“So che si stanno riorganizzando a Misterbianco… Mie conoscenze mi hanno detto che si stanno attivando. Ogni tanto mi informo, devo farlo per la mia sicurezza. Ho morti e scomparsi. Sono tantissimi”. Orazio Pino, 61 anni (e non 70, come è stato scritto) era un collaboratore di giustizia. Era, perché è stato ucciso con un colpo di pistola alla nuca lo scorso 23 aprile, a Chiavari. Chi scrive lo aveva incontrato poche settimane prima. Era preoccupato perché sentiva sul collo il fiato della vendetta. “Ho morti e scomparsi”: una frase chiara e forte quanto il suo accento siciliano. Forte quanto la sua rabbia perché lasciato senza protezione. “Non voglio cambiare città ma non possono recapitare dal comune di mia moglie atti che la riguardano qui a Chiavari, perché pure questo hanno fatto… come ci trovano quelli del comune ci trovano pure gli altri”. Gli altri. E oggi che le notizie si spostano da un tentativo di rapina alla relazione con una donna colombiana, per escludere un delitto di mafia, noi ritorniamo a quell’incontro, in un locale infilato in un carruggio del centro di Chiavari. “Sono fuori dal programma perché sono finiti i processi… lo capisco. Ma almeno un nome di copertura me lo dovevano dare”. Orazio Pino non voleva cambiare città perché in quei carruggi aveva aperto due gioiellerie, una gestita da lui e l’altra dalla figlia (“sono attività che ho aperto con i soldi miei non con quelli dello Stato…”), ma avrebbe voluto un’identità che lo tutelasse. Perché a dispetto delle comode notizie fatte circolare, Orazio Pino, a chi scrive, ha precisato che avrebbe voluto un nome di copertura. Per proteggere se stesso e la sua famiglia dagli “altri”. Dalle vendette. “Con tutta questa informatica, se vogliono, mi trovano in cinque minuti. Non capisco: tu Stato spendi l’ira di Dio per vent’anni e poi alla fine mi butti fuori. Poi mi mandi pure l’antimafia e mi crei casino per non farmi lavorare. Che devo pensare?”. Il tempo di pensare, Orazio Pino, non l’ha avuto. Ma di parlare sì. Ha avuto il tempo di denunciare il suo sentirsi abbandonato dallo Stato. Non sappiamo chi l’ha aspettato nel parcheggio di un supermercato, se una donna tradita, una socia denunciata o un mafioso. Sappiamo, però, con certezza, chi non c’era.

 

“Non ho mai avuto un richiamo, non so che significano discoteche… non esiste che vado in posti strani. Sono fuori da tutto. Il nome, il limite indispensabile, me lo dovevano dare. Mi hanno mandato l’antimafia ma sapevano da prima chi ero. Se lo sono ricordato dopo anni. Eppure non mi sono accanito perché se volevo potevo fare casino, fare nomi di sottosegretari e compagnia bella, pure di quelli della Criminalpol perché ero mischiato anche lì… ma ho preferito stare zitto. Sapevo che quelli nei posti chiave, per farli spostare, li avrebbero promossi. Che l’avrei pagata se avessi parlato. Nessuno di noi collaboratori ha fatto il nome di A. (e ci fa un nome di un ex onorevole mai inquisito e che preferiamo, per questo, non riportare), io con lui avevo contatti diretti. Anche Pulvirenti disse che erano tre quelli importanti, che decidevano al suo posto e senza dover riferire a lui. E fece il mio nome oltre a quello del genero. Eppure i magistrati presero per oro colato le dichiarazioni del mio vice”. 

Tarchiato e con la testa rasata (“preferisco pettinarmi col rasoio, faccio prima”), Orazio Pino era stato legato alla famiglia mafiosa di Giuseppe Pulvirenti e come “u Malpassotu”, era stato vicino alla cosca di Nitto Santapaola, poi si era pentito e aveva aiutato gli investigatori a ricostruire le fasi più sanguinose della guerra di mafia degli anni Novanta. “Decisi di collaborare quando in carcere mi dissero che avevano dato fastidio alla mia famiglia. Pensavano stessi parlando. Così decisi di farlo”. Confessò decine e decine di omicidi. Di scomparse: “molti dell’organizzazione stessa. Andavano eliminati ed ero io quello che li faceva sparire. Li invitavo a pranzo e poi li ammazzavo”. 

Orazio Pino si perde in dettagliate descrizioni di alcuni dei più feroci omicidi compiuti nel territorio controllato dal “Malpassotu”, parla di un uomo torturato, strangolato e bruciato da un commando per aver osato compiere un furto in un bar “protetto ” da Pulvirenti. Di un tentato omicidio di tal Cavadduzzu ricoverato in un ospedale per motivi suoi e al centro di una plateale sparatoria in corsia per motivi loro. Racconta di un appartenente ai corpi speciali delle forze dell’ordine scoperto e ucciso. Parla di medici compiacenti e di infermieri reclutati per curare affiliati feriti e di interventi chirurgici in cliniche private. Poi di una giornalista vicina ai servizi e per questo morta in un incidente automobilistico prima di arrivare a testimoniare. Racconta di politici e voti di scambio: “Ho fatto compagna elettorale per diversi personaggi politici e per diversi partiti, e tutti hanno vinto… Anche Salvo Andò”. 

Lo riportiamo e ricordiamo che Salvo Andò è stato processato e assolto il 6 giugno del 2000 dalla terza sezione penale del Tribunale di Catania. “Per lui avevo fatto votare tutti, pure i latitanti, perché a chiederci di appoggiarlo era stato Piddu Madonia. E doveva vincere. Al processo sbagliai un numero”. 

In che senso, sbagliò un numero…  

“Erano le politiche dell’87 e dissi che Andò aveva il numero due della lista, invece aveva il cinque. Ho fatto solo confusione su un numero però le descrizioni erano giuste, dove ci siamo incontrati, con chi parlavo. Chi faceva le sue veci. Erano nomi inconfutabili. Doveva andare al ministero della giustizia, all’epoca, invece andò alla difesa…”.

Lei è stato anche accusato dell’omicidio dell’altro boss di Misterbianco, Mario Nicotra, detto ‘u tuppu…

“Nicotra fu ucciso sotto casa sua, ma io per quell’omicidio sono stato processato e assolto. Solo in appello mi arrivarono 15 anni per associazione mafiosa ed estorsione”. 

A Rebibbia lei era nella cella accanto a quella di Nino Gioè… stava collaborando? 

“Non ero vicino alla sua cella. Lo portarono nella mia la notte in cui fu ucciso. Mentre moriva mi trasferirono a Cuneo. Dovevano creare un diversivo, fare rumore per coprirne altri. Non si poteva inscenare una rivolta. Lo dovevano ammazzare e basta. Pulvirenti lo conosceva bene a Gioè, era uno intelligente”. Così com’era intelligente e scaltro Orazio Pino. Tanto scaltro che viene proprio difficile pensare che si sia fatto uccidere da zingari o sudamericani che gli vendevano oro oppure che sarebbe morto per una donna o che avrebbe rifiutato un salvifico nome di copertura. 

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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