di Raffaella Fanelli

“Mino aveva un appuntamento importante il giorno in cui fu ucciso… Mandò via tutti e ordinò ai suoi collaboratori di non entrare in ufficio. Lo so perché quel 20 marzo, alle 15, ero lì con mia figlia e ci rimasi fino alle 16.30.  Mezz’ora dopo, alle 17, mio fratello incontrò un uomo di nome Antonio”. Rosita Pecorelli ricorda quel 20 marzo del 1979, quando il direttore del settimanale romano Osservatorio Politico, OP, il giornalista Carmine Pecorelli, fu ucciso. “Vidi un uomo sotto al portone di Mino”. Un volto che Rosita Pecorelli riconosce nell’identikit che mostriamo e che ricorda di aver visto, quel giorno, in via Tacito e per ben due volte, a distanza di poche ore. Un volto che segnalò subito ai carabinieri e che riconobbe in un album fotografico. Eppure, tra verbali e interrogatori, non troviamo traccia delle sue dichiarazioni. Sembra scomparso anche l’identikit che il generale Antonio Cornacchia ci dice di aver fatto fare su indicazione del colonnello Antonio Varisco:

 

Un uomo che Varisco dichiarò di aver visto spesso in via Tacito. Ma nel fascicolo troviamo solo l’identikit suggerito da un testimone che chiese di poter mantenere l’anonimato.

“Il generale Antonio Cornacchia è stato il primo ad interrogarmi – continua Rosita Pecorelli –  mi parlava spesso di lui il medico legale che lavorava per me, per la mia assicurazione, credo fosse suo cognato o suo cugino”.

Ma torniamo all’appuntamento con il misterioso Antonio. “Avvicinai Antonio La Bruna  ma negò di aver incontrato Mino, anche Cafari mi disse di no”.

Antonio Cafari o Vincenzo Cafari?

“Era un assicuratore calabrese molto vicino all’onorevole Carenini, il presidente della Norditalia Assicurazioni, e stava quasi sempre lì. Fu l’unico a minacciarmi verbalmente, dicendomi lei parla troppo“.

Vincenzo (e non Antonio), Cafari ed Egidio Carenini. Di Cafari parla Giacomo Lauro, ‘ndranghetista pentito. Nelle sue dichiarazioni compare anche il nome di Francesco Delfino: «L’ex generale era il raccordo fra la struttura del meridione con la struttura del settentrione. E la parte principale risiedeva a Roma, dove c’erano Fefé Zerbi e il “Caccola” (Stefano Delle Chiaie, ndr) …  Anche Giorgio De Stefano e Paolo De Stefano facevano parte di quella benedetta destra… Fu Delfino ad arruolare il suo e mio compaesano Vincenzo Cafari». E ancora: «Quell’incarico di uccidere Pecorelli era stato dato a me (…) riferii al telefono a Peppe Morabito il quale mi disse: “Cumpa’, puru vui appresso a sti cosi” (anche voi dietro queste cose): “Voi lo sapete dopo che ammazzano a iddu ammazzano a voi. Lasciate che lo ammazzino l’autrì». Lasciate che lo ammazzino gli altri (testimonianza resa il 2 febbraio del 2010 davanti alla corte d’Assise di Brescia durante il processo per la strage di piazza della Loggia). È sempre il pentito Giacomo Lauro a dire che Vincenzo Cafari incontrò il giornalista Mino Pecorelli quel 20 marzo del 1979. Ma Cafari non si chiama Antonio. E sembra avere un alibi di ferro. Un biglietto aereo per la Calabria. Negli atti non lo troviamo, ma sicuramente ci sarà. Vincenzo Cafari, ci dice Rosita Pecorelli, era sempre alla Norditalia assicurazioni. E questo perché era un agente della nota compagnia all’epoca di proprietà dell’onorevole Egidio Carenini, uomo di punta della Democrazia Cristiana negli anni ’60-70 oltre che deputato e rappresentante del partito lombardo, e sottosegretario all’industria all’inizio degli anni ’70. “Mino conosceva molto bene Carenini, si incontravano tutti i martedì sera a Roma, all’Elefante Bianco…  so che l’onorevole forniva notizie a mio fratello”. Egidio Carenini, iscritto alla P2, tessera 551. “Mi cercò subito dopo l’omicidio, alle 7.30 del mattino, cercava l’agenda di mio fratello”. Ed è sull’agenda di Pecorelli che troviamo il nome di un noto imprenditore, lo stesso che il giornalista incontrò a Milano pochi giorni prima del suo omicidio.

