VERONA, APPUNTAMENTO AL MEDIOEVO

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 27 Febbraio 2019
23 minuti

Sotto l’egida della Lega, e con il patrocinio del ministro Fontana, si svolgerà nel capoluogo scaligero il Congresso mondiale delle famiglie «per affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale come l’unica unità fondamentale della società». Tra i relatori, personalità di spicco dell’antiabortismo e dei sostenitori della famiglia tradizionale come il russo Dmitri Smirnov, presidente della Commissione patriarcale per la famiglia e la maternità che aiuta il presidente russo Vladimir Putin a sviluppare politiche in linea con le indicazioni della chiesa ortodossa e delle destre integraliste. Ma Verona non è più e solo un esperimento locale “c’è un disegno ideologico internazionale – ci dice Anna Maria Zanetti, della direzione di Più Europa- unito contro nemici comuni: il liberalismo, il secolarismo, il femminismo. Il tentativo è quello di svuotare l’Unione Europa di tutti i suoi contenuti attraverso il braccio armato religioso della chiesa ortodossa, le organizzazioni fondamentaliste cristiane che seguono il modello delle culture war americane. Ma il presidente del parlamento europeo Tajani ci ha già detto che non ci sarà”.  

L’ex sindaco Flavio Tosi “Mi auguro che il Congresso non sia la celebrazione di questa chiusura medioevale e reazionaria. La città ha inforcato la strada della negazione dei diritti come tratto distintivo. Ho governato per dieci anni tenendo a bada l’ottusità e l’ignoranza degli estremisti, mi sono evoluto, oggi la città è governata da chi vuole fare di Verona la nuova piazza nazionale del buio e dell’oscurantismo. Mi schiero dalla parte di una destra liberale e moderata che non nega a nessuno i propri diritti”.

All’estrema destra del padre c’è Verona. E non è più soltanto una questione di folclore cittadino. Ultracattolici americani, conservatori e gruppi di pressione russi, come lobbisti della destra integralista patriarcale di mezzo mondo si preparano per il più importante meeting internazionale di movimenti pro-life e anti-Lgbti, che si terrà dal 29 al 31 marzo, a meno di sei mesi dall’ultima edizione di settembre in Moldavia, in cui il ministro dell’Interno aveva definito lo sforzo “di difendere la famiglia naturale un elemento vitale per la sopravvivenza dell’umanità”. Si tratta di un network globale gigantesco che ormai è completamente nudo e sdoganato e si mostra lasciando tracce vistose della sua presenza, della sua violenza fisica e verbale (qui il video degli spintoni e degli insulti alle attiviste presenti durante il convegno ‘Famiglia e natalità, promosso dalla Lega) come dei suoi enormi flussi economico finanziari orientando o disorientando la democrazia italiana al grido di nogay, no aborto, no divorzio. Perché bisogna marcare tutto il territorio del diverso, tutto quello che mette in subbuglio l’ordine sociale precostituito, “perché la famiglia (naturale) sarà l’asse del futuro dell’Europa, perché da Verona è iniziata la contro la rivoluzione del buon senso e della ragione” dicono i leader di Pro Vita Onlus, il cui portavoce Alessandro Fiore, è figlio del leader di FN Roberto.

“Non so neanche se chiamarla destra quella di oggi a Verona, è oscurantismo, e vengono passati messaggi di forte ignoranza e ottusità, fuori dalla storia – ci dice Flavio Tosi, per dieci anni sindaco della città, e simbolo – precisa lui – di una destra liberale, che si è aperta alle unioni civili prima della legge nazionale del 2015, e che, soprattutto, ha saputo comunque dialogare con movimenti e associazioni di ogni fazione politica. “È vero la città ha inforcato la strada della negazione dei diritti come tratto distintivo. Chi non sa immaginarne di nuovi del resto non ha di meglio da fare che farsi notare togliendo dei diritti. Io mi schiero dalla parte di una politica moderata e attenta a tutti, che sia capace di dare spazio anche a chi non la pensa come te, esattamente il contrario di quanto si sta facendo adesso, in un clima di spaventoso ritorno al passato. Che Verona abbia una storia unica a livello politico è un fatto, ma non credo di aver preparato il terreno o saldato in qualche modo la radicalità di quello che vedo e sento oggi. Essere tacciata come laboratorio dell’integralismo e del nazifascismo è ben altra faccenda. Da sindaco non ricordo di aver mai sostenuto tesi aberranti che negassero per esempio i diritti delle donne. La 194 è una buona legge va applicata. E anche sulle famiglie cosiddette arcobaleno mi sono evoluto. Ho lavorato per dieci anni per realizzare una Verona aperta, europea, attrattiva. Non credo si possa dire la stessa cosa oggi rivolta com’è al passato più buio e di un ampio sovranismo delle sue istituzioni. Mi auguro che il Congresso non sia la celebrazione di questa chiusura medioevale e reazionaria e che rappresenta nella realtà dei fatti solo una piccola fetta non solo di ciò che pensano i veronesi, ma nei fatti anche di come decidono di vivere”.

