LE CASE FAMIGLIA FANNO GOLA ALLA LEGA

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 15 Aprile 2019
33 minuti

Il Ministro Salvini sceglie di affrontare una nuova grande battaglia, annunciando una commissione d’inchiesta sulle “case-famiglia”. Ma appena un anno fa è stata chiusa un’indagine parlamentare che ha messo in evidenza i controlli, i finanziamenti, e le disfunzioni di molte comunità familiari, come sull’affido in generale. L’Osservatorio Infanzia è scaduto senza essere mai stato convocato.

Estreme Conseguenze ha intervistato coloro che hanno partecipato a quella commissione tra cui Catia Pichierri, avvocato responsabile nazionale dell’ufficio legislativo e legale dell’Associazione Rete Sociale, che si occupa della tutela legale delle famiglie fragili “Il tema è urgente, ma non diventi propaganda. Se la commissione avrà un’azione coercitiva ben venga, ma che si parta subito senza perdere altro tempo. Non ci si fermi sull’idea che serva sapere se c’è un solo bambino o ce ne sono cento. Chi decide sulle fragilità familiari deve essere un professionista formato ed esperto e non un magistrato che poco tempo prima, o addirittura in alcuni Tribunali contestualmente, si è occupato di sfratti o di recupero del credito”.

Roberto Thomas, per trent’anni Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Roma e oggi professore di Criminologia minorile alla Sapienza di Roma non ha dubbi “Ha ragione Salvini. La tutela dei minori non ha colore politico. La commissione ci vuole. Nel corso della mia professione ho fatto chiudere tante strutture irregolari, due ispezioni all’anno e per giunta concordate non hanno senso. Non tutte le case famiglia operano per profitto, tuttavia, un’azione più penetrante e trasparente su come tutto il sistema opera e viene gestito va fatta. Si faccia il Tribunale della famiglia che aspettiamo da 40 anni”.

Gabriele Bartolucci, Vicepresidente Genitori Sottratti, associazione che si batte da anni per la bigenitorialità e la tutela dei minori nella separazione dice “Servirebbe una commissione sulle vittime degli assistenti sociali, più che sulle case famiglia”.

Quanto c‘è di concreto nella nuova commissione parlamentare di inchiesta sulle attività di affidamento di minori alle case famiglia depositata in Senato e alla Camera dalla Lega?  Non sarà un’esigenza elettorale? “Vogliamo fare chiarezza sulle opacità di un sistema che, ad oggi, non consente di avere un quadro chiaro e aggiornato sul numero di minori coinvolti, in quali strutture siano ospitati e se quest’ultime rispettino gli standard minimi su servizi, assistenza, costi e trasparenza”. Così dicono i capigruppo della Lega di Senato e Camera, Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari che hanno spiegato come l’obiettivo sia “verificare che il diritto dei minori a crescere nella propria famiglia di origine sia sempre rispettato ed evitare casi di abuso e di non corretto utilizzo di risorse pubbliche. L’ultima indagine sulle attività e sul funzionamento delle comunità e dei centri a cui vengono affidati i minori, sui criteri di scelta, valutazione e controllo delle famiglie affidatarie e del contesto in cui vivono, aveva già evidenziato numerose criticità nella normativa vigente e l’inadeguatezza del sistema di rilevazione dei dati sui minori fuori famiglia”. All’indagine parlamentare a cui si riferiscono Romeo e Molinari, depositata solo un anno fa, hanno partecipato attraverso decine di audizioni voci plurali come quelle tra gli altri l’Unione Camere penali Minorili, il Coordinamento Italiano contro il Maltrattamento e l’Abuso (Cismai), medici e pediatri e Associazioni come quella bolognese di Genitori Sottratti che, insieme ad un seconda indagine praticamente parallela della Commissione Giustizia della Camera, hanno depositato un documento completo di molte denunce sulle procedure che dovrebbero essere a sostegno della tutela dei minori e sulle pratiche inerenti affidi, adozioni, affidamenti a comunità. Non solo. L’Osservatorio Infanzia è scaduto senza essere mai stato convocato, per esempio, dal Ministro della Famiglia Fontana. Così abbiamo chiesto a chi ha partecipato a quell’indagine il senso di questa nuova commissione, serve davvero? E si deve ricominciare da capo? Come si deve procedere?

