ABORTO, UN VIAGGIO FATTO DI BARRIERE

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 29 Marzo 2019
19 minuti

Mentre a Verona si svolge il discusso Congresso sulle famiglie, parliamo di aborto e di applicazione della 194. Un gran numero di donne italiane ed europee viaggiano all’estero o entro i confini nazionali dei loro paesi di residenza per ottenere assistenza all’aborto: 4363 sono le italiane che hanno effettuato una Ivg fuori dalla propria regione. 48 le italiane che hanno abortito in Inghilterra, 535 quelle di “altri paesi” che hanno interrotto la gravidanza in Olanda. 474 le richieste di aiuto arrivate dal nostro paese all’associazione “Women on web”. Il progetto europeo Europe Abortion Access, supervisionato dall’antropologa sociale Silvia De Zordo, ricercatrice presso l’Università di Barcellona, autrice di ricerche pionieristiche sull’interruzione di gravidanza e sull’obiezione di coscienza in Europa, studia il fenomeno dei viaggi intrapresi per accedere a questo servizio.

Silvio Viale, il ginecologo non obiettore del Sant’Anna di Torino ad Estreme Conseguenze: “l’obiezione non è il vero problema, l’aborto va considerato come una qualsiasi altra prestazione sanitaria, i tabù ci sono invece anche quando l’aborto è un fatto naturale. In Italia una donna fa in media 1,3 figli, una su tre farà un aborto e una su quattro o cinque lo farà spontaneo”

In Italia le IVG sono in continuo calo, più che in altri Paesi europei. Ma i viaggi intrapresi dalle donne in tutta Europa per accedere a questa scelta non si sono fermati, anzi. C’è un gran numero di donne italiane ed europee che viaggiano all’estero o entro i confini nazionali dei loro paesi di residenza per ottenere assistenza all’aborto: 4363 sono le italiane che hanno effettuato una Ivg fuori dalla propria regione. 48 quelle che hanno abortito in Inghilterra dicono i dati del Sistema sanitario nazionale inglese nel 2017, 535 quelle di “altri paesi” che hanno interrotto la gravidanza in Olanda, che ha stimato complessivamente un aumento di 5 punti delle interruzioni del 2017 nel proprio paese rispetto all’anno precedente. 474 le richieste di aiuto arrivate dal nostro paese all’associazione “Women on web”, che nasce come evoluzione dell’organizzazione no-profit «Women on waves», fondata nel 1999 dalla ginecologa olandese Rebecca Gomperts che, a bordo di una nave e in acque internazionali, forniva la pillola RU486 (già legale, allora, in Olanda) alle donne che vivevano in Paesi dove l’aborto era vietato o di difficilissimo accesso e che, specifica, “non spedisce alcun kit abortivo in Italia o nei paesi dove l’aborto è concesso”.  Un fenomeno, quello dei viaggi per interrompere la gravidanza, che seppur in dimensioni più contenute di un tempo, si verifica anche nel caso in cui le donne provengano da paesi con una legislazione relativamente permissiva sul tema, come Italia, Francia, Germania e Belgio, e che, al netto delle eccezioni, avviene perché persistono barriere procedurali, ideologiche e sociali che limitano o stigmatizzano negativamente la scelta di accedere all’interruzione di gravidanza anche dove è legale. Limiti per l’accesso alla contraccezione di emergenza, ricovero obbligatorio per l’aborto farmacologico, smantellamento dei consultori familiari laici, eccesso di ricorso all’obiezione di coscienza. Burocrazia, ostacoli. Solitudine.

