VENEZIA, BAMBINI DETENUTI SENZA FUTURO

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 13 Febbraio 2019
26 minuti

“Chiudete l’Icam della Giudecca. Le condizioni in cui vivono le detenute con i loro bambini sono in uno stato pietoso. Uno stato di sofferenza generale, senza un pediatra, senza assistenza sanitaria neanche per le detenute affette da HIV ed Epatite C. Ai bambini non viene fornita neppure la merenda”.  Sono solo alcuni passaggi della denuncia di Antonio Nicosia, direttore Osservatorio Diritti Umani, che EstremeConseguenze.it ha raccolto sulle condizioni di vita presso l’Istituto a Custodia Attenuata per Madri di Venezia, all’interno del carcere femminile della Giudecca, dove vivono sette donne con otto bambini di età compresa tra i 4 mesi e i cinque anni. 

Nei prossimi giorni sarà presentata alla Camera un’interrogazione parlamentare (che abbiamo letto) a firma della deputata Giuseppina Occhionero (Leu) non solo sulle pessime condizioni del carcere, ma anche sulle condizioni di vita delle giovani operatrici della Caserma della Polizia Penitenziaria della Giudecca. La Direttrice dell’Istituto smentisce il degrado e si difende. Ma dopo la tragedia di Rebibbia dello scorso settembre quando una madre uccise i suoi due bambini poco è stato fatto per migliorare le condizioni dei minori detenuti. 

Icam: sigla che dovrebbe indicare luoghi di custodia attenuata per madri con i loro figli, un passo avanti – è stato detto più volte –  per luoghi che dovrebbero avere l’aspetto di una casa, più che di un carcere. Vallo a dire a chi ha visitato pochi giorni fa quello della Giudecca, a Venezia, uno dei 5 Icam italiani attivi dall’entrata in vigore della legge nel 2011, che contrariamente a quanto stabilito però, non solo è un reparto all’interno del carcere della Giudecca, ma versa in pessime condizioni per le 7 mamme con 8 bambini da 4 mesi a 5 anni che ci vivono all’interno. Estreme Conseguenze raccoglie la denuncia di Antonello Nicosia, direttore dell’osservatorio internazionale dei diritti umani, che insieme all’Onorevole di Liberi e Uguali Giuseppina Occhionero ha visitato pochi giorni fa la Casa Circondariale Femminile Giudecca a Venezia. “L’Icam di Venezia va chiuso – ci dice Nicosia –  manca tutto quello che dovrebbe garantire uno spazio simile ad una casa, come è previsto dalla legge istituita nel 2011. Le aree trattamentali educative sono inesistenti, mancano pedagogisti, medici specialisti come i pediatri, tanto che spesso i bambini vengono portati al pronto soccorso o vengono visitati dal medico di turno che opera all’interno del carcere solo per un paio di ore al giorno e che ospita altre 64 detenute escluse le semilibere. Non c’è alcun servizio di supporto psicologico, come di assistenza sanitaria generale adeguata e specialistica visto che ci sono solo 5 infermiere dipendenti della cooperativa che opera all’interno e che svolgono il loro lavoro mal pagato con turni di 10 ore. Non c’è assistenza sanitaria neanche per le detenute affette da HIV ed Epatite C che vivono a contatto con il resto della popolazione senza le adeguate misure di protezione”. Secondo la legge gli Icam dovrebbero essere strutturati in modo tale da non ricordare il carcere, ma l’ambiente familiare: il personale di sorveglianza per esempio, dovrebbe lavorare senza divisa (all’Icam della Giudecca l’assistente capo, invece, è entrata nella stanza più volte con la divisa e i bambini passano dalla porta carraia del carcere con l’ovvia sorveglianza di agenti in divisa e armati, del tutto incompatibile con il regime di custodia attenuata) costante dovrebbe essere la presenza di alcuni educatori specializzati che assicurano un’opportunità di formazione alle madri e un sostegno nel rapporto affettivo con i figli. E i bambini dovrebbero poter trascorrere del tempo fuori dall’istituto in compagnia di familiari o di volontari.