Roberto Thomas, per 30 anni Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Roma e oggi professore di Criminologia minorile alla Sapienza di Roma non ha dubbi “La commissione ci vuole. Nel corso della mia professione di procuratore ho fatto chiudere tante strutture irregolari, due ispezioni all’anno e per giunta concordate non sono il modo giusto per selezionare chi deve occuparsi di minori, la cui tutela non ha e non deve avere colore politico. Sicuramente non si può ragionare solo in termini meramente economici e non tutte le case famiglia operano per profitto, tuttavia, un’azione più penetrante e trasparente su come tutto il sistema opera e viene gestito va fatta. Ci vogliono, per esempio, le telecamere, ci vuole l’obbligo di rendicontazione delle spese, una selezione accurata di operatori validi che non sia solo in un’ottica custodialistica, ma di cura ed educazione, che scavalchi insomma la tendenza ad inserire giovanissimi senza esperienza per lucrare sul budget offerto da comuni. Accanto a comunità certamente virtuose, ci sono case famiglia promiscue, ai confini della realtà con bambini grandi e piccoli tutti insieme, con minori che hanno problemi specifici e quindi che necessitano di cure specifiche: ci vuole criterio anche in questo, ci vuole vigilanza assoluta. E soprattutto un cambio di paradigma su cosa si può fare dal punto di vista dei controlli se anche non si è sollecitati dalle segnalazioni. La magistratura ha, forse, le sue responsabilità, spesso è distratta e non dimostra tutta l’attenzione che dovrebbe rivolgere ai minori, in un sistema che deve mettere sempre al centro l’ascolto del minore e in prima istanza il minore inserito nella sua famiglia naturale. Si parla del Tribunale della famiglia da ormai 40 anni, sarebbe ora di attuarlo”.

Meno scrivanie più cura, sembra voler dire Thomas, elemento condiviso anche da Catia Pichierri, avvocato responsabile nazionale dell’ufficio legislativo e legale dell’Associazione Rete Sociale, che si occupa della tutela legale delle famiglie fragili, anche lei tra le auditrici di quella Commissione voluta dalla Bicamerale Infanzia e che ci dice “Un interessamento da parte del Ministro Salvini al tema della case famiglia non mi è nuovo. Ne parlò tre anni fa quando era all’opposizione durante una trasmissione televisiva. Tuttavia, proprio perché si tratta di un tema grave e urgente, val la pena prestare qualche attenzione perché non diventi semplice propaganda, e un brutto gioco di potere che nulla ha a che vedere con la trasparenza che viene chiesta da anni. Si affronti l’inchiesta con la volontà di riformare per intero tutto il sistema. Se la commissione avrà un’azione coercitiva ben venga, ma che si parta subito senza perdere altro tempo. Serve davvero sapere se c’è un bambino in casa famiglia, o ce ne sono cento? I dati raccolti in tutti questi anni sono sempre stati molto parziali, e al ribasso e non tengono conto del fatto che per esempio ci sono state almeno 4 procure che non hanno mai fornito i propri numeri. Non tengono conto di chi scappa e scompare dalle strutture, senza darne alcuna traccia. Un dato certo ce lo ha detto anni fa l’Istituto degli Innocenti incaricato dal governo di realizzare un censimento delle cause degli allontanamenti. I motivi principali (parliamo del 2010) più ricorrenti che furono evidenziati erano – elenca Pichierri- il 37% dei bambini  allontanato per inadeguatezza genitoriale; il 9% per problemi di dipendenza di uno o entrambi i genitori; l’8% per problemi di relazioni nella famiglia; il 7% per maltrattamenti e incuria; il 6% per problemi sanitari di uno o entrambi i genitori. Quel 37% di casi di allontanamento è evidentemente legato al “pregiudizio di inadeguatezza genitoriale”. Concetto quest’ultimo non esistente nel mondo giuridico e nella legge ma solo nella ‘mente’ di parte della Magistratura e che si presta a una valutazione discrezionale della Magistratura su cui anche qui si giocano rapporti di potere per cui ho sentito personalmente affermare da un giudice che la bambina sarebbe stata collocata in altra famiglia se i conflitti tra i coniugi non fossero finiti”. C’è un diritto costituzionalmente garantito, che è quello del minore di crescere e vivere nella propria famiglia di origine che viene violato con molta, troppa facilità. La legge 149/2001 sancisce chiaramente che il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito del nucleo familiare d’origine, nei cui confronti le istituzioni debbono disporre interventi concreti di sostegno e di aiuto. In quest’ottica, l’allontanamento dovrebbe costituire l’estrema ratio, un provvedimento residuale, e comunque un punto di partenza per conferire supporto alla famiglia, avendo come obiettivo il rientro del figlio. Insomma, se vogliamo agire sulla tutela dei minori dobbiamo necessariamente parlare di tutela della relazione famigliare di ogni singolo minore. E su questo non mi sembra che, ad oggi, sia stato fatto nulla”.  Se invece di creare un sistema di profitto attraverso le rette delle case famiglia si lavorasse sul sostegno avremmo già fatto un passo avanti. Anche sul tema delle perizie e degli assistenti sociali mi sento di dover fare delle considerazioni: i meccanismi, tutti, devono essere seri come seri devono essere gli interlocutori perché si decide su un bambino, compromettendo per sempre la sua vita. Se l’Italia è stata sanzionata almeno 18 volte dalla Corte dei Diritti umani proprio sulle modalità con cui affronta il problema delle fragilità familiari è per la inefficacia delle proprie sentenze: questo non può che dirci che non viene fatto scrupolosamente l’interesse del minore. Anche qui ci vogliono controlli stringenti, regolari, assidui oltreché una preparazione multidisciplinare. Non è infatti ammissibile che, come mi è capitato di vedere in questi giorni, una madre venga addirittura condannata ad un anno e sei mesi di reclusione poiché il magistrato non ha evidentemente voluto approfondire quanto accertato dallo stesso proprio Consulente, ossia che il trauma della figlia non fosse legato ad asseriti maltrattamenti familiari bensì dall’allontanamento dalla famiglia di origine che la minore aveva subito in tenera età per mano dei servizi sociali. Così come non è ammissibile che le sentenze in materia familiare siano spesso elaborate non in base alla legge ma allo stato emotivo di quel particolare giudice che porta il proprio vissuto, anche infantile, nella propria sentenza. Occorre quindi che chi debba decidere sulle fragilità familiari sia esso stesso un professionista formato ed esperto in tale settore e non invece un magistrato che poco tempo prima, o addirittura in alcuni Tribunali contestualmente, si è occupato di sfratti o di recupero del credito. E non si è certo esperti perché si appartiene ad una sezione che formalmente viene definita “specializzata”, ma lo si diventa dopo una formazione specifica e multidisciplinare.