Insomma – dice Tosi- io ho saputo mettere dei freni. Ho tenuto a bada gli estremisti, forse ho sforato altri confini (Tosi fu tra i promotori dell’istituzione delle ronde padane contro drogati, clandestini e puttane, presentò una mozione per creare sui mezzi pubblici entrate differenziate per veronesi e immigrati) ma che oggi l’attuale Sindaco Federico Sboarina,indossando la sua “bellissima” polo blu di Fortezza Europa dichiari che il congresso “sarà l’occasione per ribadire valori a me cari e che sono nel mio programma amministrativo e che Verona è orgogliosa di accogliere le migliaia di persone che parteciperanno al Congresso, ma soprattutto di diventare laboratorio di idee e di iniziative che promuovano la difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale, e della famiglia nel rispetto delle preziose diversità tra uomo e donna”  è un atto che va oltre un feeling storico di Verona con la destra radicale, che dei princìpi fondamentali di uguaglianza e di non discriminazione se ne sta facendo ormai un vanto. Ma va oltre anche l’accento posto sulla coalizione tra butei dello stadio e nazifascisti più che evidenti naturalmente se si rileggono certe pagine di nera cronaca veronese.

Lo dimostra quanto ci dice Anna Maria Zanetti, giornalista e saggista con una storica esperienza nella storia del movimento femminista del Veneto e oggi entrata nella Direzione Nazionale di Più Europa, che ha presentato attraverso Emma Bonino e Riccardo Magi il 7 febbraio scorso un’interrogazione parlamentare alla presidenza del consiglio dei ministri per chiedere spiegazioni sul patrocinio istituzionale che è stato garantito al World Congress of families “Al Congresso di Verona il il presidente del parlamento europeo Antonio Tajani ci ha garantito che non ci sarà, contravvenendo al programma ufficiale dell’evento. Questa politica regressiva e fascista non può essere sostenuta ufficialmente da chi crede in un’Europa liberaldemocratica. Ma se Verona è il centro dove si è materializzata questa destra inter confessionale e ortodossa dedicata alla difesa di ciò che viene chiamata la famiglia naturale è perché c’è un disegno ideologico internazionale unito contro nemici comuni: il liberalismo, il secolarismo, il femminismo. Il tentativo è quello di svuotare l’Unione Europa di tutti i suoi contenuti attraverso il braccio armato religioso della chiesa ortodossa, le organizzazioni fondamentaliste cristiane che seguono il modello delle culture war americane, che sono cioè quei gruppi religiosi che si definiscono non più in base a presupposti confessionali, ma ideologici e che servono a ristabilire la sacra alleanza tra trono e altare. E lo chiamano Congresso delle famiglie, usano il plurale per illudere l’opinione pubblica che ci si rivolga a tutti, ma sappiamo perfettamente chi sono gli esclusi, e quindi i bersagli: le donne che lavorano e dovrebbero fare altro e naturalmente gli omosessuali.  E – ribadisco- ciò non accade casualmente. Siamo in Veneto, una terra ricca e tra le regioni più europee per i suoi rigorosi standard produttivi che sono a livello della Baviera, eppure persiste qui più che altrove un modello sociale e culturale gretto, con una mentalità di famiglia chiusa, tradizionale (che vede l’uomo impiegato e la donna a casa a gestire i figli) e patriarcale che sopravvive e che rispecchia perfettamente l’idea di questa coalizione di destra inter confessionale che vuole riallineare i blocchi geopolitici del passato sotto nuove bandiere ideologiche, e abbattere l’Unione Europea promotrice di un’interpretazione egualitaria dei diritti umani e delle libertà individuali e progressiste. Questa è la vera minaccia. Il tutto è sostenuto da questo governo, con l’appoggio economico di grandi oligarchi russi e dei finanziatori del presidente Trump”.

