Giulia Pompili è una giornalista, una firma de Il Foglio. Sapete che faccia ha? No? Neppure noi. Non è un’amica, insomma. Di lei sappiamo poco, ne leggiamo gli articoli sui fatti d’Asia, questo di lei sappiamo e sappiamo, grazie a un corsivo sulla prima pagina del suo giornale, che venerdì scorso, il 22 marzo, quando Roma è stata “conquistata” dal presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping, è stata oggetto delle “fastidiose attenzioni” di Yang Han, il capo ufficio stampa dell’ambasciata di Pechino nella capitale d’Italia. Chiariamo subito, le attenzioni non sono state sessuali sul corpo della reporter, a essere minacciata e violata è stata la libertà di stampa. E non è accaduto in un vicolo buio, ma, alla presenza di un funzionario del cerimoniale del Presidente Mattarella in un radioso secondo giorno di primavera nel corridoio del Quirinale, quello che porta alla Sala degli Specchi.

“La devi smettere di parlare male della Cina” ha intimato Yang Han a Giulia Pompili. E al sorriso di circostanza della collega, il funzionario ha rincarato: “Non devi ridere. La devi smettere di parlare male della Cina”. E dato che la penna de Il Foglio ne sa e tanto di Cina, ma non di nomenclatura, ha fatto quello che chiunque, giornalista o no, avrebbe fatto: ha chiesto di sapere con chi stava parlando. Yang Han signorilmente si è rifiutato della cortesia di porgere la mano e di qualificarsi, ma non ha resistito dal dire: “E comunque so benissimo chi sei”. Un po’ come fanno i peggio criminali con chi vogliono intimorire. E, ciliegina sulla torta, dato che la collega Pompili stava estraendo un’arma pericolosissima, cioè a dire il suo cellulare, Yang le si è di nuovo avvicinato e le ha “ordinato” di metterlo via.

Come mai il signor Yang Han non sia stata segnalato dal funzionario del Quirinale e quindi accompagnato all’uscita da uno sberluccicante corazziere non ci è dato di saperlo, ma lo possiamo immaginare. Con un eufemismo si potrebbe utilizzare l’eterna scusa della “ragion di Stato” e via. Più difficile invece è capire come mai i colleghi giornalisti, a questa notizia non abbiano abbandonato la Sala degli Specchi, quella dove il Presidente Xi Jinping ha ringraziato “gli amici dei media”. Diamo a tutti un’attenuante. Non lo sapevamo. La collega Giulia Pompili non lo ha detto a nessuno per tenersi stretta stretta una notizia da scoop. Andata anche questa giustificazione. Il resoconto oggi è su Il Foglio, quindi ora lo sappiamo. Che si fa? Domani ci facciamo l’apertura di tutti i quotidiani, dei siti, delle radio e delle tv? Quelle italiane intendo? Sostituiamo i fotoracconti della giornata “imperiale” con un bel resoconto su quanto accaduto a Giulia Pompili. Non vogliamo personalizzare? Allora che ne dite di un bel resoconto sulla libertà di stampa nella Repubblica Popolare Cinese? Ops, dimenticavo: in Cina non c’è la libertà di stampa.

Bel casino. Vuoi vedere che abbiamo accolto come fosse la Madonna Pellegrina il capo di uno stato nel quale i diritti, quelli di stampa, ma anche quelli dei lavoratori, per esempio, sono quelli che sono?

Forse è per questo che il Presidente Mattarella ha parlato di “dialogo sui diritti”, che poi sarebbero quelli che non ci sono, ma tanto fa. In buona sostanza noi Italia intanto si fa affari e poi speriamo che dalle carceri vengano liberati i dissidenti e che i cinesi abbiano diritti come i nostri e via di prospettive positive e realtà imbarazzanti.

Quanto imbarazzanti? Difficile dirlo. E sapete perché? Perché in Cina ai giornalisti si dice cosa devono dire. Yang Han non ha fatto altro che portare al Quirinale il modello cui evidentemente è stato abituato in patria.

C’è un però, però. Un però un po’ imbarazzante e stridente. Che ad ascoltare il Presidente Sergio Mattarella viene automatico come un riflesso pavloviano. Perché vedete l’inquilino del Quirinale non può che rendere orgogliosi nel suo richiamare Xi Jinping al tema dei diritti, però non può non venirci in mente la favola del bue che dà del cornuto all’asino. Perché in tema di diritti in questo nostro bel Paese non è che proprio ci possiamo permettere di dar lezioni agli altri. E non mi riferisco solo alla libertà di stampa, sulla quale anche grazie al “prezioso contributo” di Rocco Casalino, potremmo riempire pagine. E se state pensando, che so, al diritto all’aborto o alle famiglie di ogni sesso e colore, beh, state pensando bene. Ma tranquilli, l’elenco dei diritti negati in Italia, anche se magari previsti per legge, sono proprio tantini e, nel dubbio, chiedere a una donna o a un “diverso” qualsiasi.

Ora la domanda è se si può mettere sotto embargo un paese perché non rispetta i diritti delle persone? Secondo noi, non solo si può, ma si dovrebbe. La Cina, la Russia, la Turchia e l’elenco si arricchisce di giorno in giorno.

Certo noi buoi a dire agli asini si rischia l’accusa d’incoerenza, ma rimandando tra gli animali forse un embargo potremmo farlo noi giornalisti, rifiutandoci di celebrare da pecore eventi imbarazzanti come le “vacanze romane” del Presidente Xi Jinping, riscoprendoci lupi o per lo meno cani da guardia della democrazia. E magari al prossimo invito dell’ufficio di Yang Han rispondere con un cristallino: “ siamo tutti Giulia Pompili”.

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Direttore

William Beccaro, 45 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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