E’ tutto vero? Dal 2016 un progetto europeo Europe Abortion Access, guidato dall’antropologa sociale Silvia De Zordo, ricercatrice presso l’Università di Barcellona,  e autrice di ricerche pionieristiche sull’interruzione di gravidanza e sull’obiezione di coscienza in Europa, specialmente in paesi con una legislazione relativamente permissiva a riguardo – come il Regno Unito, la Spagna e l’Italia, – studia il fenomeno e cerca di rispondere a questo e ad altri quesiti sui viaggi e sul perché della persistenza di quelli che potremmo definire flussi migratori abortivi. “Dal 2016– ci spiega Giulia Zanini, ricercatrice del team della De Zordo e che si occupa in particolare di antropologia della riproduzione – stiamo raccogliendo informazioni ed esperienze dirette in alcune cliniche europee, in particolare in Inghilterra, Olanda e Spagna, tre paesi che abbiamo individuato come paesi di destinazione per i viaggi per IVG. In alcune realtà, come in Inghilterra, esistono dei dati nazionali sull’afflusso di pazienti dall’estero. In altre, come in Spagna, questi dati sono raccolti dalle singole cliniche e sono di più difficile accesso.  Ci sono dati che fotografano fenomeni transnazionali di ricorso all’IVG. Sebbene la competenza in materia di aborto sia riservata ai singoli Stati, dall’Italia, dalla Francia, dalla Germania, dal Belgio, come stiamo appurando, dove è possibile abortire legalmente entro certi limiti e in modo relativamente diffuso su tutto il territorio nazionale, ci sono migliaia di donne che si spostano altrove per interrompere una gravidanza. Questo suggerisce che permangano delle barriere all’accesso ai servizi di IVG in determinati contesti nazionali o regionali. I luoghi di destinazione all’estero, per chi parte dai paesi menzionati, sono innanzitutto Inghilterra e Olandae Spagna, dove la legge non stabilisce un limite legale di età gestazionale alla fine del primo trimestre per l’interruzione volontaria di gravidanza (12 settimane di gravidanza), come nella maggioranza dei paesi europei, e consente l’aborto legale nel secondo trimestre anche in caso di rischio per la salute psicologica della donna, a differenza degli altri paesi. Inoltre, in questi tre paesi le donne possono optare per un’interruzione di gravidanza chirurgica nel secondo trimestre, quando spesso la richiesta di aborto segue una diagnosi di anomalia o malformazione fetale grave, perché vi sono medici formati e capaci di realizzare la D&E (dilatazione e evacuazione chirurgica), mentre nella maggior parte dei paesi europei le donne vengono sottoposte al travaglio di parto indotto, in questi casi. Eppure, anche in questi paesi esistono restrizioni all’accesso all’IVG, e ad alcune tecniche in particolare, e le tempistiche e rilascio della documentazione necessaria all’IVG sono in alcune aree problematiche (in Inghilterra, seguendo le orme della Scozia e del Galles, è stata  concessa a partire dal 2018 l’assunzione casalinga e autogestita del misoprostolo, solo dopo aver assunto il mifeprestone in presenza dell’operatore sanitario e dietro certificazione di due medici). Nonostante le restrizioni sopra menzionate, Inghilterra, Olanda e Spagna continuano ad offrire un servizio cui alcune donne residenti in altri paesi europei si rivolgono, spesso in seguito alla difficoltà o impossibilità di accedere localmente a servizi di assistenza all’IVG.

Per quanto riguarda la situazione italiana, se guardiamo poi al fenomeno degli aborti praticati al di fuori delle norme di legge, notiamo che il Ministero della Salute stima che questo numero sia invariato da almeno 10 anni, e si aggiri attorno ai 15 e i 20mila per le donne italiane e tra 3 e 5mila per quelle straniere, a fronte di una diminuzione costante e sostanziale delle interruzioni regolarmente registrate. Ciò che si evince dalla proporzione tra i dati reali sugli aborti praticati, in continua diminuzione, e queste stime, rimaste costanti negli anni, pone una questione fondamentale rispetto alla possibilità che esistano delle barriere all’accesso ai servizi di Ivg che possono avere un impatto negativo soprattutto in termini di salute pubblica e in termini di riconoscimento al diritto di interrompere la gravidanza. Non mi riferisco evidentemente solo al fattore obiezione di coscienza, ma anche ad una serie di altre barriere di tipo procedurale e sociale –come, ad esempio, la stigmatizzazione della pratica di Ivg”.  

