“Antonio Chichiarelli, il falsario, sapeva dell’omicidio Pecorelli. Fu lui a telefonare al procuratore Giovanni De Matteo e ad indicare Licio Gelli come mandante del delitto”. Il generale dei carabinieri Antonio Cornacchia, uno dei primi a raggiungere via Orazio, la sera del 20 marzo del 1979, quando fu ucciso Mino Pecorelli, parla della telefonata anonima arrivata, 48 ore dopo l’omicidio del giornalista, al procuratore capo di Roma, e dichiara che a farla fu Tony Chichiarelli.

Ma ne è sicuro? “Me lo disse lui stesso”, rivela il generale.

Una telefonata anonima che indicava come mandante tal Lucio Gelli: “Confuse intenzionalmente Lucio con Licio, a Chichiarelli piaceva giocare. Amava il rischio. Stai attento – gli dissi – tu sai troppe cose“. Per questo, il falsario fu ucciso. E la sua morte, così come quella del giornalista Pecorelli, è rimasta senza colpevoli. “Mi lasciò perplesso la decisione di non effettuare l’autopsia sul corpo di Chichiarelli. Avrebbero dovuto richiederla”.

Antonio Giuseppe Chichiarelli, detto Tony, era un genio nel riprodurre le opere dei grandi artisti ed era altrettanto abile nel falsificare documenti. Era vicino alla banda della Magliana e a Danilo Abbruciati, in particolare. Fu lui l’estensore del famoso e falso comunicato numero 7 attribuito alle Brigate Rosse, quello in cui si annunciava – quando era ancora vivo –  la morte di Aldo Moro e la sua sepoltura presso il Lago della Duchessa. Una sceneggiata organizzata dai servizi segreti su suggerimento dell’unità di crisi capitanata da Francesco Cossiga, circondato dal consigliere Claudio Vitalone e da Steve Pieczenik, uomo di fiducia di Henry Kissinger. Del “comitato di esperti” faceva parte anche Franco Ferracuti, tessera numero 849 della P2, psichiatra legato al Sisde e alla Cia.

“Fu sempre Tony Chichiarelli – continua il generale Cornacchia –  a farmi recapitare il borsello con le schede dattiloscritte sull’omicidio del giornalista. Sapeva che ero io ad occuparmi delle indagini”. Era il 10 aprile del 1979 quando il falsario abbandonò su un taxi un borsello con indizi che riportavano al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro e al delitto Pecorelli. Materiale che fu ritrovato da turisti americani e consegnato ai carabinieri. Il generale Cornacchia afferma che quel borsello era destinato a lui. Eppure Antonio Chichiarelli non fu mai formalmente interrogato. Lo uccisero il 28 settembre 1984. Secondo il magistrato Francesco Monastero che seguì le indagini, il significato dell’operazione del borsello va spiegata con la precisa volontà del falsario di far luce sulla morte del giornalista Mino Pecorelli, di cui conosceva molti particolari e dal quale era rimasto particolarmente colpito.

Chichiarelli, con una telefonata anonima, indicò Licio Gelli come mandante dell’omicidio. Il 29 marzo del 1979, quindi dopo pochi giorni di indagini, lei oltre ad individuarlo concluse la sua breve nota affermando che “nei confronti di tale Licio (e non Lucio) Gelli, nessuna controindicazione, almeno per il momento,  era emersa”. Lei era iscritto alla P2?

“Sono stato iscritto da qualcuno. Avevo fatto una perquisizione a Gelli, probabilmente prese i miei dati”.

Indagò sulla morte di Mino Pecorelli?

“Coordinai le prime indagini, fino al settembre del 1979. Dopo l’omicidio del collega Antonio Varisco, mi trasferirono. Quando andai a perquisire l’abitazione, la notte stessa del delitto, trovai un’agenda con numeri telefonici importanti, di ministri degli interni, della difesa… ecco perché Pecorelli sapeva, anticipava”. Furono rinvenute anche parecchie annotazioni relative al cardinale Marcinkus, ed in particolare un faldone vuoto su cui erano apposte due targhette bianche contenenti le annotazioni manoscritte “1978” e “Marcinkus”.

Ma torniamo ai ricordi del generale Cornacchia: “Il giorno stesso o in quello precedente l’agguato, Pecorelli presentò una denuncia verbale sull’assurdo sequestro del figlio di un dirigente dell’Italgas”. E’ evidente però che l’omicidio del giornalista fu premeditato e preparato a lungo. Il suo killer conosceva abitudini e orari. Lo stesso colonnello Antonio Varisco tracciò l’identikit di una persona sospetta vista più volte in via Tacito, sede della redazione di Op, ed è lo stesso Antonio Cornacchia  a riferirlo, durante la nostra intervista: “Il collega raggiungeva spesso Pecorelli in via Tacito anche perché aveva una relazione con una dipendente del giornale. Mi descrisse un uomo dalla carnagione olivastra… non tanto alto. Durante il processo al nuovo carcere di Perugia  accennai a questo identikit ma nessuno lo rintracciò, né la parte civile né la procura”.

Lei aveva annotato che fonte di quell’identikit era Varisco?

“Ovvio, lo scrissi chiaramente nel verbale”.

Nel fascicolo Pecorelli, fra informative e intercettazioni, a firma di Antonio Varisco, troviamo solo la segnalazione di una telefonata anonima che suggeriva al colonnello di indagare su un tal Carmelo Piromalli di professione giornalista e abitante in zona Trionfale. Un tale rimasto sconosciuto o forse mai esistito. Si scoprì invece che l’utenza dell’ambiguo suggeritore era in uso al reparto Carabinieri presso il tribunale. La telefonata arrivata al colonnello da un “anonimo istituzionale” servì a rallentare, o forse a depistare, le indagini. Nel fascicolo risulta esserci un solo identikit realizzato il 21 marzo del 1979, un giorno dopo il delitto, su  indicazioni di un testimone che chiese di poter mantenere l’anonimato. Al capitano dei carabinieri Antonino Tomaselli, il teste disse di aver notato “verso le 16 del 20 marzo 1979, aggirarsi in modo sospetto, nei pressi di via Tacito – dove ha sede la redazione di Op – e in via Orazio – dove il giornalista aveva parcheggiato la sua auto. Un uomo sui 38 anni, con viso dai tratti marcati e  corporatura robusta, muscolosa… Quell’uomo dava l’impressione di controllare l’uscita dell’ufficio di Pecorelli”.

Un identikit perso e un altro dimenticato. Volti tracciati da esperti disegnatori che potrebbero riprodurre lo stesso uomo o due uomini diversi. I due disegni sono stati mostrati a Franco Santini? “Non so dirglielo…Santini non l’ho mai incontrato”.

Abitava a pochi metri dalla redazione di Op, Franco Santini, e quella sera stava rientrando a casa quando vide un’auto ferma, a luci spente, all’incrocio con via Orazio: “Aveva il parabrezza scheggiato tanto che ho pensato avesse subito un incidente, ma per terra non c’erano vetri. All’interno vidi tre persone, due sul sedile posteriore e un’altra al posto di guida. Era un uomo, portava un paio di occhiali scuri e aveva il braccio sinistro poggiato sul vetro del finestrino completamente abbassato. Il posto accanto al guidatore era vuoto”. Erano le 20.30.  Pecorelli fu ucciso  quindici minuti dopo.

https://estremeconseguenze.it/2018/12/05/omicidio-pecorelli-ora-si-faccia-quella-perizia/

 

https://estremeconseguenze.it/2019/01/25/ecco-chi-aveva-la-pistola-che-uccise-mino-pecorelli/

 

di Raffaella Fanelli

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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