Il movimento ‘FridaysForFuture’ continua a crescere anche nel nostro paese. Venerdì scorso sono state più di 60 le città che hanno visto manifestazioni nelle piazze principali mentre i gruppi #FFF, anche nei piccolo comuni, stanno velocemente arrivando a quota 200.
Ci si sta già preparando con grande entusiasmo all’appuntamento del 24 maggio, il prossimo #GlobalStrike per chiedere un cambiamento di rotta immediato dai parte dei governi di tutto il mondo sulle politiche climatiche ed energetiche.
Milano, lo scorso 15 marzo, ha visto la manifestazione più grande del mondo (!) oltre 100mila persone. E proprio a Milano il prossimo 13 aprile ci sarà la prima assemblea nazionale del ‘movimento’. Tutto lascia pensare che il 24 maggio la mobilitazione nel nostro paese sarà massiccia. Centinaia di scuole si stanno mobilitando, studenti e professori insieme. E non solo nei licei, anzi. Anche nelle primarie, nelle scuole medie. Un movimento come questo non lo si vedeva da decenni. Tutti i sondaggi dicono che per gli under 21 è la questione climatica il vero nodo politico e sociale da affrontare, percentuale che cala con l’innalzarsi dell’età anagrafica.
Eppure, nonostante questo gigantesco ribollire dal basso, la traduzione politica di un nuovo spirito ‘ambientalista’ è, soprattutto nel nostro paese, lontanissima.
In parte perché il ‘popolo del venerdì’ è (giustamente) allergico a qualsiasi infiltrazione o sfruttamento partitico del proprio impegno, in parte perché nessun soggetto politico ha le carte in regola per essere credibile.
Abbiamo parlato di questa apparente contraddizione con uno dei ‘padri’ dell’ambientalismo italiano, una figura che è stata ‘di lotta e di governo’, che ha avuto ruoli parlamentari e istituzionali e che oggi si è distaccato (momentaneamente) dalla vita politica attiva.
In occasione dell’assise del Kyoto Club Venezia, che ha festeggiato i suoi 20anni di attività, abbiamo incontrato Ermete Realacci. Già Presidente onorario di Legambiente, tra i fondatori del partito dei Verdi, deputato, presidente della Commissione Ambiente, primo firmatario delle leggi sugli ecoreati e per la tutela dei piccoli comuni.
Realacci, che ne è dei Verdi italiani?
“In Italia il partito dei verdi è diventato troppo rapidamente un partito di nicchia. L’onda verde che invece abbiamo visto recentemente in altri paesi, e che potrebbe sorprendere più di qualcuno alle prossime europee, dipende anche dalle storie politiche dei vari paesi. Ricordo che in Germania una regione come il Baden-Württemberg (uno dei quattro ‘motori’ economici d’Europa) dove c’è la Bosch, la Mercedes .. è governato da 9 anni dai verdi. Lì c’è un leader ultra settantenne che insomma, anagraficamente non è proprio vicinissimo a Greta (ride). Lì i verdi hanno oltre il 30% dei voti. Lì anche gli operai, evidentemente, votano verde. Perché i cittadini chiedono un’economia più attenta all’ambiente, tecnologicamente avanzata, rispettosa delle persone. Chiedono di guardare a un futuro migliore per tutti, capace però di creare nuova economia e nuovi posti di lavoro. Se invece la filosofia dei verdi rimane quella di una battaglia di nicchia, sei l’ambientalismo è solo un dire ‘no’, allora non raccoglie consenso.
Ma attenzione, l’Italia è un paese che dal punto di vista dell’economia verde non è indietro agli altri. Anzi.
E qui sta il paradosso. Per motivi ‘cromosomici’ siamo molto più avanti di tanti altri. Pochi lo sanno ma l’Italia è di gran lunga il leader europeo dell’economia circolare.
L’Italia recupera il doppio delle materie prime, molto più dei tedeschi, il doppio della media Europa.
Perché siamo un paese povero di materie prime e ci siamo inventati cose come gli stracci di Prato, le cartiere della lucchesia, i rottami di Brescia. Pratiche figlie di un modo per inventarsi nuove materie prime dove non le hai in partenza. Abbiamo tanti settori che sono andati avanti da soli in tema di ricerca e innovazione. Si tratta di continuare ad aiutarli e bisogna fare di più, bisogna seguire sempre più questa evoluzione. Poi è chiaro che in Italia ci sono tante cose negative, caporalato, lavoro in nero, mafie, corruzione. Ma se puntassimo con decisione ad una nuova economia sostenibile saremmo già avanti in tanti settori e anche molte fasce della popolazione sentono questo tema come proprio. Penso che su questi temi ci sia una mostruosa arretratezza della politica italiana. Nessuno parla di ambiente, nonostante quello che succede nelle piazze di tutto il mondo con il ClimateStrike. Renzi, Di Maio, Salvini, Berlusconi, Meloni… nessuno ne parla mai. Abbiamo una società, una economia che su questi temi va avanti e una politica che resta ferma. Ecco, a Zingaretti vorrei dire che se c’è un tema che dovrebbe immediatamente fare suo è proprio questo. La tutela dell’ambiente e investire in una nuova economia ‘verde’ deve e può essere la via per costruire anche una società come più diritti e più opportunità.
Viviamo invece ancora una situazione dove spesso c’è un contrasto aprioristico alle fonti rinnovabili. Pensiamo all’eolico o alla TAP. Ecco, vorrei essere chiaro: queste cose servono. Vanno fatte bene, ma vanno fatte. Con criterio, con intelligenza. Si deve uscire dal concetto che il territorio è intoccabile per definizione. È una idea sbagliata. Le colline toscane sono così perché l’uomo le ha modellate così. Lo skyline di San Miniato è tale perché costruito dall’uomo. Allora, quello che manca è il fatto di introdurre il concetto di bellezza in queste sfide. Questa è la vera sfida italiana e questo noi sappiamo fare meglio di chiunque altro, perché lo abbiamo nella nostra cultura. Una nuova economia che rispetti il paesaggio, l’ambiente, ma che abbia il coraggio di guardare avanti con intelligenza”.