 

Gli ostacoli, quindi, stando alla mappa di questa ricerca – che è ancora provvisoria e manca di dati definitivi che verranno presentati anche alle istituzioni oltre che ad esperti sanitari dopo un secondo step dedicato ai monitoraggi interregionali che riguarderà anche l’Italia – ci sono e non si possono ridurre al solo tema dell’obiezione di coscienza, che certo in Italia tocca picchi clamorosi, ma non solo qui.  Secondo una ricerca in ventuno Paesi dell’Ue, come pure in Norvegia e in Svizzera, il diritto dei medici di appellarsi all’obiezione di coscienza è garantito per legge. Rifiutarsi di praticare un aborto per motivi morali non è legale in altri stati membri dell’Ue come Finlandia, Bulgaria, Repubblica Ceca, oltre che in Islanda. In Francia l’obiezione è al 7%. in Gran Bretagna è obiettore solo il 10% dei medici come sostiene un recente rapporto parlamentare della British Medical Association che ha denunciato che sono proprio gli obiettori di coscienza, in prevalente minoranza, a essere discriminati rispetto ai colleghi che si prestano a eseguire interruzioni di gravidanza, andando incontro a vessazioni e negate possibilità di carriera. In Svezia non esiste il diritto all’obiezione di coscienza. E a scanso di equivoci, in Svezia se uno studente di medicina chiede di specializzarsi in ginecologia e ostetricia subito gli viene chiesto cosa pensa dell’aborto. Se ha dei problemi di qualsiasi ordine e tipo gli si consiglia di scegliere un’altra specialità. La Federazione Europea delle Associazioni Familiari Cattoliche ha presentato presso il Consiglio d’Europa un reclamo collettivo contro la Svezia, perché, si sosteneva, che l’impossibilità di dichiararsi obiettori di coscienza violasse l’articolo 11 della carta sociale del Consiglio d’Europa. Il Consiglio d’Europa ha rigettato il ricorso con queste motivazioni: «La finalità primaria dell’articolo 11 è quella di garantire un adeguato accesso ai servizi sanitari, individuando nelle donne in gravidanza le prime destinatarie di tutela».

Che ostacolare l’accesso all’interruzione di gravidanza non diminuisca gli aborti, ma anzi li renda più insicuri lo dicono da tempo diversi studi internazionali, il più importante dei quali, per esempio, è il report 2018 sull’aborto nel mondo dell’Istituto Guttmacher, una delle principali organizzazioni di ricerca e politica impegnata a promuovere la salute e i diritti sessuali in tutto il mondo – che elabora i dati delle Nazioni Unite e raccoglie articoli scientifici sul tema per calcolare i tassi di abortività a livello mondiale.

E tornando al tema degli aborti clandestini, anch’esso è da sempre terreno di scontro, tra coloro che sostengono che la stima sia reale se non sottostimata (Cgil parla da sempre di 50mila aborti clandestini), e quelli che, al contrario ritengono il fenomeno “sotto controllo” e come dire adeguato alle aspettative, come fanno insieme il Ministero della giustizia e della Salute che sottolineano nelle loro relazioni annuali che “il fenomeno degli aborti clandestini in base ai procedimenti in corso (33 penali in corso a carico di 42 persone secondo l’ultimo dato del 2016 disponibile) “è di ridotte proporzioni”: quindi nessuna indagine ad hoc per fare chiarezza e capire perché il numero non accenni di fatto a scendere.

Aborto al sicuro è il nome della campagna lanciata a novembre 2018 dall’Associazione Radicale Milanese Enzo Tortora e dall’Associazione Luca Coscioni e come ci viene detto dalla coordinatrice del progetto Sara Martelli “nasce dalla constatazione che in Lombardia le donne faticano a vedere riconosciuto il proprio diritto a un aborto sicuro, a ricevere informazioni sulla sua prevenzione e ad accedere a ogni metodo contraccettivo, d’emergenza e non”. Il tema alla base del progetto è l’obiezione: in Lombardia nel 2017 la percentuale di medici obiettori di coscienza è stata in media del 66,1%. I 5 ospedali di Gallarate, Iseo, Oglio Po, Sondalo e Chiavenna hanno il 100% di obiettori. Secondo i dati ufficiali che tendono per altro a sottostimare le cifre, in 11 strutture sono oltre l’80%, solo in 8 sono sotto il 50%. Il metodo farmacologico, inoltre, è disponibile solo nell’8,2% delle strutture lombarde, a fronte del 18,2% della media italiana.

