EstremeConseguenze #StrikesForFuture

Oggi il mondo scende in piazza per chiedere un netto e deciso cambiamento di rotta dei governi sulle politiche energetiche e di salvaguardia dell’ambiente. EstremeConseguenze è una delle prime testate giornalistiche italiane ad aver aderito alla manifestazione e al movimento #FridaysForFuture. Oggi vi parliamo di Oceania, di Vanuatu e del Mediterraneo.

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 15 Marzo 2019
9 minuti

La guerra climatica dell’Oceania 

A Vanuatu hanno già manifestato. EstremeConseguenze ha contattato il comitato #ClimateStrike più lontano (da noi) nel mondo. Quello di Port Vila, capitale della Repubblica di Vanuatu, stato insulare del Pacifico Meridionale. Un arcipelago di 83 isole di cui solo 65 abitate, di una bellezza da togliere il fiato.
Un arcipelago del Pacifico che, come molti altri, soffre direttamente gli effetti del cambiamento climatico in atto più di altri.
“L’innalzamento del mare è davanti ai nostri occhi, lo vediamo, lo vedono i pescatori che vivono sulla costa, lo vediamo noi” ci dice Emil Samuel al telefono, abitante di Port Vila, uno dei 500 manifestanti che sono scesi in piazza nella capitale.

“Il nostro governo è fortemente impegnato su questo tema ma molto abbiamo ancora da fare. I coralli stanno morendo. Le piogge sono sempre più abbondanti e prolungate, le stagioni di siccità si allungano e sono sempre più calde. In più, le isole del Pacifico stanno già subendo un ricatto politico inaccettabile”.

Samuel fa riferimento all’atteggiamento dell’Australia che in queste settimane sta scatenando un furibondo dibattito politico in Oceania, di cui in Europa nessuno parla. Il tema del cambiamento climatico è centrale in Australia dove alle prossime elezioni di maggio (contemporanee alle europee) gli schieramenti di destra e sinistra si dividono su come affrontare la questione. Il governo di destra di Malcolm Trumbull è caduto lo scorso agosto proprio dopo aver proposto rigide misure di riduzione delle emissioni. La sinistra chiede interventi radicali, la destra appoggia le lobby del carbone (di cui l’Australia è tra i principali esportatori al mondo) e del petrolio, per non parlare degli interessi dei grandi allevatori. Questo in un paese dove si succedono estati torride, dove in diverse zone del paese i bambini non hanno mai visto una goccia di pioggia in vita loro, dove enormi inondazioni creano disastri e dove la barriera corallina sta morendo. L’Australia ha recentemente lanciato una proposta ai suoi vicini isolani, ovvero alle centinaia di isole, atolli e arcipelaghi del Pacifico che nel giro di pochi anni rischiano di essere sommersi dal mare: ‘noi vi diamo la cittadinanza australiana subito, quindi potete già pensare di prendervi un pezzo di terra all’asciutto, ma in cambio ci date il permesso di attingere alle vostre risorse e di pescare il pesce dei vostri mari’.

Proposta irricevibile, ha già detto il primo ministro di Tuvalu.

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“Quello che propone l’Australia è assurdo” ci dice Emil Samuel da Vanuatu “è un ricatto inaccettabile. Vogliono far pagare a noi i loro errori. Noi vogliamo rimanere sulla terra dei nostri avi e chiediamo ai paesi ricchi di fare quello che dovevano fare da tempo”. Il cambiamento climatico è già un fatto politico e sociale, tanto da barattare diritti con risorse.

 

barriere anti-marea realizzate con barili e sacchi si sabbia a Tuvalu

 

