“Un processo durato tanti anni. Che non ha portato a niente. Che non è servito a niente. Visto che i pentiti non erano attendibili mi chiedo per quale motivo mettere in piedi tutto quel carrozzone, sperperando soldi dei contribuenti e sperperando anche i soldi di noi familiari. Siamo stati presi in giro. E, magari, ci potevano prendere in giro gratis”. Andrea Pecorelli, il figlio del giornalista Carmine Pecorelli, non le manda a dire e in una lunga intervista che in parte pubblichiamo in video, punta il dito su una sentenza strana che ha lasciato dubbi e amarezza:  “In Cassazione non può essere discusso il merito di un processo ma si può disquisire esclusivamente di questioni di diritto, di questioni formali. Eppure, il ricorso del professor Coppi, assolutamente improntato sul merito, invece di essere respinto, così come previsto dalla nostra giurisprudenza, perché inammissibile, fu accolto. E in un’udienza a sezioni unite, perché, probabilmente, nessuno aveva il piacere di prendersi la responsabilità, si discusse solo ed esclusivamente di merito e con un convincimento molto forte perché a fronte di una sentenza di condanna della corte d’assise d’appello, la Cassazione decise di assolvere tutti”. Riportiamo al passato nonostante il figlio del giornalista ucciso il 20 marzo del 1979 in una via di Roma, per ricordare il processo di Perugia, utilizzi frasi con un tempo quasi reale, a dispetto di quel lontano 20 luglio del 1995, data della prima udienza del processo di primo grado contro Giulio Andreotti, accusato di essere il mandante dell’omicidio: “Pur essendo passati anni da quello scandaloso processo, la sofferenza e la rabbia sono rimaste le stesse. Capisco il dolore di mia zia e le sue lacrime comprendo meno l’indifferenza e i non ricordo di certi magistrati. Vinciguerra che al processo di Perugia arrivò come teste non fu sentito su quelle dichiarazioni che oggi hanno permesso la riapertura dell’inchiesta. Eppure quel verbale era in mano ai pubblici ministeri”. Accuse forti che ci aspettavamo. Già la scelta di parlare dopo anni di silenzio preannunciava un risentimento e una volontà di resa dei conti: “Dopo quella sentenza promisi a me stesso che mai avrei rilasciato interviste su mio padre, sul suo omicidio o sul processo, ma quello che è emerso, quel verbale ignorato di Vincenzo Vinciguerra e la certezza che anche questa volta chiuderanno con un arrivederci e grazie mi hanno fatto decidere a dire quello che penso”.

Ma facciamo un passo indietro per ricordare le dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra. Il neofascista di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale nel marzo del 1992 rivelò al giudice Guido Salvini che la  pistola usata per uccidere il giornalista Pecorelli era nelle mani di Domenico Magnetta, avanguardista vicino a Massimo Carminati, l’ex Nar processato e assolto per l’omicidio del giornalista. Nel verbale di Vinciguerra leggiamo: “… tra il 10 e il 20 novembre del 1982 mi trovai appunto per pochi giorni nel carcere di Rebibbia, reparto G11, in quanto era fissato a Roma, in Pretura, per rispondere di reticenza per una deposizione al dottor Casson avvenuto nell’aprile di quello stesso anno. Questo piccolo processo venne poi rinviato. In quei giorni fui messo in cella con Adriano Tilgher e Silvano Falabella di Avanguardia Nazionale. Nel corso di una conversazione riguardante l’episodio dell’arresto di Domenico Magnetta, avvenuto nel 1981, il Tilgher mi disse che Magnetta si stava comportando male in quanto gli aveva fatto sapere che o veniva aiutato ad uscire dal carcere o lui avrebbe consegnato le armi in suo possesso fra cui la pistola che era stata utilizzata per uccidere il giornalista Pecorelli”.

Dichiarazioni che nessuno ricordò durante il processo di Perugia.  Perché “non erano stati ritrovati sufficienti motivi di  riscontro”, dice Fausto Cardella che col collega Alessandro Cannevale rappresentò la pubblica accusa nel processo.

 

 

“Mio padre è stato ucciso dal piombo di un killer prima e da un inutile processo poi”. Un processo partito con grande clamore che vide al banco degli imputati anche l’ex magistrato Claudio Vitalone e l’ex Nar Massimo Carminati. “Me la ricordo l’arringa dell’avvocato Franco Coppi, non risparmiò niente e nessuno”. Il luminare delle difese impossibili all’epoca difendeva Andreotti, il mostro sacro della prima Repubblica e non esitò nella sua arringa ad attaccare il giornalista ucciso. Ad indicarlo come un “barattatore di notizie” come un “uomo mediocre dalla vita ricca di insuccessi”. Colpi bassi che pesano ancora su chi in quell’aula c’era entrato per ottenere giustizia. Cosa si aspetta da questa nuova inchiesta? “Poco o niente. Non credo che la pistola rinvenuta durante l’arresto di Magnetta sia ancora  all’interno dell’ufficio reperti della questura di Monza. Ho la convinzione che questo delitto debba restare irrisolto perché la verità farebbe scoprire troppi altarini”. In realtà, quel “poco o niente” è aspettativa. E’ fiducia. Perché Andrea Pecorelli, nonostante tutto, a microfoni spenti, la dichiara la speranza che almeno questa volta non si chiuda tutto con un colpo di spugna.

 

 

 

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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