LIBERATE PINO LO PORTO, ITALIANO INNOCENTE

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 20 Febbraio 2019
18 minuti

L’assurda vicenda di un cittadino italiano Giuseppe Lo Porto, 86 anni, finito negli ingranaggi di un meccanismo giuridico infernale, estradato in due settimane negli Stati Uniti, dopo il suo arresto, eseguito il 7 maggio 2012 dai carabinieri di Pieve di Cadore, in esecuzione di un decreto di estradizione mai notificato. Il giorno precedente, Lo Porto, da cittadino italiano, aveva persino votato per le elezioni comunali di San Vito di Cadore. Oggi è in un carcere dell’Alabama e sconta da innocente tre ergastoli. Vittima di un processo ingiusto e di malagiustizia. Un caso isolato?

No. In Italia la media di vittime di ingiusta detenzione è 1003, come testimoniano i dati presentati dall’Unione delle Camere Penali a Padova in occasione dell’anno giudiziario aperto con un convegno dedicato proprio all’errore giudiziario. Solo in Veneto sono 22 i casi registrati di ingiusta detenzione nel 2018.

C’è un ex imprenditore italiano, a servizio degli Stati Uniti anche come interprete, nonché autore di un libro denuncia sul sistema di giustizia americano, che vive uno dei casi di malagiustizia più controversi. Si chiama Pino Lo Porto, ha 86 anni ed è gravemente cardiopatico, dal 1996 è protagonista di una vicenda processuale che definire kafkiana è riduttivo. Alla base un’accusa di stupro mai dimostrata che lo ha portato da cittadino italiano ad essere estradato negli Stati Uniti e condannato a tre ergastoli che sconta oggi, sempre da cittadino italiano estradato negli Stati Uniti,  in un carcere dell’Alabama, comunicando con la nipote che vive in Canada solo attraverso la posta ordinaria. Lo Porto si è sempre dichiarato innocente rispetto alle accuse mosse dalla ex moglie che ha tentato, riuscendoci, ad accedere con il divorzio al suo patrimonio economico. L’avvocato Luciano Faraon che segue la vicenda dall’inizio ci racconta e documenta questo caso, dopo aver depositato lo scorso 7 febbraio un nuovo appello urgente al Consiglio di Stato, che raccoglie anche la lettera in cui Lo Porto chiede l’intervento del Presidente Trump. Intanto anche il Tar del Lazio ha condannato il Ministero della Giustizia a pagare le spese di lite, ma questi (che conosce la vicenda fin dagli albori per i numerosi appelli che negli anni sono stati fatti) non ottempera alla richiesta, pretendendo una procura ad hoc sottoscritta da Lo Porto. Procura che nei tempi della posta ordinaria e nelle difficoltà di un uomo anziano, malato, e oggi praticamente al lastrico, è arrivata da qualche giorno.

“Chissà che ora – ci racconta Faraon – il Ministero non si occupi davvero di questo caso, riportando in Italia Lo Porto e riconoscendoli la possibilità di vivere almeno un giorno da uomo libero.  Oggi è in carcere a causa di un abuso delle norme sull’estradizione con la complicità del nostro sistema giudiziario. La realtà storica dei fatti è che ci sono stati errori in diritto amministrativo e omissioni di atti dovuti, in cui non solo l’accusa di violenza nell’unica perizia fatta alla figlia minore mette in evidenza che non c’è stata alcuna violenza, ma dagli atti dei numerosi processi subiti da Lo Porto risulta evidente che il tutto è stato organizzato dalla ex moglie in sede di divorzio che, in questo modo, si è appropriata del valore, all’epoca dei fatti, di oltre un milione di dollari. Non solo questo è un caso di gravissima malagiustizia, ma su di esso pesa il terribile sospetto che sulla sua vicenda ci sia una questione politica più grande”.

Ma partiamo dall’inizio.