Cosa sarà del Mediterraneo? 
E da noi, cosa succederà? Lo abbiamo chiesto a Gianmaria Sannino, ricercatore dell’Enea, uno dei massimi esperti europei sui cambiamenti climatici. È grazie a Sannino se esiste uno studio del cambiamento climatico legato al Mediterraneo che su scala globale, date le ridotte dimensioni, non era considerato.
“Grazie al nostro lavoro – dice Sannino a EC – abbiamo inserito il Mediterraneo tra le zone da studiare, perché a livello di studio mondiale sul cambiamento climatico il Mediterraneo è un’inezia. Siamo un lago con una porta sull’Oceano larga appena 14 kilometri. Ma grazie al lavoro dell’Enea, i nostri studi insieme a quelli dei colleghi europei sono stati accettati dal WCRP, cioè il programma di ricerca sul clima dell’ONU.
Lo studio è diviso in 14 grandi regioni del mondo, ognuna denominata Cordex. Esisteva già un EuroCordex, che però escludeva il bacino del Mediterraneo. Oggi esiste MedCordex. E proprio MedCordex ha stilato le proiezioni sugli effetti dell’innalzamento medio della temperatura dei mari nel nostro bacino Mediterraneo.
Dobbiamo partire da una nozione fondamentale che sfugge a molti: il 93% del calore in eccesso provato dal riscaldamento globale è finito negli oceani. Il mare è il vero ‘driver’ del clima. In atmosfera la temperatura media è aumentata di un grado rispetto al 1860 a causa dell’accumulo di solo il 7% di anidride carbonica prodotta in eccesso. Sale la temperatura del mare, il mare si espande. In altri luoghi più che in altri. E Il mare è più acido, e infatti in molte zone muoiono i coralli. Il mare crescerà di circa un metro, un metro e 30 entro questo secolo. Questo succederà anche se riusciremo ad abbassare le emissioni di C02 da qui a 50 anni.

La quantità di calore che l’oceano ha già immagazzinato provocherà inevitabilmente un graduale innalzamento dei mari. Attenzione: un metro e mezzo in media. Perché il livello dei mari non è uniforme su tutta la terra. Il mare si alza di più in certe zone e meno in altre. Per esempio, nel caso del Mediterraneo, le coste più a rischio sono quelle africane, meno quelle del versante nord. Vista anche l’esplosione demografica dei prossimi decenni dove la gran parte della popolazione, specialmente africana, si riverserà sulle coste.. beh, questo è un grosso problema”.
A Sannino abbiamo chiesto quali sono invece le previsioni sul clima del nostro paese.

“Partiamo dalla considerazione e dalla previsione che l’accumulo di CO2 immesso nell’atmosfera sia costante nei prossimi decenni, cioè che non cambi nulla. In questo caso, lo scenario peggiore, prevediamo che ondate di calore come quella che abbiamo visto nel 2003 saranno annuali, cioè si ripeteranno regolarmente a ogni stagione calda, dal 2100 in poi. Significa che tutte le estati vedranno ondate di calore prolungate, anche di tre mesi consecutivi, con temperature medie vicine ai 40 gradi. Questo dicono le proiezioni fatte ad hoc per il Mediterraneo. Estremi sempre più frequenti. Periodi di siccità molto più prolungati, piogge più brevi ma molto più intense. Ondate di calore e alluvioni. Questo è la previsione per il nostro paese se nulla cambia da qui a 70 anni. Siamo ancora in tempo a fermare questa deriva. Le iniziative da prendere sono tante e sono decisive. L’obiettivo, per quanto difficile, di abbattere le emissioni entro il 2050, è decisivo. La situazione è grave ma è migliorabile se prendiamo iniziative concrete a livello globale”.

Dello stesso avviso il glaciologo e docente di cambiamenti climatici all’Università Bicocca di Milano Valter Maggi.

“L’interesse per i cambiamenti climatici -dice a EC- non si è mai abbassato ma è cambiato il pubblico, sono sempre più giovani. Quando ho cominciato io se ne parlava tra persone di una certa età con una certa esperienza mentre oggi sono i ragazzi i primi a preoccuparsene. E questo è un fatto solo positivo. Saranno loro quelli che governeranno il nostro pianeta nel futuro. Siamo ancora in tempo ma dobbiamo fermare l’emissione di gas serra. Già ora lavoriamo in una prospettiva sui cento anni, con obiettivi al 2030 e al 2050. Se spostiamo più avanti le lancette degli interventi, spostiamo più in là anche le possibilità di intervenire. Sarebbe molto importante che questa generazione riuscisse a spingere la società verso decisioni rapide e concrete”

 

Il portale di Vanuatu sui cambiamenti climatici: https://www.nab.vu

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Giornalista

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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