A non essere d’accordo sull’inchiesta è Gloria Soavi, presidente del Coordinamento italiano contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia (Cismai): “Non si può ricominciare da capo, quando è già tutto molto chiaro e ben scritto. Quell’indagine parlamentare raccoglie dati ed esperienze, ed evidenzia come le forme di controllo ad opera di servizi sociali, Ausl e procure minorili già ci sono. Se ci sono strutture che non operano in modo adeguato si intervenga e si evitino dannose generalizzazioni. Esiste inoltre un Piano nazionale infanzia (Pni) varato dall’Osservatorio per l’infanzia e l’adolescenza, che per il biennio 2016-2017 aveva individuato, fra le aree prioritarie di intervento, anche il sostegno alla genitorialità, al sistema integrato dei servizi e a quello dell’accoglienza. Il monitoraggio di quel Piano è stato licenziato a luglio 2018 dall’Osservatorio per l’Infanzia e l’Adolescenza, ma non è mai partito. E la struttura non è stata mai convocata dal ministro Fontana. Ecco perché dico che questa commissione d’inchiesta è inutile: si tenga conto di quello che abbiamo già fatto e soprattutto non si avvii nel paese, in un ambito così complesso come questo, una “caccia alle streghe” di cui non c’è davvero bisogno. Il modo migliore per cambiare quello che non funziona è costituire un sistema permanente di monitoraggio e verifica della qualità perché, più che di inchieste, c’è la necessità di sostenere le agenitorialità che non è solo quella rappresentata dalla famiglia tradizionale. Il Ministro Salvini semplifica con il termine  “business” quello che nella realtà dei fatti è un sistema molto più complesso e delicato. Per esempio nessuno parla mai di “giusto costo” riferito a standard di qualità garantiti da tutte le strutture, da nord a sud Italia. Ci sono, infatti, comunità virtuose costrette a chiudere – interrompendo percorsi che sono di alta qualità – per i gravissimi ritardi accumulati dai Comuni nel liquidare gli importi necessari alla copertura dei costi vivi. La Legge di Bilancio 2018 aveva introdotto un fondo sperimentale per neomaggiorenni che ad oggi, però, non è ancora partito e che – seppur importante – non coprirà il fabbisogno di tutti i ragazzi una volta usciti da queste comunità. E non si ricorda che sono le stesse associazioni e strutture coinvolte a creare, spesso a proprie spese, percorsi virtuosi per questi ragazzi che diversamente si troverebbero ancora una volta soli ad affrontare il loro futuro. Tra le tante valutazioni economiche questo aspetto non è secondario. Piuttosto che indagare ciò che è già indagato, impegnando nuovi capitoli di spesa per acquisire informazioni che abbiamo già, sarebbe il momento di parlare di prevenzione. Da anni il Cismai si impegna su questo in perfetta sintonia con l’Oms che, non da ieri, ha predisposto le linee guida di prevenzione come, ad esempio, l’homevisiting che in altri paesi funziona molto bene: ha abbassato i numeri dei fuori famiglia e hanno diminuito non solo i costi dello Stato ma, soprattutto, i costi umani della sofferenza dei bambini. Nel nostro paese invece si fa prevenzione terziaria e così si arriva tardi, con interventi riparativi dopo che maltrattamenti e abusi si sono già verificati. Il sistema di protezione va ripensato come uno degli strumenti da mettere in campo, fra gli altri, e non come il solo strumento che sspesso si configura come ultima spiaggia! Serve che partiamo dal bambino reale fin dai suoi primi momenti di vita, dal sostegno vero alla genitorialità fragile, se davvero vogliamo cambiare le cose. Invece che fare passare il messaggio, falso e scorretto, che tutti i bambini e i ragazzi in comunità siano adottabili (solo il 5% di essi lo è, circa 779 minori su 12.000 come dicono i dati Ministero del lavoro e delle politiche sociali), con grave torto alle loro famiglie d’origine che vanno aiutate”.

