Giovanni Francesco Asperti, Lorenzo Orsetti. Morti in Siria combattendo al fianco dei curdi.
Luigi Caria, Claudio Locatelli, Paolo Andolina, Jacopo Bindi, Davide Grasso, Fabrizio Maniero e Maria Edgarda Marcucci, Marco Gehlat: alcuni tra gli italiani che hanno combattuto contro ISIS e che oggi subiscono provvedimenti restrittivi da parte delle Questure.
Perché non solo non vi è alcun riconoscimento da parte dello Stato italiano verso chi è morto in Siria per combattere quei terroristi che tutte le nazioni occidentali temono e dicono di voler sradicare, ma, grottesca ironia della sorte e della storia, vengono anche perseguitati dalle nostre stesse istituzioni.
Per loro, per chi è tornato vivo, si chiedono da parte delle Prefetture “provvedimenti restrittivi”. Perché ritenuti pericolosi in quanto addestrati militarmente e ‘avvezzi alle armi’. Questo mentre nuove leggi allargano per tutti i cittadini le maglie legali per poter detenere un’arma in casa propria e poter sparare in caso di legittima difesa.
Provvedimenti restrittivi che possono concretizzarsi in obbligo di dimora, ritiro di passaporto e patente, revoca dei diritti civili. Lo abbiamo raccontato recentemente (Processo Caria)

“Vorrei che lo Stato italiano riconoscesse per Lorenzo e per gli altri caduti italiani lo status di combattenti
– dice a EC il padre di Lorenzo, Alessandro Orsetti – perché significherebbe che qualcuno ha fatto un pensiero sulle vicende di questi ragazzi, si è interrogato sulle loro motivazioni. Sarebbe importante come gesto per me in quanto cittadino, da italiano, oltre che da padre. Non escludo di scrivere una lettera al Presidente Mattarella in questo senso. Perché le istituzioni italiane hanno fatto ben poco per questi ragazzi.
Trovo un controsenso mostruoso il modo in cui vengono trattati gli italiani tornati dalla Siria. Anche Lorenzo sarebbe finito come gli altri sotto le mani della giustizia. Surreale”.

“Siamo ancora in attesa della salma di Lorenzo – continua Alessandro Orsetti – i curdi stanno organizzando una cerimonia di saluto per Lorenzo, gli volevano molto bene. Aspettiamo quindi notizie in tal senso.
Il Sindaco di Firenze Nardella ci ha poi promesso, insieme all’ANPI, la realizzazione di un piccolo monumento, un ricordo di Lorenzo in una piazza di Firenze. Ci sta aiutando il Consolato Italiano, la Farnesina non l’abbiamo mai sentita. L’ANPI fiorentina ci è molto vicina, in questo 25aprile Lorenzo sarà ricordato come partigiano, come nuovo ‘resistente’ e sarà anche l’occasione per parlare della lotta dei curdi che tutti in Occidente fanno finta di non vedere. Anche L’ANPI nazionale ci è vicina. Per noi è molto importante. Significa dare un senso pieno alla lotta di Lorenzo e alla sua morte, che ci sia un minimo di comprensione per la sua scelta. Voglio ricordare qui che più di 7mila detenuti curdi nelle carceri turche stanno attuando da settimane uno sciopero della fame a favore di Ocalan. Nessuno ne parla. Gli interessi economici e geomilitari con la Turchia sono troppo forti. Anche in Italia è in corso uno sciopero della fame a staffetta a favore delle richieste curde.

Lorenzo insisteva molto su questo. Mi raccontava di come le milizie islamiche fossero sostenuti dai turchi che facevano passare alla frontiera carichi di armi, armi che venivano dall’Europa e che arrivavano anche dall’arsenale di Gheddafi, passati poi dai turchi all’ISIS.
Lorenzo è andato lì per combattere dei terroristi, una lotta internazionale. Quello che in questi mesi mi ha fatto più rabbia è come i curdi siano stati lasciati da soli. L’Occidente li ha lasciati soli. Eppure parlano sempre di pericolo terrorista. E trovo assurde certe dichiarazioni per cui i migranti sarebbero potenziali terroristi. È proprio dal terrore della guerra che scappano, guerre che scateniamo noi e poi facciamo finta di non vedere”.

