“Pecorelli non lo abbiamo ucciso noi”

Giornalista e scrittrice

Scrivi all'autore | Pubblicato il 11 Febbraio 2019
9 minuti

Adriano Tilgher racconta la sua verità sulla morte del giornalista. di Raffaella Fanelli

“Con Vincenzo Vinciguerra ho parlato più volte e di tante cose. Ma non della pistola che uccise Pecorelli”. Prevedibile e scontata la risposta di Adriano Tilgher, fondatore di Avanguardia Nazionale, assolto nel processo per le stragi alla stazione di Bologna e dell’Italicus, accusato in più occasioni di ricostituzione del partito fascista. Estreme Conseguenze lo ha cercato dopo aver scoperto le dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra, neofascista di Ordine Nuovo, sulla pistola che uccise il giornalista Mino Pecorelli. E prima di incontrare nel carcere di Opera lo stesso Vinciguerra che nel verbale di interrogatorio, reso dinanzi al giudice Guido Salvini il 27 marzo del 1992, rivelò di aver saputo proprio da Adriano Tilgher che quella pistola era stata consegnata a Domenico Magnetta (avanguardista poi passato ai Nar, arrestato con Massimo Carminati il 20 aprile del 1981 al valico del Gaggiolo mentre insieme cercavano di fuggire in Svizzera); che era lui a custodirla, anzi ad usarla per ricattare i vertici di Avanguardia Nazionale. “Magnetta non era uomo da custodire pistole di terzi – insiste Tilgher – non era un delinquente comune. Ha consegnato tutte le sue pistole… è stato anche un dissociato e la sua storia, a livello processuale, è conosciuta da tutti i magistrati d’Italia. Non può venire a casa nostra a dirci che abbiamo la pistola usata per uccidere Pecorelli”.

Eppure per la morte del giornalista sono stati accusati e poi prosciolti ex Nar. Anche Massimo Carminati è stato processato e assolto per l’omicidio… quindi, i magistrati, per la morte di Pecorelli, hanno sempre cercato il killer in casa vostra… 

“Tutto è stato attribuito a una certa area politica, anche nell’attentato al Papa hanno cercato di coinvolgere Stefano Delle Chiaie. Ma questo non significa nulla, poi sono i fatti che parlano”.

Ma se un camerata, un amico, le avesse chiesto di custodire un’arma, lei non lo avrebbe fatto?

“Intanto nessuno me lo avrebbe chiesto, per principio. Non si può pensare che l’omicidio di Pecorelli sia da attribuire a livello di manovalanza o di ideazione al nostro mondo”.

Non al suo mondo, Tilgher. Agli ex Nar, forse…

“Il mio mondo comprende anche gente che non sta con me, diciamo il mondo dei fascisti così lo capisce meglio. E con l’omicidio Pecorelli il mondo dei fascisti non ha niente a che fare”.

“Il mio mondo comprende anche gente che non sta con me”, affermazione che ufficialmente contraddice la posizione da sempre assunta dagli estremisti di destra sulla divisione in mondi che, secondo loro, li caratterizzava. Del resto di fusione o dei suoi tentativi forse riusciti si può parlare facendo riferimento alla riunione avvenuta ad Albano Laziale nel settembre del 1975 tra i dirigenti di Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo. Un’unica organizzazione clandestina che seppure non provata nei processi rinsaldò la strategia eversiva che portò poi all’omicidio del giudice Vittorio Occorsio. Una contiguità  che apparve evidente con la scoperta in un covo, in via Sartorio a Roma, di una serie di documenti scritti da Pierluigi Concutelli (comandante militare del movimento Ordine nuovo) e da Stefano Delle Chiaie. Fu proprio qui che Vinciguerra e Adriano Tilgher furono arrestati. Insieme. “Ci conoscevamo bene, certo”. Quindi lei si fidava di Vinciguerra? (pausa) “Cosa c’entra questo”, chiosa piccato l’ex braccio destro di Delle Chiaie.