Il Cismai ha lavorato, per esempio, qualche anno fa ad una ricerca (2013) con l’Università Bocconi che ha stimato in circa 13,056 miliardi di euro annui, ovvero lo 0,84% del Pil, il costo della violenza all’infanzia. I soli casi nuovi incidono per 910 milioni di euro ogni anno. Tra i costi diretti per la cura e l’assistenza dei bambini vittime di maltrattamento, per la voce ospedalizzazione si giunge alla stima di una spesa annua sostenuta di 49.665.000 euro, per la cura della salute mentale di 21.048.510€, mentre per i costi di welfare si sommano le spese per strutture/prestazioni residenziali (163.818.655€), di affido familiare (12.648.948€) e per il servizio sociale professionale (38.052.905€). La spesa per interventi diretti per il rispetto della legge è stata stimata in 3.166.545€ e per la giustizia minorile in 50.215.731€. Inoltre, va detto che, il bambino maltrattato crescendo spesso diventa un adolescente e un adulto problematico, che può gravare sulla collettività. I costi indiretti sono quelli più pesanti: si passa attraverso i 209.879.705€ spesi per l’educazione speciale, i 326.166.471€ stimati per la cura della salute da adulti, 5.380.733.621€ per spese di criminalità adulta, 152.390.371€ per delinquenza giovanile e 6.648.577.345€ di perdite di produttività per la società. Sommando le voci dirette e indirette si giunge così alla stima di 13,056 miliardi all’anno versati dalla collettività in un anno. “Un conto troppo salato – dice sempre Soavi- di cui nessuno ha mai davvero tenuto conto e che una corretta politica di prevenzione avrebbe potuto contenere fortemente, oltre a ridurre le sofferenze di migliaia di bambini”.

Per quanto riguarda invece i dati sul maltrattamento l’unica ricerca epidemiologica, condotta nel nostro paese, risale al 2015 (Cismai, Terre Des Hommes e Garante Nazionale per Infanzia e l’adolescenza) e ci permette uno sguardo nazionale sul fenomeno. 91mila erano i bambini e ragazzi in carico ai servizi sociali per situazioni di maltrattamento e abuso. Anche in questa ricerca emergeva come le situazioni arrivano tardivamente (fascia 11-17 anni) all’attenzione dei servizi e come quindi manchi una seria prevenzione. “Finalmente quest’anno – precisa ancora Soavi – grazie all’impegno della Garante Nazionale, si avvierà un’altra ricerca e potremo attuare quel monitoraggio che la Commissione Onu ci richiede da anni. Si potranno così aggiornare i dati riferiti all’entità del fenomeno e programmare gli interventi necessari per i quali è necessaria la giusta sinergia tra i diversi interlocutori.