In un Veneto che molto dipende dall’export russo. La Regione ha esportato in Russia merci per 556 milioni di euro solo nel 2018 (l’export del triveneto vale quasi 1/5 di quello italiano) tra moda, mobili e alimenti, ma che al contempo, sul fronte del lavoro precario delle donne, vede in aumento le dimissioni volontarie dal lavoro con il dato regionale che supera di 4 punti quello nazionale (47% in Veneto contro il 43% a livello nazionale). Secondo la Cgil, che segue anche le denunce di dimissioni forzate per maternità, per esempio, ogni due giorni una donna è costretta a dimettersi per maternità, ma il fenomeno del mobbing sulle lavoratrici coinvolge ogni anno circa 6-7 mila donne, con un incremento del fenomeno segnalato intorno al 30%. E che a Verona è intorno al 17%. Uno studio, poi, sulla “motherhood penalty“, la frequente penalizzazione subita dalle lavoratrici riguardo a contrattazione e stipendio condotto dall’Università Cornell fa emergere, per esempio, come le donne senza figli abbiano una probabilità di essere raccomandate per ottenere una promozione 8,2 volte superiore rispetto alle lavoratrici madri. Non solo, i cosiddetti stereotipi di genere mostrano di essere particolarmente radicati e difficili da abbattere. Una ricerca condotta dall’università di Dusseldorf, pubblicata sulla rivista “Sex Roles”, diffusa dall’Osservatorio dell’Ordine degli Psicologi del Lazio dice che il 37% degli interpellati nutre scetticismo sulla capacità di leadership femminile percentuale che cresce con un picco massimo tra gli uomini (45%).

Verona, quindi, non è più soltanto un esperimento reazionario. Le parole di odio contro omosessuali, mendicanti, rom, donne e puttane risuonano ovunque. Si tocca la struttura economica della famiglia (secondo gli ultimi dati Istat il 30% delle donne occupate lasciano il lavoro dopo il primo figlio e nonostante il tasso di occupazione femminile nel 2017 abbia raggiunto il record storico del 49,2% il dato è distante di circa 10 punti dalla media europea) e la cura della medesima depotenziando il corpo di qualsiasi strumento di autonomia sociale nonché di scelta libera, per le donne per esempio, sulla riproduzione. La città è la roccaforte dell’antifemminismo, del paternalismo e della misoginia nazional popolare pronta ad arrivare in Parlamento per chiudere il cerchio su questo attacco corporale anche attraverso il noto disegno di legge Pillon. Proposto il 1 agosto 2018 dal senatore leghista e fondatore del comitato Family Day Simone Pillon, esso vuole intervenire pesantemente su assegno di mantenimento, bigenitorialità perfetta, introduzione del mediatore familiare in caso di volontà di separazione, e molto altro, il tutto a favorire la figura patriarcale ridimensionando allo stesso tempo il criterio guida del “preminente interesse del minore”. Il fronte della resistenza c’è. Proprio ieri Più Europa ha organizzato una conferenza per denunciare che il provvedimento non è emendabile, “è frutto di una nostalgia reazionaria” ha detto l’ex ministro dell’istruzione Valeria Fedeli, insieme ad Emma Bonino che ha puntato l’indice contro la figura del mediatore familiare, “come se – ha detto – le donne non fossero in grado non fossero responsabili. Medioevo. Diamoci tutti appuntamento a Verona, sfidiamoli sul loro campo”. La resistenza è espressa anche da molti gruppi che fanno capo alle attiviste di Non una di meno che su questo Congresso promettono battaglia: “Come donne, lesbiche, soggettività Lgbtqi, antifasciste e antirazziste, renderemo Verona proprio nei giorni del Congresso una città aperta a tutte e tutti, organizzando una serie di eventi diffusi che convergeranno in una piazza resistente nel pomeriggio di sabato 30 marzo”, dicono le attiviste annunciando tra le altre la presenza dell’attivista Marta Dillon, tra le fondatrici di Ni una menos, movimento femminista nato in Argentina nel 2015 e poi diffusosi in tutto il mondo, Italia compresa, per fare fronte comune contro questa evidente ondata della destra radicale e integralista. Anche in Austria c’è una nuova consapevolezza su quanto sta accadendo a livello mondiale sul corpo delle donne e sul legame tra religione e politica.