Giuseppe Lo Porto è nato in Libia, nel 1933 diventa cittadino italiano con residenza a Pieve di Cadore,  se ne va negli Stati Uniti per consegnarsi al sogno americano, che in effetti si avvera al punto da farlo diventare un facoltoso imprenditore con cittadinanza statunitense dopo aver sposato una signora americana già divorziata con due figli, che Lo Porto adotta. Rinuncia alla cittadinanza italiana, poiché solo più tardi sarebbe intervenuta la normativa sulla doppia cittadinanza.

“Quando il suo patrimonio raggiunse un livello considerevole – ci spiega Faraon – la moglie chiede il divorzio e denuncia al contempo abusi sessuali nei confronti della figlia minore. Non gli è stato possibile fare una perizia suppletiva di parte, quindi Lo Porto finisce in carcere per poi ottenere la libertà su cauzione. Nel frattempo, anche a causa del divorzio, la sua società che aveva garantito la cauzione, fallisce. Lo Porto decide di tornare in Italia. E qui inizia la sua odissea giudiziaria. Perché scrive un libro denuncia in cui racconta ciò che gli è successo, documentatamente critico sulle crudeli ingiustizie del sistema legale statunitense”.

E forse è questo il primo vero “errore” imputabile a Lo Porto, perché quel libro “L’altra faccia dell’America, Una storia vera”, viene letto dal Procuratore della contea di Baldwin, David Whetstone, che riprende in mano le carte e ribadisce i 28 capi di accusa contro Lo Porto, e lavora per la sua estradizione. Giuseppe Lo Porto cerca rifugio in Olanda. La richiesta di estradizione dagli Stati Uniti lo raggiunge nei Paesi Bassi, dove viene imprigionato e sottoposto a giudizio per l’estradizione. “Sorpresa – ci racconta Faraon – il tribunale olandese di MIDDELBURG, respinge duramente l’estradizione perché infondata e tra le motivazioni in sentenza dei magistrati olandesi, guarda caso, c’è la non sussistenza di prove a sostegno o a conferma di quanto sostenuto dalla minore con l’aggravio di non aver rispettato le regole di garanzia nella audizione di minori nei casi di reati di violenza sessuale e nonostante fosse data espressamente la possibilità, non è stato allegato alla richiesta dì estradizione alcun altro materiale probatorio integrativo che non sia riconducibile ad una fonte diversa da Kathrin (la figlia minore adottata da Lo Porto)”.

Dalle carte emerge anche che sulla vicenda della violenza, l’ex moglie avrebbe avuto una certa connivenza di rapporti con i magistrati giudicanti, “ma  – dice Faraon – tutta la ricusazione sulla cosa non è stata accolta”.

Lo Porto, nel frattempo, torna libero, ma solo per poco. Siamo alla fine di agosto 2011 e, a causa delle sue gravi e peggiorate condizioni di salute, Lo Porto viene ricoverato presso l’Ospedale di Mirano (Venezia), e decide per ovvie ragioni di riottenere cittadinanza italiana. La riottiene con decorrenza dal 12 maggio 2006.

“Non sono mai stato antimericano – scrive Lo Porto nel suo libro– sono solo una persona informata e scrivo questo libro documento per raccontare le discrasie di quella che credevo essere una grande democrazia”.

“Il 7 maggio 2012 i Carabinieri di Pieve di Cadore hanno eseguito il decreto R. EP 584 2005 SR del 26.6.2006, arrestando Giuseppe Lo Porto e conducendolo nel carcere di Belluno, pur avendo piena cognizione che tale decreto restrittivo era stato emanato quando Giuseppe Lo Porto era cittadino italiano. Non solo – prosegue Faraon – gli errori avvenuti in sede penale hanno determinato l’ingiusta carcerazione di Lo Porto come cittadino italiano sul falso presupposto che egli fosse cittadino statunitense, tanto che l’Fbi usa un passaporto Usa con scadenza tre giorni intestato all’estradando nonostante lo stesso non fosse più cittadino americano,  come dicono tutti gli atti depositati. Ulteriore paradosso per la dignità della nostra giustizia: la Corte d’Appello di Venezia, con sentenza n. 15/2005 ha concesso l’estradizione del sig. Giuseppe Lo Porto, giudicandolo come cittadino americano e non come cittadino italiano. Sicché io presento istanza di riconoscimento dello status di rifugiato alla Questura di Venezia – Marghera, che però si rifiuta di ricevere il documento “perché loro sono competenti solo per gli stranieri”.