Noi di Estreme Conseguenze avremmo voluto chiedere delle infiltrazioni di Avanguardia Nazionale in Lotta continua e di chi, da Trento, si recava regolarmente a Roma per informarlo delle decisioni prese dai quadri di LC, ma Tilgher non avrebbe fatto né ammissioni né nomi. D’altronde Adriano Tilgher è lo stesso che negò pure di sapere dell’arsenale di armi  ritrovato negli scantinati dello stabile di via Alessandria, a Roma, dove aveva sede il suo ufficio di assicuratore. Negare, negare sempre. Fino alla morte. E puntare il dito su chi non fa parte del loro mondo:  “Lei dà per certe le dichiarazioni di Vinciguerra, ho prova sulla mia pelle di magistrati che hanno verbalizzato cose fasulle. Non le sfiora neanche il cervello che possa essere tutto una costruzione?”, ci risponde Tilgher. Ma le dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra sono state corroborate negli anni dalle attente indagini del giudice Salvini e di altri magistrati. E poi, va ricordato, che Vinciguerra non è un collaboratore di giustizia. Che mai ha chiesto sconti o benefici. Che sta scontando l’ergastolo senza mai aver opposto appello. Che ha confermato le sue dichiarazioni anche davanti alle telecamere di Estreme Conseguenze. E che, come riportiamo ancora – a memoria di chi dovrà decidere sull’istanza presentata dall’avvocato Walter Biscotti, legale di Rosita Pecorelli, per la riapertura delle indagini – ha affermato: “Domenico Magnetta che avevo personalmente conosciuto a Milano nel 1979 insieme a Stefano Delle Chiaie e a Marco Ballan, stava ricattando i vertici di Avanguardia Nazionale. Mimmo (Domenico Magnetta, ndr) pretendeva di essere scarcerato perché evidentemente conosceva le amicizie dei vertici di Avanguardia con una parte della magistratura, minacciando – se fosse venuto a mancare questo aiuto – di consegnare le armi del gruppo che aveva in deposito. E fra queste armi c’era la pistola che uccise Pecorelli. Questo mi disse Adriano Tilgher e questo verbalizzai al giudice Guido Salvini il 27 marzo del 1992″.  Dopo queste dichiarazioni qualcuno cercò di eliminare Vincenzo Vinciguerra: “Avevano combinato un incontro in un cortile dell’aria di Rebibbia fra me, Carminati e suoi amici, fallito per lo zelo di una guardia…”. Un personaggio scomodo, da eliminare, il cui nome compare anche nell’agenda di Gilberto Cavallini, l’ex Nar che i giudici di Bologna stanno processando con l’accusa di concorso in strage. Un’agenda con la copertina di plastica nera dove sono annotati i nomi di pentiti di estrema destra, di delatori o di persone che avrebbero potuto creare problemi. E per questo da sopprimere come lo stesso Cavallini ha riferito nell’udienza dello scorso 30 gennaio. Accanto a qualche nome era stata disegnata una croce (addirittura due a fianco del nome di Walter Sordi, che il 7 agosto 1981 aveva iniziato a parlare con i magistrati). Ma torniamo all’incontro di Estreme Conseguenze con Vincenzo Vinciguerra. In quattro ore di registrazione video realizzate all’interno del carcere di Opera, il neofascista aggiunge notizie. “I contatti con ambienti giudiziari avvenivano attraverso gli avvocati…  e le conoscenze c’erano, d’altronde Mario Tilgher, il padre di Adriano, era iscritto alla loggia P2 (fascicolo numero 0084 codice E.19.77 passato al Grande Oriente, ndr). Quella pistola avrebbe messo in seria difficoltà i vertici di Avanguardia Nazionale coinvolgendoli in un’inchiesta delicata”. Molto meglio, quindi, per Tilgher, non ricordare. Già nell’84 dichiarò di aver dimenticato i cosiddetti “discorsi di Rebibbia” riferendosi alle accuse di Paolo Bianchi, altro pentito nero, sull’autofinanziamento di Avanguardia Nazionale o sulle affermazioni di Walter Sordi riguardo la sopravvivenza clandestina dell’organizzazione. Ancora oggi, a noi di Estreme Conseguenze, Adriano Tilgher dichiara di aver sciolto gli avanguardisti il 6 giugno del 1976. Insomma, a mentire sono sempre gli altri.

 

 

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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