Su questa nuova commissione non è d’accordo neppure il Presidente dell’ordine degli Assistenti Sociali Gianmario Gazzi che ad Estreme Conseguenze dice “Non credo che una nuova commissione possa trovare qualcosa di diverso dalla precedente. Del resto c’è già la Bicamerale Infanzia e Adolescenza di cui il senatore Pillon è vicepresidente. Un’altra indagine, per noi, dunque, non serve. Piuttosto bisogna fare un ragionamento sull’intero sistema dei servizi sociali. Serve che funzioni il servizio educativo domiciliare, che ci siano i centri diurni per bambine, bambini e genitori, che siano aperti i dimenticati consultori familiari. Il problema è che a forza di tagli sul sociale, tutto ciò è quasi sparito”. E sulle responsabilità, sempre molto discusse, degli assistenti sociali precisa “Dove ci sono rilevanze penali interviene la giustizia, i tribunali, gli avvocati. Noi, da parte nostra, quando arrivano segnalazioni all’ordine apriamo un procedimento di verifica. E nei casi di conclamata violazione del nostro codice deontologico siamo intervenuti anche costituendoci parte civile in alcuni processi. Che fare? Da anni chiediamo specifici interventi sulla professione, sulla formazione degli assistenti sociali, per innalzare la qualità del nostro intervento che, ribadisco, è teso sempre a rendere la vita di un minore migliore di quella che ha”.

Un’inchiesta sulle vittime degli assistenti la chiede Gabriele Bartolucci, Vicepresidente Genitori Sottratti, associazione che si batte da anni per la bigenitorialità e la tutela dei minori nella separazione, audita sempre in quell’occasione e che oggi dice ad Estreme Conseguenze dice “Servirebbe una commissione sulle vittime degli assistenti sociali, più che sulle case famiglia. Perché la realtà non è fatta soltanto di minori fuori dalle famiglie naturali, ma anche e soprattutto di bambini e ragazzi che sono attenzionati dai servizi sociali, e questo numero è molto più grave ed è un dato su cui in pochi hanno davvero coscienza. Di questo abbiamo parlato quando siamo stati sentiti in Commissione, di una condotta intasata da pratiche spesso superficiali e negligenti verso genitori vittime di tribunali e di un sistema giuridico che alle famiglie che si separano non concede alternative, né soluzioni di assistenzialismo in grado di guidare i genitori separati verso una nuova forma di esistenza che non privi di risorse economiche, di affetti e di dignità nessuno. Né genitori, né figli. Il dialogo, quando un genitore si separa, cade dall’alto verso il basso. E gli Enti, una volta messi in moto, alzano un muro. La crisi economica o famigliare non è una scelta, ma una volta che il “modello” non corrisponde più a quello che lo Stato si aspetta debba essere ecco che si viene stigmatizzati. Abbiamo presentato una dettagliata relazione che racconta bene che cosa accade quando è in atto una separazione: se hai le risorse per poterti tutelare e se hai la capacità di poterti rappresentare di fronte alla giustizia, cioè di fronte alle interfacce di cui la giustizia si avvale nel caso della tutela dei minori, riesci a farlo, diversamente non ci riesci. E nel momento in cui interviene la tutela dei minori, tra la famiglia naturale e il minore si crea uno spazio che definisce attraverso una formula estremamente astratta che cos’è un genitore adeguato. In un marasma fatto di condotte negligenti e superficiali di difensori e di servizi sociali si consumano i destini di migliaia di vite umane. Abbiamo sottolineato come i servizi sociali non dipendano – e questo è un tasto fondamentale  – in maniera diretta e funzionale dall’autorità del Tribunale. Tribunale che è stato istituito nel 1934 e che non ammette il contraddittorio.  Che attua provvedimenti che durano un tempo infinito (i famosi affidi sine die che sono circa il 60%), così i minori e le loro famiglie rimangono nel limbo dell’assenza di una decisione attraverso un processo documentale, in cui non si ascoltano le parti, ma si leggono le relazioni che arrivano dai servizi sociali. E’ chiaro che c’è uno sbilanciamento. E su questo nessuno ha fatto davvero mai nulla. I minori crescono così disagiati, senza la fondamentale figura di uno dei due genitori o con la falsa rappresentazione di una figura genitoriale non corrispondente alla realtà (descrittogli dal genitore malevole come assente o cattivo o abusante) per anni, anche maturando disturbi della personalità importanti. Studi che certificano che chi ha avuto a che fare con i servizi sociali avrà figli che avranno a che fare con i servizi sociali, è un dato di fatto. Questo per dire – e anche in quell’occasione lo abbiamo detto molto chiaramente – che il nostro sistema è fatto per reagire reprimendo e demonizzando i conflitti invece di dotarsi della capacità di affrontarli e sciogliergli con cura, pazienza e coscienza.