Qui un passaggio del corposo fascicolo su Lo Porto, in cui si mette in evidenza come sia stato processato preventivamente per Bail Jumping, un reato che non esiste nel nostro ordinamento giuridico, violando così il principio di specialità che regola le norme sull’estradizione.

 

Chiediamo a Faraon, se a suo dire ci sono state pressioni sul governo italiano?

“Se cambiamo pro forma il termine “pressioni” in scambi diplomatici tra i due governi la risposta non può non essere affermativa. L’Italia si è messa in ginocchio di fronte alla richiesta di estradizione e i funzionari hanno operato contro gli interessi di Lo Porto e miei che lo difendo, dandoci false informazioni per impedire di attuare le idonee azioni a difesa di questo che è un uomo innocente. Lo Porto è stato estradato in due settimane dalla richiesta di Washington, vi sembra possibile? Gli Stati Uniti esigono ed ottengono quasi sempre estradizioni da governi subalterni e respingono o addirittura ignorano le richieste di estradizione di questi stessi governi soprattutto se i casi sono clamorosi e se l’osservanza dei trattati potrebbe apparire come un cedimento della più grande potenza mondiale”. Su questo si veda quanto accaduto con il caso Amanda Knox, qui alcune riflessioni.

In un chiaro passaggio delle carte che abbiamo sulla vicenda l’avvocato Faraon accusa, tra gli altri, il funzionario ministeriale Eugenio Selvaggi, che, scrive l’avvocato “non solo ha falsamente dichiarato di non essere più responsabile del procedimento (lo era all’epoca dei fatti), ma anche di presa di posizione omissiva e di intralcio alla difesa affermando, per esempio, poco prima dell’estradizione, che non era in corso alcuna estradizione. Non solo, negli atti del processo Usa è stato accertato che la taglia di 5000 dollari è stata pagata al dottor Selvaggi. Nulla è stato fatto dalla procura per accertare se questa circostanza corrispondesse al vero!”.

 

 

In un memoriale di qualche tempo fa Lo Porto scriveva “Mi ero reso conto che la sentenza era già stata decisa e che il processo sarebbe stato solo una farsa per dare una qualche parvenza di legalità a tutte le illegalità da me subite. Non perché la procura avesse delle prove schiaccianti, ma per la forte influenza politica della mia ex moglie, la mia condanna sarebbe stata un bel trofeo da mostrare in campagna elettorale nel novembre successivo, per la rielezione sia dei giudici che dei procuratori, con l’aggravante che ero nato in Libia e da genitori siciliani”.  

Dal Canada la nipote Nadia Bellini ci dice “Mio zio è innocente. In carcere ha avuto tanti brutti pensieri, ma grazie all’immenso amore che prova nei confronti delle sue nipotine ( io e mia sorella) gemelle, con forza prova ad andare avanti e sogna ancora di poter un giorno abbracciarci. Lo chiamo il mio principe Eroe e io per lui mi dice sempre che sono la sua colonna vertebrale e linfa vitale. Cerco di aiutarlo nel mio piccolo come posso, mandandogli soldi, stampare documenti che gli servono, fare alcune ricerche su alcuni indirizzi , mettermi in contatto con il suo avvocato, scrivendogli lettere di speranza, conforto ,forza e coraggio. Non ho mai avuto il coraggio di andarlo a visitare perché mi si spezzerebbe il cuore vederlo in quelle condizioni. E lui altrettanto. Troppo dolore per entrambi. Spero che questo martirio un giorno possa finire con l’aiuto di tante persone messe insieme e vincere la battaglia della sua vita”.