“C’è bisogno di un intervento immediato – racconta la parlamentare Giuseppina Occhionero– il disagio sociale all’interno degli istituti di detenzione non è certo una novità, ma l’Icam, all’interno dell’Istituto della Giudecca, registra una sofferenza oltre il livello di guardia, anche per come vengono gestititi gli spazi che ricordano delle camerate e così, anziché evocare ambienti famigliari alimentano il disagio soprattutto dei minori”. Gli spazi personali non mancano soltanto alle detenute. Ma anche al personale in servizio. Ci dice infatti Nicosia: “Abbiamo trovato pessime le condizioni delle Caserma della Polizia Penitenziaria della Giudecca, le giovani operatrici vivono in camerini con 5 letti, condividono un bagno e usano un fornello elettrico posto nel bagno stesso per cucinarsi. Non c’è l’ispettore, non ci sono sovrintendenti e il commissario che fa servizio al carcere di Padova, va alla Giudecca due giorni a settimana. Le giovani allieve si auto gestiscono, lo stesso vale per il Direttore non sempre presente, come in occasione della nostra visita. Noi proponiamo la chiusura dell’Icam che potrebbe diventare la nuova caserma per le operatrici, questo non funziona, è evidente. Gli Icam vanno progettati da pedagogisti e scienziati sociali e realizzati fuori dagli istituti penitenziari”.

Ancora nel 2017 l’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone  dedicato proprio alla Casa di detenzione della Giudecca affrontava le gravi carenze. Si leggeva “Abbiamo riscontrato una gravissima carenza di personale, in generale per quanto riguarda il personale amministrativo, ma soprattutto nello specifico per quanto riguarda l’area educativa dell’ICAM. Oltre al fatto che uno dei due educatori è infatti ancora in formazione, abbiamo rilevato con sconcerto che per i bambini reclusi con le madri non è prevista alcuna attività educativa strutturata: i bambini infatti quando vanno a scuola restano con le madri nelle camere a guardare la TV oppure a giocare nelle due stanze dedicate al gioco, ma senza alcun sostegno esterno. Inoltre ci è stato comunicato che l’assenza di un servizio psicologico rivolto alle madri è particolarmente negativa, soprattutto per quanto riguarda il momento di allontanamento tra madre e figli, obbligati a lasciare l’istituto entro i sei anni. Infatti, nessun accompagnamento e preparazione psicologica sia della madre che dei figli, che si apprestano ad essere separati all’improvviso con tutte le difficoltà che conseguono al fatto che poi le madri vengono ricollocate nelle sezioni comuni. Colpisce anche il fatto che nell’area comune siano previste moltissime attività e interventi di associazioni e cooperative esterne, mentre nell’area ICAM siano del tutto assenti”. E ancora “Altissimo turnover delle operatrici e operatori. Appare alto il numero di richieste di trasferimento in seguito all’assegnazione in istituto, poichè considerato “scomodo” dal punto di vista della localizzazione geografica, sia per i prezzi di affitti e costo della vita a Venezia, sia per trasporti – a dire della direttrice-, ci sono tanti pensionamenti e nessun ricambio, tanto da essere considerata sede “disagiata” . Su questo risale a giugnol’allarme dei sindacati sulla carenza di personale al carcere della Giudecca.

Gianpietro Pegoraro, coordinatore regionale della Fp-Cgil penitenziari del Veneto, spiega ad Estreme Conseguenze perché il reparto detentivo e l’Icam della Giudecca sono oggi da chiudere e spostare. “La Giudecca non solo va chiusa, ma va individuato un nuovo reparto detentivo perché quello è un edificio orami davvero obsoleto e inadeguato. La situazione igienica è pessima, quando c’è l’acqua alta detenute e personale di servizio sono costrette a vivere a contatto con i topi, ma i problemi sono strutturali e le richieste di trasferimento per quanto riguarda il personale che riceviamo sono continue, c’è un profondo senso di sconforto e abbandono alimentato dalle difficoltà intrinseche all’isola che ospita il carcere. La Caserma è all’interno del carcere e questo non aiuta. Le cadette cucinano dove si lavano, le camerate vengono spostate di continuo per dare spazio agli archivi e in questo modo il personale non ha un posto fisso, né spazi di privacy. Le risorse sono risicate e questo incide su come vengono gestiti i servizi ordinari all’interno della struttura penitenziaria. La struttura va avanti grazie al sacrificio delle agenti che non hanno più una vita privata e che quando hanno la possibilità di uscire per svagarsi un po’ devono far fronte alle difficoltà di spostamento e di orario dei traghetti, mancano le minime condizioni di benessere, il personale è più incentivato ad andarsene che a restare, perché non viene offerto nulla che possa contribuire ad una maggiore integrazione e serenità. Sole, vengono lasciate sole e non hanno le minime garanzie che consentono alla polizia penitenziaria di svolgere al meglio il lavoro all’interno. Serve più attenzione alla dignità di queste lavoratrici”.