Una ricercatrice austriaca, Kristina Stoeckl, professoressa presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Innsbruck, studiosa di sociologia della religione, in una recente intervista sulla natura del Congresso di Verona fa risalire al 1995 gli esordi di questa unione di società civile religiosa capace di organizzarsi in modo transnazionale colpendo i diritti di donne, bambini e omosessuali e dice “Dagli anni Novanta in poi, momento in cui sono nate molte delle organizzazioni internazionali conservatrici di cui io mi occupo, i diritti dell’uomo iniziarono a subire una serie d’interventi legislativi che, mettendo l’accento sui diritti dell’individuo in quanto tale, ne cambiarono in parte la lettura. Nel 1994 e nel 1995 ci furono le due conferenze dell’Onu al Cairo e a Pechino durante le quali ci si iniziò a concentrare su ambiti che prima erano esclusi dal dibattito sui diritti umani, come quelli delle donne, dei bambini, degli omosessuali. La famiglia, menzionata nell’articolo 16 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, non venne direttamente messa in discussione, ma i nuovi dibattiti, occupandosi non più della sua unità ma dei singoli individui che la componevano, iniziarono a modificarne i poteri e gli equilibri al suo interno. Questi interventi non piacquero né agli attori religiosi né agli Stati che avevano un’agenda più conservatrice. Il Vaticano fu uno dei primi oppositori ed esortò in particolare alcune Ong cristiane americane ad ingaggiare una battaglia nel campo dei diritti umani. Si promosse un’interpretazione naturale e tradizionale della famiglia contro gli approcci legati alle rivendicazioni di identità di genere. Non a caso il Wcf (World Congress Family) ha il suo inizio proprio in questi anni, nel 1997”. Nel novembre 2016, il Congresso Mondiale delle Famiglie si è dato una forma più strutturata attraverso l’Organizzazione Internazionale per la Famiglia a Città del Capo, in Sudafrica, con l’obiettivo di una politica più aggressiva che prendesse di mira direttamente il matrimonio egualitario. Non a caso, la Dichiarazione di Città del Capo, il loro documento fondativo, dice esplicitamente di voler difendere l’istituto del matrimonio dalle coppie dello stesso sesso. Naturalmente, oltre che da loro, il matrimonio, e quindi la società tutta, devono essere difesi anche dalla pornografia, dall’adulterio, dal divorzio. Un disegno molto chiaro facilitato e nutrito anche da chi – nell’ambito della nostra politica nazionale – si è concentrato forse troppo sull’idea, per esempio, delle quote rosa, e non ha sostenuto veri interventi in favore non solo della maternità, ma della libertà individuale in generale tale da rendere le donne soggetti in grado di essere generatrici di una nuova politica dell’autodeterminazione. Ne è convinta Elisa La Paglia, Consigliere Comunale di Verona del Partito Democratico che ha presentato in Comune una mozione in vari punti che ha l’obiettivo, tra le altre, della creazione di un tavolo di lavoro con sindacati e università di Verona per lavorare sulla correlazione tra lavoro precario, numero figli e ricorso all’IVG (interruzione volontaria di gravidanza – il Veneto è la seconda regione del Nord per numero di camici bianchi antiabortisti – siamo al 76,2%)

“La struttura sociale – ci  dice La Paglia – ha scaricato sulle donne tutto il welfare immaginabile, perché la maternità è sempre stata solo “una questione delle donne” e non tanto un capitolo sociale su cui lavorare insieme agli uomini. Ma oggi più che mai e non solo qui a Verona – dove certo si invitano a parlare ancora donne come Costanza Miriano (diventata un caso internazionale per i suoi libri anticonformisti sulla famiglia- Quando eravamo femmine o Sposati e sii sottomessa) – tutta l’Europa deve lavorare sulle infrastrutture sociali per la cura di bambini, anziani e malati, promuovendo una nuova riflessione di ordine politico e operativo sulle donne. A livello nazionale avrei auspicato che il Partito Democratico cogliesse questa occasione per una guida al femminile. Era ed è il momento giusto per creare nuove proposte che invertano un sistema sociale fossilizzato nonostante le apparenze che raccontano di una condizione di emancipazione. Non è solo una questione di conciliazione lavoro famiglia. Il vero nocciolo è rappresentato dalla distribuzione delle responsabilità e del potere tra i sessi. Finché ciò non accadrà, ogni teoria delle “preferenze” non potrà che scontrarsi con la realtà, e cioè con il fatto che la maggior parte delle donne, non possono con libertà scegliere tra figli e lavoro, in un mondo in cui la maternità viene usata come pretesto per escludere le donne dalla vita pubblica. Si tratta di una sfida democratica per un’Europa democratica. Il cambiamento in questo sessismo trasversale è radicale. Non ci sono scorciatoie. Io non ne conosco”.

Scrive Lea Melandri sul Manifesto di ieri “quello che oggi viene allo scoperto è la crisi di una civiltà, il segno della comunità  storica degli uomini, la loro visione del mondo, imposta, contrabbandata ideologicamente come naturale. La civiltà che ha avuto per secoli come protagonista un unico sesso mostra le sue radici distruttive sugli uomini e sulla natura”. Insomma, è passata la moda del politically correct, è tempo di soffermarsi sui contenuti e sull’impatto che anche le politiche del passato stanno avendo oggi: oggi che il rischio grave e pericoloso è quello di farsi fagocitare, insultare, picchiare e violentare da tutti (locali, nazionali e internazionali) i proclami integralisti che vedono le donne o puttane o spose, rafforzando così, in modo ancor peggiore, i ruoli tradizionali di genere, con buona pace delle esigenze (di vita, di lavoro e di cura) di tutti. Uomini e donne. Incluse.

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Mattea Guantieri, 40 anni, è entrata nella squadra di Estreme Conseguenze dopo aver coordinato testate di promozione per il Veneto. Ha collaborato al restyling del mensile di cucina A Tavola, dirigendolo per circa 18 mesi. Dopo aver collaborato con Nordesteuropa, e altre testate locali, si è dedicata alla progettazione di format editoriali per il web.

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