Anche  l’avvocato Carla Lettere, membro del direttivo dell’Unione nazionale Camere minorili, audita in quell’occasione, è d’accordo sul fatto che la priorità sembra non essere mai l’ascolto del minore. Elevata rimane la tendenza a collocare i minori di età compresa tra zero e tre anni in comunità invece che in famiglie affidatarie come elevata è la durata degli affidamenti famigliari.

Di filiera tragicamente imperfetta parla infine Loredana Greco, responsabile a Roma del Coordinamento Interassociativo Colibrì che ha scritto un appello diretto proprio a Salvini, dopo aver saputo di questa inchiesta“affinché non si speculi su questa enorme voragine del dolore. Il sistema di affido minorile è una fabbrica di soldi per tutti, nessuno escluso e se davvero si vuole fare qualcosa di concreto basta prima di tutto toccare l’articolo 403 del codice civile, che disciplina l’intervento dell’autorità pubblica volto ad allontanare con urgenza un minore da una situazione di pericolo per collocarlo in un ambiente protetto. La pubblica autorità alla quale fa riferimento l’articolo finisce, di fatto, per coincidere sempre con i servizi sociali locali. E una serie immensa di casistiche che noi associazioni abbiamo in mano, raccontano di fatto come già questo sia il modo più diretto perché i bambini siano di fatto condannati ad essere orfani con genitori in vita. Con un costo sociale altissimo. A Salvini dico che quello che serve non sono le inchieste, ma le azioni concrete. Lo Stato smetta di essere nemico dei bambini e delle famiglie: serve un Tribunale della famiglia, serve la responsabilità penale degli operatori che sbagliano e la massima vigilanza su chi accoglie i bambini. Mi sono occupata personalmente dell’inchiesta a carico della cooperativa umbra Il Piccolo Carro, che solo oggi e grazie al coraggioso impegno di associazioni e con il supporto della trasmissione ‘Chi L’ha Visto?’ si scopre essere un luogo dove non fosse in alcun modo possibile tenere dei bambini bisognosi di cure e attenzione. Oggi si è acceso un faro su tante vicende opache, che riguardano per esempio la scomparsa di Sara Bosco e Daniela Sanjuan, due ragazze ospiti della struttura poi ritrovate prive di vita. Eppure abbiamo fatto denunce per anni. Per anni abbiamo detto e scritto a chiunque che quell’attività di accoglienza non era lecita. La cooperativa ha inspiegabilmente continuato ad operare nei comuni di Perugia e Bettona. Pensate che tra i soci della cooperativa risultava il figlio della garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Regione Umbria. E I titolari sono inoltre anche i fondatori e ‘capi spirituali’ di una propria chiesa indipendente: ‘A Braccia Aperte’, fino a pochi mesi fa nella stessa sede legale del Piccolo Carro. Questo per dire che di prigioni senza sbarre si parla da anni. Una seria riflessione, e quindi, l’ennesima inchiesta, è già cosa superata. A colpi di perizie, di visite mattutine dei Nas non si risolve nulla. Per essere credibili ci vuole molto di più”.

Sull’esistenza di più falle nel sistema di affidamento, su chi e come si vigila sui minori tolti ai genitori e sul fatto che il 60% dei bambini affidati a strutture o a famiglie affidatarie sono sine die avevamo scritto anche questo

https://estremeconseguenze.it/2018/10/10/minori-a-rendere/

 

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Mattea Guantieri, 40 anni, è entrata nella squadra di Estreme Conseguenze dopo aver coordinato testate di promozione per il Veneto. Ha collaborato al restyling del mensile di cucina A Tavola, dirigendolo per circa 18 mesi. Dopo aver collaborato con Nordesteuropa, e altre testate locali, si è dedicata alla progettazione di format editoriali per il web.

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