A questo generale quadro di totale assenza di minimi comfort e privacy, e di carenza di condizioni igienico sanitarie, si unisce anche il dato sulle ore di lavoro, con turni pari a 10 ore, che le operatrici devono osservare. Per quanto riguarda l’Icam, la struttura ospita attualmente 7 madri straniere, rom di origine croata, dai 22 ai 25 anni, con 8 bambini; un bambino autistico di anni 5 e mesi 4; un bambino di 8 mesi; una bambina di 2 mesi; una bambina di 4 mesi; un bambino di 4 anni; un bambino di 5 anni; una bambina di 8 mesi e una bambina di anni 1 e mesi 2, ma secondo la direttrice del Carcere femminile Antonella Reale è un fiore all’occhiello. Reale, che proprio ieri ha ricevuto un’ispezione del DAP, smentisce le accuse, invitandoci a verificare di persona la situazione e precisa (allegando delle foto) ad Estreme Conseguenze: “Non mi risultano carenze di alcun tipo all’Icam. L’ultima ispezione è avvenuta alla fine di dicembre e non sono stati segnalate criticità. Attualmente ci sono pochissime donne, tutte Rom e occupano un appartamento ciascuna con spazi individuali adatti a loro e ai bambini molto piccoli, anche di due mesi. Sono anni che l’Icam è occupato da Rom o da straniere che non hanno riferimenti sul territorio. Tra poco due bambini usciranno con le loro madri. C’è una copertura sanitaria 24ore su 24 e il pediatra di riferimento visita regolarmente, anche più di una volta al mese, ma ovviamente solo se è strettamente necessario. C’è sempre un medico o un infermiere. In generale, credo che la nostra sia un’assistenza sanitaria di eccellenza, che nasce da un’ottima collaborazione con la Asl veneziana. Il problema è istruire le madri, giovanissime ragazze che si trovano ad avere 4 o 5 figli e quindi vanno seguite nella quasi totalità di giovanissima età e con pochissimi strumenti culturali per un accudimento ottimale dei figli. I pasti per i bambini sono preparati all’interno dell’ICAM a cura delle mamme appunto nella cucina che hanno a disposizione. Abbiamo un’educatrice che tra poco andrà in pensione, stiamo chiedendo i fondi per averne un’altra. C’è poi tutto il volontariato che segue queste giovani donne nel loro percorso di recupero. Siamo soggetti a visite e ispezioni ogni sei mesi, e ribadisco che non ci sono problemi di alcun tipo. Sul fronte delle cadette che lavorano nel Carcere, è vero nessuna vuole rimanere, ma perché oggi il personale non è più esclusivamente veneto, qui lavorano tutte ragazze laureate, molte provengono dalla Campania e Venezia non è una sede gradita, e quindi queste giovani hanno come obbiettivo il ritorno nelle zone di origine, vista la ben nota difficoltà di ambientamento in una città non facile come quella lagunare (costi proibitivi degli affitti che costringono a cercare casa in terraferma o il doversi adattare agli spostamenti solo con i mezzi pubblici ecc.).. L’Istituto di Venezia è per questo inserito insieme ad altri 5 o 6 istituti di altre regioni  fra le sedi a livello nazionale denominate disagiate. Per questo chi vi presta servizio acquisisce punteggi maggiori all’atto delle richieste di trasferimento che possono essere inviate con cadenza annuale. Il nostro è un istituto modello, ma difficile perché si trova in un luogo che ha molte complessità intrinseche”.