 

Chi ha conosciuto bene Tekoser, Lorenzo Orsetti, è Claudio Locatelli, giornalista free-lance e combattente nelle brigate internazionali di YPG (Unità Protezione Popolare)

“Sono arrivato in Siria nel 2017 dove ho combattuto a Taqa e Raqqa. Ero già stato precedentemente nel Kurdistan turco e avevo già dei contatti con loro – racconta Claudio a EC – il mio percorso è stato di coerenza. Sono giornalista, raccontavo le vicende curde e della loro lotta per la libertà e la giustizia. Poi è venuto naturale per me, per coerenza personale, andare a combattere con loro contro l’oppressione di Daesh. Un qualcosa per me di doveroso. Tutti abbiamo pianto per il Bataclan, per gli attentati di Londra, Barcellona, di Berlino e abbiamo rivolto la nostra rabbia contro Daesh. Però in prima linea a combatterli c’erano solo i curdi. La prima trincea tra il concetto occidentale laico di libertà individuale e giustizia sociale contro oscurantismo e dittatura era, ed è, la trincea curda. Lasciati soli proprio da chi ogni giorno pontificava sulla lotta al terrorismo. L’Unione della Federazione Democratica del Nord della Siria ha visto combattere insieme arabi, yaziti, cristiani, musulmani, atei. Non c’era l’Italia a fermare Daesh ma in prima linea c’erano degli italiani, c’erano dei giovani europei così come c’erano curdi e arabi. Anzi, in maggioranza arabi tra gli internazionali. E anche questo non viene detto: i primi a voler fermare ISIS sono stati altri musulmani, da tutti i paesi.
Ho conosciuto Lorenzo Orsetti mentre uscivo dalla Siria e lui entrava, dopo la battaglia di Raqqa. Siamo stati insieme circa due settimane nel nord dell’Iraq in una casa sicura. Quando io ero in Siria di italiani ce n’erano quattro: io, un ragazzo di Varese, uno di Senigallia e uno di Torino. In totale in Siria hanno combattuto una ventina, massimo trentina di italiani. Lorenzo era l’ultimo italiano ancora operativo in Siria come combattente. Almeno fino ad oggi.
La persecuzione giudiziaria ai danni di Caria in Sardegna o nei confronti dei ragazzi di Torino è completamente politica, è strumentale. Vengono formalmente incriminate persone che hanno avuto il coraggio di fare una scelta per il bene della collettività.
Del resto la Provincia di Rovigo ci ha invitato, io e Marco Gelhat di Rovigo, e ci hanno riconosciuti a tutti gli effetti come combattenti, come patrimonio collettivo. C’è quindi questo paradosso di una istituzione pubblica italiana che in qualche modo ci riconosce come ‘patrioti e combattenti’ mentre altre istituzioni pubbliche attuano provvedimenti restrittivi. È stato un gesto inaspettato che ci ha fatto molto piacere”.
A Claudio chiediamo di raccontarci a caldo i ricordi più vividi di quei mesi di guerra.
“I miei ricordi di quei mesi di combattimenti sono tanti – risponde – ed è difficile sceglierne uno… ricordo un mio compagno arabo che mi è morto tra le braccia, era stato colpito, ho cercato di soccorrerlo come potevo e gli sono stato vicino fino a quando ha esalato l’ultimo respiro, e ho capito davvero il significato di queste parole.. ‘ultimo respiro’, breve, affannoso, soffocato. Sono immagini, suoni, ricordi, che non ti lasciano mai. Ma anche ricordi bellissimi. Si era appena conclusa la battaglia di Taqa, cittadina che ha aperto la strada verso Raqqa, la roccaforte di ISIS. Taqa l’abbiamo liberata tutta con il mio battaglione, da sud a nord, combattendo giorno e notte. Stavamo camminando in quartiere appena liberato, ormai la battaglia era finita, e la gente si avvicinava e ci diceva “siamo liberi?”. E io, per quel poco di arabo che so parlare, rispondevo “sì, è libera, siete liberi, Daesh finita”. In quel momento sbucano da ogni dove, non so come, decine di bambini, fiumi bambini tutti che correvano, saltavano, urlavano. Non so descrivere i loro sorrisi, i loro volti. Uno mi si è attaccato alla gamba e continuava a ripetere ‘sukran sukran sukran’ (grazie). È stata una gioia incredibile. È stato dare un senso pieno alla mia scelta, a quello che stavo facendo. Lì ho capito il senso della parola ‘liberazione”.

