Foreste italiane svendesi

Dopo la tempesta ‘Vaia’ è crollato il prezzo del legname italiano. Grandi gruppi industriali fanno razzia del nostro patrimonio forestale, boschi secolari sono alla mercé della speculazione. E la politica resta a guardare.

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 08 Marzo 2019
9 minuti

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Più di 42mila ettari di foresta devastati, 8,5 milioni di metri cubi di legna abbattuti, 494 comuni colpiti. Questa è stata Vaia, il primo ‘uragano’ alpino a memoria d’uomo che ha investito il nord-est alla fine dello scorso ottobre. Furono tre giorni di devastazioni da Nord a Sud, con 16 morti e miliardi di euro di danni.
https://bit.ly/2Pw9dSF
Un evento eccezionale per la concomitanza di diverse circostanze meteo che però, dicono gli esperti, è destinato a ripetersi con energie anche maggiori, specialmente sulle Alpi, vero e proprio ‘laboratorio’ del cambiamento climatico. Perché con l’aumentare della temperatura dei mari e dell’Adriatico in particolare, lo scontro di masse d’aria fredde con quelle sempre più calde faranno delle Alpi un territorio a fortissimo rischio così come già avviene nelle grandi foreste dell’Europa centrale. Lo scatenarsi di tempeste furiose con venti da uragano (oltre i 150km orari) sarà sempre più probabile. E siamo totalmente impreparati. Non solo ad affrontare il problema, ma anche nella gestione del ‘post-tempesta’.

Vaia ha infatti avuto un secondo importante effetto: a cinque mesi dall’evento il nostro paese brilla per la totale assenza di una regia unica per il recupero delle foreste abbattute. Se Vaia è il paradigma di come l’Italia affronti le nuove emergenze del cambio climatico allora siamo in condizioni disastrose.
Ogni regione (ma si potrebbe dire quasi ogni Comune), ha fatto da solo. Solo Trentino e Alto Adige sono intervenuti con una strategia macroterritoriale per il recupero, lo stoccaggio e lo sfruttamento dell’enorme massa di legname caduta a terra (pari a sette volte la produzione totale annua di legno italiano).
In Veneto la Regione ha brillato per totale assenza e grandissima parte dei boschi caduti a terra sono ancora lì.
Intanto il mercato italiano del legname è crollato. Siamo un paese che importa più della metà del legno che utilizziamo (dall’edilizia all’uso energetico) e davanti a un’improvvisa super-eccedenza di materiale non solo non siamo stati in grado di prevederne un secondo utilizzo a favore della comunità ma, peggio, stiamo svendendo un patrimonio fondamentale quali sono le nostre foreste alpine.

“Il mercato del legname è crollato – ci dice Davide Pettenella, professore al Tesaf dell’Università di Padova- in questi mesi continuano vendite di legname a prezzi estremamente bassi, principalmente aste pubbliche. Non si è riusciti a promuovere una organizzazione programmata delle vendite, tantomeno dello stoccaggio e quindi un afflusso più limitato sul mercato internazionale del legno. Si vende a un quarto un quinto del prezzo normale. Parliamo di abete rosso, un legno pregiato, ma anche larice, pino silvestre, faggio…
La condizione del mercato – continua Pettenella – era già critica perché l’economia forestale italiana risente dell’andamento economico generale e quindi del rallentamento del settore edilizio. In più grandi volumi di legname erano già stati accantonati in centro Europa a seguito di altri eventi naturali.
Il panorama quindi era già preoccupante e su questa si è aggiunta Vaia che ha fatto letteralmente crollare i prezzi. In italia poi siamo stati completamente impreparati. Negli altri paesi europei da anni si ragiona sullo stoccaggio del legname, con aiuti ai produttori in modo da non immettere grandi volumi tutti in una volta sola mentre in Italia ci si comporta da free-rider: cioè si butta dentro tutto quello che si ha, poi per il futuro si vedrà. Un atteggiamento non solo miope ma totalmente contro producente. C’è stata una rincorsa alla vendita senza alcun coordinamento”.
Chiediamo a Pettenella qualche esempio.
“In questo senso è lampante l’esempio di un comune come Grigno (TN). A Grigno è stata fatta un’asta di 260mila metri cubi a un prezzo di circa 25euro a metro cubo. Una massa enorme di legname . Normalmente Grigno vendeva meno di un cinquantesimo di questa quantità. In un solo anno, quindi, si è svenduta la produzione di cinquant’anni. In questo modo uno dei principali canali di autofinanziamento dei comuni alpini, ovvero la vendita di legname, quest’anno ha portato soldi freschi alle casse pubbliche ma per il futuro condanna il comune stesso a continuare a svendere il proprio patrimonio boschivo.
Perché immettono sul mercato quantitativi significativi a prezzi stracciati. Hanno ragionato sul breve termine, non sul lungo periodo. Forse il fatto che molti comuni stanno andando ad elezioni questa primavera ha influito sulle scelte immediate”.
Chi ci guadagna?
“A guadagnarci sono grandi imprese, spesso straniere – dice a EC Pettenella – Sugli otto lotti di Grigno, sei sono stati aggiudicati a una grande azienda che cura approvvigionamento per energia elettrica, con base a Cuneo. Un’azienda di un grande gruppo straniero del settore energetico. Hanno trovato convenienza a comprare enormi quantità di legname per uso energetico, visto il basso costo. Solo due lotti su otto sono stati comprati da una ditta austriaca per produrre legname a valore aggiunto. Il meccanismo quindi è chiaro: grandi quantità di legname per impieghi non nobili che non valorizzano la materia prima. Boschi secolari letteralmente ‘bruciati’. Pensiamo che l’Italia è un grande importatore di legna da ardere, eppure svendiamo all’estero. Quest’anno ci sarà un ritorno economico ma dal punto di vista patrimoniale significa mettere in liquidazione per i prossimi anni le nostre risorse boschive.
Questo patrimonio andrebbe messo sul mercato lentamente, sostenendo i prezzi con un’attenzione al fatto che venga lavorato localmente, favorendo le economie dei paesi di montagna. Questo andamento è ancora più grave in Veneto. In Trentino e in Alto Adige, nonostante l’impreparazione nella gestione dell’emergenza, è stato fatto un ottimo lavoro in termini di recupero del legname e di gestione del mercato. Il Veneto invece è stato totalmente immobile. Si sconta il fatto che l’amministrazione regionale abbia completamente svuotato il settore forestale. In Veneto l’approccio è esclusivamente di tipo geologico e ingegneristico, la cultura della salvaguardia forestale è scomparsa da anni, vittima di conflitti tra le varie correnti politiche”.
Milioni di metri cubi di legname ancora a terra e la primavera avanza velocemente. Quali sono i rischi ora?
“Il rischio si chiama bostrico. https://bit.ly/2H7nrFu
I danni da bostrico sono maggiori della tempesta in un rapporto 1/2 o anche tre volte superiori. Quindi parliamo di milioni e milioni di tonnellate di legna e di migliaia di ettari a rischio. Dipenderà molto dall’andamento stagionale di questa primavera.
Il bostrico compie un solo ciclo riproduttivo ma è possibile che con stagioni calde possa farne due o anche tre e quindi diventare un serio pericolo per le foreste rimaste in piedi. Sarà molto importante monitorare l’andamento della stagione e individuare immediatamente dei focolai” conclude Pettenella.

TESAF
https://www.tesaf.unipd.it

Prof. Pettenella
http://intra.tesaf.unipd.it/pettenella/

Convegno post Vaia – Fondazione Angelini Belluno
https://www.angelini-fondazione.it

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Giornalista

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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