Queste le foto che ci sono state inviate dalla direttrice

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Sul fatto che gli Icam siano davvero la soluzione più adatta rispetto a case famiglia protette, anche a fronte del basso numero di occupanti ci dice qualcosa Mauro Palma, Garante Nazionale dei Detenuti “Le vulnerabilità nell’Icam della Giudecca sono legate alla sua collocazione, stando all’interno del penitenziario assomiglia infatti troppo ad un carcere, e questo è un fatto che ho sempre contestato, perché anche se il personale è in borghese e l’ambiente appare più o meno accogliente, i bambini si trovano comunque in un regime ristretto. La distinzione più importante tra l’Icam e la casa protetta è proprio il fatto che la prima è una sorta di forma detentiva, mentre la seconda è una misura alternativa al carcere, destinata maggiormente alle donne che non hanno un luogo dove poter scontare una pena agli arresti domiciliari. Sono d’accordo sul fatto che la detenzione alla Giudecca andrebbe comunque ripensata: lì sono nati modelli di recupero importanti, sono nate esperienze replicabili altrove, dovrebbe quindi essere sostenuto e valorizzato, in particolare per quanto riguarda le detenzioni lunghe a dispetto di pene brevi che potrebbero essere fronteggiate in altro modo.

Che gli Icam siano una soluzione intermedia, e non rispondano al bisogno fondamentale di un bambino di crescere in un ambiente familiare, con le stesse opportunità di crescita dei coetanei è in qualche avvalorato anche da una sentenza della Corte Costituzionale n. 239 del 22 ottobre 2014, che, richiamandosi anche alla Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989, ha dichiarato l’illegittimità della preclusione al regime domiciliare per madri condannate a reati gravi, ribadendo con forza che, se è vero che l’interesse del minore a godere delle cure materne in modo continuativo non è un diritto assoluto, esso comunque va bilanciato con l’esigenza di protezione della società dal crimine, attraverso una verifica concreta caso per caso.  L’accesso delle donne con figli alle misure cautelari alternative, come la detenzione speciale domiciliare, è applicabile solo se le donne hanno un domicilio e per questo non possono usufruirne quelle senza fissa dimora. Per loro la casa famiglia è l’unica soluzione possibile, ma da quando nel 2011 la legge ha introdotto le Case famiglia protette, nessun governo ha previsto lo stanziamento di fondi per la loro realizzazione, per cui quelle che sono disponibili attualmente sono tutte opere di carità privata. Ancora a settembre 2017 l’associazione Possibile (area PD) ha calcolato che sul territorio nazionale basterebbero 6 strutture, da sei nuclei ciascuna, per risolvere il problema ed ha avanzato una proposta di legge per destinare per la gestione delle 6 strutture 900mila euro l’anno prelevandoli dalle ingenti risorse del Fondo unico giustizia (FUG). I vari ministri della giustizia che si sono succeduti dal 2011 hanno fatto promesse, ma nessuno ha stanziato fondi. Nel 2009 Angelino Alfano dichiarò: «Un bambino non può stare in cella». Poi parlò Paola Severino: «In un paese moderno è necessario offrire ai bambini, figli di detenute, un luogo dignitoso di crescita che non ne faccia dei reclusi senza esserlo». L’anno dopo, Maria Cancellieri garantì: «Stiamo lavorando perché vogliamo far sì che non ci siano mai più bambini in carcere». L’ultimo ministro ad esprimersi sul tema fu Andrea Orlando: «Entro la fine dell’anno nessun bambino sarà più detenuto. Sarà la fine di questa vergogna contro il senso di umanità». Anche il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che all’indomani della tragedia di Rebibbia, nella quale una donna scaraventò e uccise gettandoli dalle scale i suoi due bambini, aveva dichiarato: “Farò ampliare numero delle strutture a custodia attenuata per le madri, i cosiddetti “Icam”, prevedendone almeno una per regione”. Era il 19 settembre 2018. Dopo di allora non se ne è più parlato.