Ivan Dall’Ara è un sindaco, sindaco di Ceregnano, Polesine, dove ha istituito l’assessorato alla Felicità. Dall’Ara, uomo di centrodestra, è anche Presidente della Provincia di Rovigo.
E la sua provincia è l’unica istituzione della Repubblica ad aver riconosciuto i ‘fighters’ italiani come combattenti, celebrandoli in un’occasione ufficiale.
“Li abbiamo premiati – dice a EC Dall’Ara – perché hanno lottato per la libertà dei popoli. E quando si fa questo non c’è colore politico che tenga. Per me sono dei nuovi partigiani. Erano con Lorenzo Orsetti.
Li abbiamo premiati e sono rimasti stupiti, l’unica istituzione italiana che ha avuto il coraggio di fare questa scelta. Trovo assurdo che questi ragazzi vengano perseguiti. Anche il giorno della premiazione da noi in provincia era pieno di agenti Digos.. per me è incomprensibile. Oggi 25 aprile noi della provincia di Rovigo celebreremo tutti coloro che sono morti per la libertà, i partigiani antifascisti di ieri e i partigiani di oggi come questi ragazzi. Anche il Consiglio Regionale Veneto ha approvato un documento a favore di chi è andato a combattere in Siria contro ISIS, credo l’unica in Italia.

Oggi i curdi restano la ‘trincea’ contro Daesh anche perché continuano a gestire le migliaia di prigionieri catturati dopo la disfatta militare del sedicente califfato.
Il problema è che gestire un così gran numero di prigionieri non è affatto semplice, i curdi più volte hanno chiesto aiuto ai paesi occidentali soprattutto perché si facciano carico dei miliziani europei che sono andati a combattere con Daesh. Secondo le stime della Commissione Europea, sono almeno 5mila i miliziani europei di ISIS. Ottocento sono finiti prigionieri, recentemente anche Trump ha chiesto all’Europa di prendersene carico e trasferirli in carceri del continente, ma al momento Francia e Germania (i paesi con maggior numero di fighters radicalizzati) non hanno disposto nulla. Gli unici ad essersi ripresi i propri concittadini sono stati i russi.
Da più parti si invoca una nuova ‘Norimberga’ per le atrocità commesse da ISIS negli anni in cui controllava vaste zone di Iraq e Siria (omicidi di massa, stupri, torture) ma non sembra che la questione scaldi più di tanto le cancellerie occidentali, pur sempre attivissime quando si tratta di parlare di ‘lotta al terrorismo’.
I curdi continuano a chiedere all’Occidente un aiuto per istituire un tribunale internazionale dove, sui principi del diritto, i responsabili siano chiamati a essere giudicati. Dovrebbe essere una priorità per Berlino, Londra e Parigi. Ma non lo è. Le prigioni della Siria orientale sono piene di ex miliziani ISIS in attesa di processo e i curdi continuano ad essere abbandonati al loro destino, o peggio ancora vittime del regime di Erdogan.
“Abdullah Ocalan è prima di tutto una persona – dice a EC Locatelli – non è solo il leader dei curdi. È una persona che subisce una ingiustizia, come fu per Mandela. È in carcere da 20 anni, in condizioni disumane, non ha contatti con l’esterno, non riesce quasi a vedere il suo avvocato. Ocalan è una persona oppressa e questo riguarda il mondo interno, non solo i curdi e i turchi…”

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Giornalista

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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