L’algoritmo non dimentica. Diritto all’oblio vs diritto di cronaca: saranno le sezioni unite a decidere

Scrivi all'autore | Pubblicato il 19 Aprile 2019
12 minuti

Accade sempre più spesso, oramai, che le persone entrino in contatto, loro malgrado, con le problematiche connesse al c.d. diritto all’oblio. Di creazione giurisprudenziale, corollario del più generale diritto alla riservatezza, il diritto all’oblio è collocato tra i diritti inviolabili menzionati dall’art. 2 Cost. (norma dinamica), ed è definito come il diritto di un individuo ad essere dimenticato, o più correttamente, a non essere più ricordato per fatti che in passato furono oggetto di cronaca [1].

Mentre ai tempi della “sola” carta stampata, infatti, erano assai rari i casi in cui il diritto all’oblio veniva invocato, oggi, invece, assistiamo a un fenomeno assai diffuso e trasversale. Chiunque, per le ragioni più varie, può vedere i propri dati personali diffusi in rete e riceverne un discredito reputazionale, non necessariamente da un articolo giornalistico, ma da qualunque tipo di trattamento dei propri dati personali.

Tale interesse a non essere più ricordato deve fare però i conti con altri interessi, contrapposti e dello stesso rango normativo, che possono limitarne l’estensione e il riconoscimento giudiziale.

La sicurezza dello Stato, la salute pubblica e la funzione giudiziaria sono solo pochi esempi rispetto a una pluralità di interessi contrapposti al diritto all’oblio, ma non c’è dubbio che, tra questi, le difficoltà interpretative più serie le presenti la delicata contrapposizione tra il diritto collettivo all’informazione e il diritto soggettivo alla Privacy.
In quanto diritto individuale della personalità, il diritto all’oblio può essere declinato nella sua forma più comune a livello casistico, ovvero nel diritto a non veder protrarre a tempo indeterminato l’esposizione della propria reputazione alla pubblica riprovazione in forza di una notizia di cronaca originariamente vera e legittima, ma non più attuale, e che, nonostante questo, persista nell’essere facilmente reperibile sul Web attraverso i motori di ricerca.
In ambito Europeo, la Corte di Giustizia UE e la Corte EDU sono state più volte chiamate a pronunciarsi in materia, tracciando le linee direttrici del bilanciamento tra i due diritti fondamentali suindicati, successivamente seguite dalla giurisprudenza degli Stati membri e/o contraenti [2].

Tale arduo contemperamento tra i detti diritti costituzionali è stato tentato a tutti i livelli giurisdizionali anche dal nostro sistema giudiziario, in particolare dalla Corte di Cassazione che è intervenuta più volte su questa materia, fornendo indicazioni fondamentali agli interpreti, utili per operare, caso per caso, il delicato bilanciamento tra interesse pubblico e diritto alla Privacy [3].

Tuttavia, dobbiamo registrare che la giurisprudenza di legittimità ha progressivamente assunto un andamento ondivago e contraddittorio, generando, negli ultimi tempi, una situazione di incertezza interpretativa, acuita dal fatto che su tale materia non esisteva, fino all’approvazione dell’art. 17 del GDPR, alcuna norma che regolasse il rapporto tra i detti diritti contrapposti.

In particolare, mentre il citato art. 17 del GDPR, in vigore con lo stesso testo in altri 27 paesi dell’UE, è “direttamente applicabile” dai giudici nazionali, l’articolo 85 del GDPR, invece, demanda agli Stati il bilanciamento del diritto alla Privacy e la libertà di espressione, lasciando quindi un ampio margine di manovra ai vari Stati membri nel bilanciamento tra i due diritti contrapposti.

In questo contesto si inserisce l’importantissima sentenza della Corte di Cassazione, Sez. III^ Civile, n. 28084 del 5 novembre 2018, che ha rimesso la questione del bilanciamento alle Sezioni Unite affinché venga chiarito:

  1. quando possa effettivamente configurarsi un interesse pubblico alla conoscenza di fatti;
  2. quando, nonostante il tempo trascorso dai fatti, l’interesse pubblico possa essere considerato attuale;
  3. in che termini, sulla sussistenza dell’interesse pubblico, possa incidere la gravità e la rilevanza penale del fatto, la completezza (o la incompletezza) della notizia del fatto, la finalità di trattamento del dato (se, ad es., per fini di ricerca scientifica o storica, per fini statistici, per fini di informazione o per altri motivi, ad es. di marketing), la notorietà (o la mancanza di notorietà) della persona interessata, la chiarezza della forma espositiva utilizzata.

La questione è di una certa importanza, ed è la stessa Corte a riconoscerlo quando scrive mirabilmente che “Il bilanciamento tra il diritto di cronaca ed il diritto all’oblio incide sul modo di intendere la democrazia nella nostra attuale società civile”, che, da un lato, fa del pluralismo delle informazioni e della loro conoscenza critica un suo pilastro fondamentale; e, dall’altro, non può prescindere dalla tutela della personalità della singola persona umana nelle sue diverse espressioni.

La sentenza in commento prende atto che è “ormai indifferibile l’individuazione di univoci criteri di riferimento che consentano agli operatori del diritto (ed ai consociati) di conoscere preventivamente i presupposti in presenza dei quali un soggetto ha diritto di chiedere che una notizia, a sé relativa, pur legittimamente diffusa in passato, non resti esposta a tempo indeterminato alla possibilità di nuova divulgazione”; e, in particolare, quando e in che termini “sussiste l’interesse pubblico a che vicende personali siano oggetto di (ri)pubblicazione, facendo così recedere il diritto all’oblio dell’interessato in favore del diritto di cronaca”.