 

Qui il progetto pilota di empowerment per donne detenute “Women In Transition – WIT” che si colloca in continuità con una ricerca fra le donne detenute condotta nel 2013. Quella ricerca centrava sulla differenza femminile, come osservatorio per leggere la realtà del carcere e proporre azioni di trasformazione (valide per donne e per uomini). Focalizzare la differenza femminile significa innanzitutto non fermarsi alla rappresentazione unilaterale della debolezza/fragilità femminile, ma vedere anche l’aspetto della forza, ossia delle risorse che la soggettività femminile è in grado di mettere in campo

Qui sulla mancanza di fondi alle case famiglia protette rispetto agli Icam

I DATI SULLE DETENUTE MADRI IN ITALIA

Secondo i dati forniti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, le detenute madri con figli al seguito presenti nelle carceri italiane al 31 agosto 2018 erano 52, con 62 bambini (33 italiani e 29 stranieri).  Il 21 marzo 2014 è stata firmata, per la prima volta in Europa, la Carta dei figli dei genitori detenuti che «riconosce formalmente il diritto di questi minorenni alla continuità del proprio legame affettivo con il genitore detenuto e, al contempo, ribadisce il diritto del medesimo alla genitorialità». La Carta, il cui rinnovo risale al 6 settembre 2016, è un documento unico in Europa che impegna il sistema penitenziario del nostro Paese a confrontarsi con la presenza quotidiana del bambino in carcere, se pure periodica, e con il peso che la detenzione del proprio genitore comporta. Soprattutto, il documento istituisce un Tavolo permanente (Art. 9) composto dai rappresentanti del Ministero della Giustizia, dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale e dell’Associazione Bambinisenzasbarre Onlus, trimestralmente convocato dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, promuovendo la cooperazione tra i soggetti istituzionali e non e favorendo lo scambio delle buone prassi a livello nazionale e internazionale. Il Protocollo renderebbe i bambini che entrano in carcere visibili, tutelando il loro diritto a mantenere un legame affettivo con il genitore detenuto e cercando di superare le barriere legate al pregiudizio e alla discriminazione all’interno della società. La questione centrale del Protocollo è quella di mettere in evidenza “la priorità del benessere del bambino” (art. 3 della Convenzione Onu).

I reati per cui le donne finiscono maggiormente in carcere sono quelli contro il patrimonio, contro la persona e in materia di stupefacenti, seguiti da quelli contro l’amministrazione della giustizia, la fede pubblica e la pubblica amministrazione. Su 7.106 detenuti al 31 dicembre 2017 per associazione di stampo mafioso (art. 416 bis c.p.) 134 erano donne. Su 97 donne detenute per reati di prostituzione, 86 erano straniere.

Alla Giudecca ci sono 78 donne, il carcere ne può accogliere poco più di un centinaio: 42 sono italiane, 36 straniere di 14 nazionalità differenti. Tra tutte e 78, 57 (cioè il 73 per cento) ha condanne definitive e, in forte controtendenza con la media nazionale, quasi tutte lavorano. Le due o tre che non lo fanno hanno problemi di salute. Ci sono i lavori interni gestiti dall’amministrazione, i lavori di manutenzione ordinaria e poi ci sono una lavanderia, una sartoria, un laboratorio di cosmetica e un posto speciale, che in molti (giornalisti, fotografi, registi) vengono a visitare: l’orto.

Spesso le donne incinte o madri nelle carceri italiane sono sinte o rom, sono giovanissime e consapevoli che con l’attuale legislazione in breve tempo saranno messe in libertà: la legge è stata pensata per tutelare i minori, ma si può ritorcere sulle madri che spesso sono spinte dai mariti e dalla “tradizione” a delinquere, a fare figli e poi a delinquere ancora, accumulando insieme condanne e bambini. Ci sono donne di 35 anni con 25 anni da scontare e 8 figli che spesso non hanno avuto tempo di crescere. In un documento fatto dalle donne rom e sinte della Giudecca in occasione degli Stati Generali del ministero della Giustizia c’è scritto che nei loro confronti «non c’è nessuna prevenzione, nessuna tutela, nessuna assistenza». E parlano di una specie di «alleanza» tra magistrati e mariti: i primi rispettano la legge, i secondi la usano. In entrambi i casi, loro sono le vittime: «Consapevoli ma senza strumenti economici, sociali o culturali per ribellarsi».

 

 

 

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Mattea Guantieri, 40 anni, è entrata nella squadra di Estreme Conseguenze dopo aver coordinato testate di promozione per il Veneto. Ha collaborato al restyling del mensile di cucina A Tavola, dirigendolo per circa 18 mesi. Dopo aver collaborato con Nordesteuropa, e altre testate locali, si è dedicata alla progettazione di format editoriali per il web.

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