Cosa ne pensa del dibattito sulla TAV?
“Questa non è più nemmeno una TAV. È un’alta capacità. Capisco le esigenze della gente del posto, capisco perfettamente la rivendicazione identitaria, di cui ho grandissimo rispetto. La legge sui piccoli comuni vede la mia prima firma. Ma dal punto di vista ambientale non è una battaglia prioritaria.
Se si potesse tornare indietro, non sarei partito con questo progetto. Ma ora, se questa linea ad alta capacità può togliere di mezzo migliaia di TIR, allora ha un senso. Il trasporto su ferrovia verso Austria è Svizzera è del 30%, su gomma le percentuali sono molto più basse. Perché Austria e Svizzera hanno spostato il traffico merci sulle rotaie. Se questa galleria riesce a togliere camion dalle strade allora, arrivati a questo punto, ha un senso. Se invece la fai e lasci tutto il resto come prima, se non investi sul trasporto merci su rotaia allora è inutile”.

Come mai è uscito dalla politica?

“Sapevo che non sarei stato ricandidato perché litigai con Renzi. Ci fu uno scontro piuttosto acceso, in parte sullo ‘sblocca-Italia’ e poi anche sul referendum per le trivelle in Adriatico. Lo ritenevo un errore clamoroso. Mentre Obama fermava le trivellazioni in Alaska noi aprivamo la porta a uno sfruttamento senza senso in Adriatico. Quindi sapevo non sarei stato ricandidato. Nessun problema per me. Renzi si arrabbiò e me la giurò. Per mia fortuna vivo benissimo anche senza fare il parlamentare”

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Giornalista

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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