Tuttavia, come correttamente scrive la Suprema Corte nella sentenza “rimettente”, il bilanciamento non potrà prescindere dal caso concreto, essendo impossibile stabilire a priori la prevalenza di un interesse sull’altro.
Da questo specifico punto di vista, occorre pertanto riconoscere che il valore epistemologico della pubblicanda sentenza delle Sezioni Unite è destinato ad affievolirsi quasi sul nascere, in quanto non potrà essere fornito, su tale materia, alcun criterio univoco e deduttivo, ma solamente un catalogo di criteri pratici da utilizzare in via empirica partendo dal, e restando aggrappati al, caso concreto, quindi applicando un metodo ermeneutico di tipo induttivo.
Altro aspetto particolarmente rilevante della sentenza in commento risiede nell’apprezzabile tentativo della Cassazione, ispirata dall’Ordinanza n. 6919 del 20 marzo 2018 della Prima Sezione Civile della stessa Corte, di riordinare la materia, enumerando analiticamente cinque presupposti necessari perché si possa comprimere il diritto all’oblio. Da ciò dovrebbe conseguire, proprio per la previsione di queste cinque condizioni, che il diritto alla riservatezza debba necessariamente porsi come diritto inviolabile e quindi astrattamente prevalente rispetto al diritto all’informazione, destinato, nell’impostazione della Corte, ad essere una mera deroga del primo, sebbene entrambi i diritti siano qualificati dalla Corte come diritti fondamentali di rango costituzionale.

Infatti, tra diritto alla riservatezza e diritto all’informazione esiste un rapporto perennemente dinamico, il cui equilibrio muta con il passare del tempo, rispetto al quale il diritto all’oblio si (ri)espande dopo un’originaria (legittima) compressione, a discapito dell’interesse pubblico che è per sua natura recessivo, nel senso che si affievolisce col trascorrere del tempo. Pertanto, l’ago della bilancia sta proprio nell’attualità della notizia.
Questa impostazione la ritroviamo in modo coerente anche nel citato art. 17 del GDPR, in forza del quale il diritto fondamentale all’oblio può subire una compressione a favore dell’ugualmente fondamentale diritto di cronaca solo in presenza di specifici e determinati presupposti, non dissimili dalle linee direttrici individuate dalla Corte, dove il diritto all’oblio cede il passo al diritto all’informazione in presenza di:

  1. un contributo arrecato dalla diffusione dell’immagine o della notizia ad un dibattito di interesse pubblico;
  2. un interesse effettivo ed attuale alla diffusione dell’immagine o della notizia (per ragioni di giustizia, di polizia o di tutela dei diritti e delle libertà altrui, ovvero per scopi scientifici, didattici o culturali);
  3. un elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica del Paese;
  4. modalità impiegate per ottenere e nel dare l’informazione, che deve essere veritiera, diffusa con modalità non eccedenti lo scopo informativo, nell’interesse del pubblico, e scevra da insinuazioni o considerazioni personali, sì da evidenziare un esclusivo interesse oggettivo alla nuova diffusione;
  5. una preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell’immagine a distanza di tempo, in modo da consentire all’interessato il diritto di replica prima della sua divulgazione al pubblico.

La necessità di un giudizio da parte delle Sezioni Unite della Cassazione sorge, quindi, proprio dall’incertezza manifestata nella motivazione della sentenza in commento, dove non è dato evincere, scrive la Corte, “se i presupposti indicati sopra – peraltro di diversa natura, essendo i primi tre una specificazione del requisito della pertinenza, il quarto di carattere riepilogativo ed il quinto di ordine procedurale – siano richiesti in via concorrente ovvero, come sembra al Collegio rimettente, in via alternativa”.

In effetti, laddove si ritenesse che tutti gli indicati presupposti debbano essere necessariamente compresenti, considerate le remote possibilità che ciò accada, il diritto all’oblio sarebbe di fatto prevalente sul diritto di cronaca soltanto in casi davvero residuali, se non mai.

In ogni caso, comunque, la sentenza delle Sezioni Unite segnerà un passaggio epocale in tema di bilanciamento tra interesse pubblico e riservatezza, così come cambiò definitivamente il rapporto tra interesse pubblico e reputazione dopo la celebre sentenza c.d. “decalogo” emessa dalla Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione in data 18 ottobre 1984, n. 5259, ancora oggi citata (anche se superata sotto diversi profili) ogni qual volta ci si accosta a questa delicata materia che, come ci ha ricordato la Corte, “incide sul modo di intendere la democrazia nella nostra attuale società civile”.

Andrea Di Pietro

(Avvocato esperto in Diritto dell’Informazione e della Comunicazione, co-founder dell’associazione “Memoria e Oblio”- www.memoriaeoblio.it)

(Autore dell’immagine: Valerio de Gioia)

Note
[1] F. Caringella – V. de Gioia, Compendio di diritto civile MAIOR, VI ed., DIKE, 222 e ss.
[2] Cfr. Sentenze Corte Giustizia, 13/05/2014, C131/12, Google Spain; Corte EDU, 19/10/2017, Fuschsmann c/o Germania
[3] Cfr. Sentenze Cass. civ. 5525/2012; Cass. civ. 16111/2013; Cass. civ. 13161/2016; Cass. civ. 19761/2017

 

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La redazione di Estreme Conseguenze.

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