Sul tema obiezione, voce fuori dal coro, è invece quella di Silvio Viale, il ginecologo del Sant’Anna di Torino, il più grande d’Italia, dove si praticano 3000 aborti l’anno, per un servizio che funziona 5 giorni su 5 e che copre il 90% degli aborti fatti a Torino e in tre quarti della provincia piemontese e che sulla materia aborto ha sempre avuto molte cose da dire, essendo stato il pioniere della Ru486che lui forniva in Day Hospital nonostante fosse in atto una circolare contraria del Ministero. Viale è chiarissimo e ci dice “Ci sono tanti miti da sfatare su questo tema, io dico da anni che il problema non è l’obiezione, ma è come ci occupiamo da sempre di aborto: su 4800 ginecologici circa 1800 sono i medici in Italia non obiettori, quindi disposti a fare aborti, più che nel Regno Unito, e considerato che siamo a 80mila annui, non credo che il sistema sia in difetto questo. In Italia una donna fa in media 1,3 figli, una su tre farà un aborto e una su quattro o cinque lo farà spontaneo. E pure su quello spontaneo c’è chi non vuole intervenire direttamente, ma aspettare che l’espulsione avvenga naturalmente. A me questa sembra una barriera, una forma di negligenza grave, di menefreghismo o no? Insomma un deficit forte che riguarda in generale l’aborto, anche quello spontaneo, non solo la scelta dell’aborto in quanto autodeterminazione. Se guardiamo poi alle relazioni del ministero, nonostante la loro corposa dote di statistiche note, non affrontano mai il tema di come e dove dovrebbe essere fornito questo servizio che va considerato alla stregua di una qualunque altra prestazione sanitaria che può anche non essere fornita in tutti gli ospedali, ma va garantita in termini assoluti. Basterebbe fare come in Francia, dove la Ru486 viene fornita anche dal medico di base che prescrive e controlla. Il punto è che in Italia si mantiene in primis uno stigma negativo su questa scelta che non è più medica, ma solo morale e che, quindi, anche alla luce di un pregiudizio culturale che mai cadrà (o forse sì, come è accaduto quando è arrivata anche in Italia la pillola abortiva) si pretende rimanga sotto l’esclusiva tutela del servizio pubblico e della prestazione ospedaliera obbligatoria, possibilmente chirurgica non solo per una questione di costo, ma di inerzia del sistema: se ti faccio abortire chirurgicamente ti vedo una sola volta e poi mi dedico ad altro, viceversa se ti faccio scegliere l’aborto farmacologico sono costretto a più di una visita e a più di un controllo. Un altro tema vero, oltre a quello del servizio che ribadisco afferisce alle competenze regionali, è la discrezione: si abortisce lontano, al Sud come al Nord (dalla Liguria e dal Piemonte ci viene confermato si va in Francia, dalla Lombardia ci si muove ancora verso Lugano anche pagando 600 euro e oltre) perché va ancora fatto lontano da chi ti conosce e potrebbe dire qualche cosa, perché va fatto lontano da casa. Perché va tenuto nascosto”.

E questa, forse, è più di una barriera: un muro, alto, parecchio alto.

 

 

 

Condividi questo articolo:
Mattea Guantieri, 40 anni, è entrata nella squadra di Estreme Conseguenze dopo aver coordinato testate di promozione per il Veneto. Ha collaborato al restyling del mensile di cucina A Tavola, dirigendolo per circa 18 mesi. Dopo aver collaborato con Nordesteuropa, e altre testate locali, si è dedicata alla progettazione di format editoriali per il web.

Commenta con Facebook