Sulla storia di Lo Porto ha scritto molto il giornalista Piero la Porta, che negli anni ha fatto appelli e su La Verità ha denunciato a dicembre le condizioni di questo cittadino italiano, vittima d’una extraordinary rendition negli USA.

Qui un appello della nipote e qui una datata, l’ultima a nostra conoscenza, interrogazione parlamentare sul caso

Qui la CORRISPONDENZA TRA TARE MINISTERO

 

IL PRESIDENTE DELL’UNIONE DELLE CAMERE PENALI, GIANDOMENICO CAIAZZA

“Ingiuste detenzioni e processi troppo lunghi: queste sono le anomalie del nostro sistema giudiziario a cui bisogna far fronte. Bisogna avere un’idea laica della pena”

“Al 30 settembre 2018 risultano pendenti in Italia sui Tribunali nella fase dibattimentale, quasi 600mila procedimenti monocratici e 27mila procedimenti collegiali. Il dato è stato spiegato dal presidente del tribunale di Torino, Massimo Terzi, ed è un dato grave e scioccante, perché significa che ogni anno abbiamo almeno 150 mila indagati poi imputati che attendono almeno 4 anni dalla notizia di reato per essere assolti (assolti non prescritti) all’esito del primo grado (il 45% quindi); 1.500.000 ogni 10 anni. Dall’entrata in vigore oramai trent’anni fa del codice di procedura penale abbiamo processato ed assolto in primo grado mediamente dopo 4,5 anni quasi 5 milioni di imputati. Sono numeri pesanti, ma non solo. Sono numeri che non possono lasciarci indifferenti e che ci devono far riflettere su quanto il nostro sistema giudiziario sia incapace di dare una risposta rapida alla legittima domanda di giustizia. La facilità con la quale si applicano misure cautelari è oggi inaccettabile. C’è un abuso della misura cautelare come anticipazione della pena rispetto al giudizio definitivo, in una generale cultura giuridica e giudiziaria che non considera il sacrificio della libertà personale con il rigore con la quale andrebbe considerata. Il processo ingiusto è anche quello che dura un tempo irragionevole, ma anche su questo qualunque ragionamento serio passa attraverso un forte potenziamento dei riti alternativi, al dibattimento devono arrivare cioè un numero molto più basso di processi. Bisogna incrementare la soluzione negoziale dei processi, bisogna avere un’idea laica della pena, che dovrà essere immediata, ma inferiore rispetto a quanto accade oggi. In questo momento stiamo lavorando in accordo su questo con l’Associazione Nazionale Magistrati che sanno che i temi veri sono questi: potenziamento del rito abbreviato e radicale ripensamento dell’udienza preliminare che così come è oggi non funziona. C’è un 97% di rinvii a giudizio, non è possibile. Dobbiamo riconcepire questa idea, in un paese come il nostro ad azione penale obbligatoria e dove i processi durano tre volte tanto la media europea”.

E sulla prescrizione Caiazza aggiunge “Si considera la prescrizione una patologia, ma è la durata del processo ad essere patologica, dire che la prescrizione limita la giustizia è una falsificazione della realtà, essa al contrario rappresenta il diritto di ciascuno di non essere oggetto di un processo penale sine die”.

 

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Mattea Guantieri, 40 anni, è entrata nella squadra di Estreme Conseguenze dopo aver coordinato testate di promozione per il Veneto. Ha collaborato al restyling del mensile di cucina A Tavola, dirigendolo per circa 18 mesi. Dopo aver collaborato con Nordesteuropa, e altre testate locali, si è dedicata alla progettazione di format editoriali per il web.

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