Facciamo un passo indietro. Torniamo alle dichiarazioni del pentito Giacomo Lauro. Al nome di Francesco Delfino. Per ricordare che l’ex generale fu assolto per la strage di Piazza della Loggia ma condannato in via definitiva per essersi approfittato del rapimento dell’amico Giuseppe Soffiantini (l’imprenditore sequestrato e rilasciato dopo il pagamento di un riscatto di 5 miliardi di vecchie lire) al fine di truffare alla famiglia la somma di 800 milioni di lire, prospettando che tale somma fosse utile ad ottenere la liberazione del loro congiunto sequestrato. Ricordiamo anche le dichiarazioni di un altro collaboratore di giustizia, Angelo Siino, che abbiamo ritrovato nel processo a Marcello Dell’Utri: «Enzo Cafari? Era un massone calabrese… l’ho conosciuto in occasione del tentato golpe del ‘79, golpe separatista, mi riferisco al golpe Sindona. E poi l’ho rivisto un’altra volta a Roma, nel suo studio ai Parioli, aveva un’assicurazione. Era un assicuratore ed è stato con me e con Stefano Bontade in un viaggio a Milano… Era un massone apparteneva alla loggia Camea».


Suo fratello era iscritto solo alla P2? Le ha mai parlato di altre logge massoniche?

“Mi ricordo che dissi a Mino l’hai fatta grossa, ti sei infiltrato nella P2, ti sei iscritto e poi hai avuto il coraggio di pubblicare i nominativi degli appartenenti. Ma non hai pensato che qualcuno ti potesse far fuori?”.

Il generale Antonio Cornacchia, durante la nostra intervista ha rivelato che fu il falsario Tony Chichiarelli a fare il giorno successivo all’omicidio, il 22 marzo del 1979,  la telefonata anonima al procuratore Giovanni De Matteo e ad accusare Licio Gelli come mandante del delitto. Arrivò anche una lettera anonima ad incolpare il Venerabile e ad indicare il movente in documenti esplosivi in possesso di Pecorelli e riguardanti alte personalità. L’anonimo collegava l’omicidio del giornalista a quello del magistrato Vittorio Occorsio, assassinato nel 1976 da Ordine Nuovo, o meglio, da Pierluigi Concutelli, un neofascista condannato all’ergastolo ma ai domiciliari dal 2009 e iscritto alla loggia massonica Camea, tessera  n. 11.070. Gli affiliati furono tutti inquisiti dalla magistratura  nel 1979 per aver aiutato  il finanziere Michele Sindona nel suo finto sequestro attribuito alle Brigate Rosse ma inscenato per sottrarsi alla giustizia americana. Il giudice Vittorio Occorsio, quando fu ucciso, stava indagando sui sequestri di quegli anni,  e sui soldi dei riscatti finiti per finanziare una certa Ompam (Organizzazione mondiale per assistenza massonica). E in questo magma impastato di politica, affarismo, massomafia si muovevano molto bene alcune società di assicurazioni  che cautelavano segretamente, o quasi, ricchi imprenditori.

“Sequestri, assicurazioni… Non so a cosa stesse lavorando mio fratello.  Mino, in famiglia, non raccontava niente delle sue inchieste. Non voleva metterci in pericolo”.

Dalle nuove indagini Rosita Pecorelli non vuole condanne – ci dice – ma verità. “Voglio che la figura di Mino non rimanga così com’è, mio fratello non se lo merita. Se oggi fosse vivo sarebbe un grandissimo. Tutto quello che lui ha scritto si è verificato”. Questa nuova inchiesta potrebbe essere l’occasione per ridare valore a un fuoriclasse della notizia e per sbrogliare una matassa che lega l’omicidio di Mino Pecorelli a massoneria, Moro, eversione di destra e killer di una loggia in guanti bianchi. Potrebbe essere, con un’indagine seria che non si fermi a una doverosa perizia.

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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