha mai avuto amici fra i politici, erano loro a chiedere favori e quando fu sequestrato Aldo Moro era libero, così come quando fu ucciso Pecorelli. Lo hanno sepolto vivo per le cose che sa. Fa paura per quello che può rivelare”.

Di fatto in quell’udienza Raffaele Cutolo elogia spesso Giulio Andreotti, indicandolo come grande statista. Come un uomo onesto che mai avrebbe potuto “proteggere la mafia di Riina”. Poi sbaglia date, corregge il contenuto di vecchie deposizioni e rimanda alla banda della Magliana per l’omicidio del giornalista. Mezze verità e tanta confusione “per dire di sapere e per ricordare un patto fatto con lo Stato anni prima e non mantenuto”. In effetti il professore di Ottaviano avrebbe potuto rispondere senza errori o esitazioni ad avvocati e a domande che si riferivano a un periodo importante per la storia d’Italia ed eccezionale per la sua di storia, in quanto l’unico vissuto non in carcere ma in libertà. Un lasso di tempo che va dal 5 febbraio del 1978 quando si allontanò dall’ospedale giudiziario di Aversa  al 15 maggio del 1979 quando fu catturato ad Albanella, in provincia di Salerno. In quel periodo, per Cutolo unico e indimenticabile di libertà, le brigate rosse sequestrarono e uccisero Aldo Moro  mentre qualcun altro, mesi dopo, eliminò il giornalista Mino Pecorelli. “Io ho saputo un paio di giorni prima che lo uccidessero, dove nascondevano l’onorevole Moro”, ricorda Raffaele Cutolo durante l’udienza del 9 ottobre 1998. “Me lo disse il mio capozona a Roma, Nicolino Selis… volevo salvarlo ma Vincenzo Casillo mi fece sapere che dovevamo starne fuori, perché questa era la volontà dei politici”. E ancora “Nicolino Selis mi chiese una pistola con silenziatore per uccidere il giornalista Mino Pecorelli. Gli dissi di rivolgersi a Casillo… lui teneva i contatti con Paolo De Stefano e avrebbe fatto da tramite”.

Enzo Casillo, luogotenente di Cutolo, salta in aria il 29 gennaio 1983 a Roma, in via Clemente III a poca distanza dalla sede del Sismi, dove era parcheggiata la sua auto che qualcuno aveva imbottito di tritolo.

“Certo che ho conosciuto Casillo, camminava col tesserino dei servizi segreti in tasca. Entrava in carcere da Raffaele pur essendo latitante… Mio marito mi ha detto che durante il sequestro Cirillo uomini dei servizi andarono a trovarlo in cella”. Dopo le “visite” ufficiali del dirigente del Sisde Giorgio Criscuolo ci furono quelle di altri inquietanti personaggi. Nel 1993 lo stesso Cutolo dichiara:  “Dopo il sequestro Cirillo in tanti fecero la fila da me, nel carcere di Ascoli Piceno… e quel Titta dei servizi segreti era disposto in cambio dei miei favori a far eliminare i miei nemici”.

Ma Adalberto Titta non era solo un uomo dei servizi, era molto di più, era a capo dell’Anello, l’organizzazione parallela a Gladio e alla P2. Ma, più in grande, l’Anello si occupava dell’economia parallela del petrolio, che serviva a finanziare le forze politiche più “affidabili” e apertamente anticomuniste. Tra il 1975 e il 1976 l’Anello si dà da fare addirittura per far nascere una nuova Dc, in grado di contrastare l’apertura a sinistra preparata da Aldo Moro: è la breve avventura del Nuovo partito popolare, che divenne poi l’oggetto principale, con riferimenti alle forniture militari alla Libia, di un famoso dossier segreto, chiamato “Mi.Fo.Biali”, un dossier formato dal Sid e finito nelle mani di Mino Pecorelli che ne aveva pubblicato ampi stralci sottolineando episodi di corruzione ed esportazione illegale di valuta da parte degli alti gradi della Guardia di finanza. Adalberto Titta  andò in cella da Cutolo. Trattò la liberazione di Ciro Cirillo e in cella dal boss della Nco portò, oltre a Casillo, anche il generale del Sismi Pietro Musumeci.


Cosa fu promesso a Cutolo per la liberazione di Cirillo?

“Uno sconto di pena, mi pare chiaro. Ci eravamo conosciuti tre mesi prima del sequestro Cirillo. Quando mi chiese di sposarlo mi promise che sarebbe uscito dal carcere nel giro di due anni”. Non si sa se con sconti o evasioni concordate ma di certo Cutolo a casa ci voleva tornare senza rinunciare alla sua dignità. “Da mediatore ma mai da pentito”. I patti, se c’erano, non furono mantenuti. Cutolo fu confinato all’Asinara e la guerra di camorra esplose, come mai prima, sanguinosa e violenta.

Il nome del criminologo Aldo Semerari  così come quello di Raffaele Cutolo compare nelle carte dei processi più inquietanti della storia d’Italia, da Ustica all’omicidio del giudice Amato, dalla strage di Bologna alla Banda della Magliana. Anche nel sequestro Cirillo e nell’omicidio Pecorelli… 

“Di Aldo Semerari so che era molto amico di Raffaele, che voleva aiutarlo… fu ucciso e lasciato a pochi metri dal castello di Ottaviano”.

Cosa sa Raffaele Cutolo dell’omicidio di Mino Pecorelli?

“Raffaele è in 41-bis, con lui non posso parlare di niente. Mai mi ha detto dell’omicidio del giornalista e da 25 anni sono anche l’unica persona che vede, nessuno va a trovarlo in carcere… quando l’ho conosciuto non sapevo chi fosse e ancora oggi non so bene cosa abbia fatto. Mi disse che sarebbe uscito, che avrei dovuto aspettare solo due anni. Che poi sarebbe tornato in libertà. Ma sono 40 anni che aspetto. Di una cosa sono certa, qualsiasi atrocità abbia commesso sta pagando a differenza di altri che sono fuori. Ciro Cirillo è morto in casa sua,  Raffaele Cutolo morirà in carcere. Con i suoi segreti”.

FINE TERZA PUNTATA

 

PRIMA PUNTATA:

Omicidio Pecorelli: ora si faccia quella perizia

 

SECONDA PUNTATA:

“ECCO CHI AVEVA LA PISTOLA CHE UCCISE MINO PECORELLI”

 

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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